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Marcello Ariano, Cartoline dal Preappennino

Posted on: 12/09/2015

Marcello Ariano, Cartoline dal Preappennino 

Ed. Del Rosone, Foggia 2015

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

 

Confesso una certa istintiva diffidenza dinanzi alla rappresentazione di paesaggi, di luoghi, anche di persone, che in qualche modo comportino il sentimento di nostalgia o più semplicemente adombrino qualcosa di simile. Niente di male nella nostalgia, intendiamoci. Anzi. Anche le più semplici e comuni esperienze dell’animo hanno diritto di asilo nella rappresentazione letteraria e artistica.

            La premessa serve nel nostro caso a sgombrare il campo dal sospetto di nostalgismo, ammesso che esso accenni a nascere alla lettura dei titoli delle liriche contenute in questa breve raccolta.  Dove il disegno complessivo, quasi programmatico fin dalla prima lirica, è invece quello della storia in versi di una fascinazione: la fascinazione che un minuscolo paese preappenninico (il “luogo minore”, il mai direttamente nominato Castelnuovo della Daunia) ha esercitato ed esercita sull’io lirico. E qui si tratta di un io già adulto, che è maturato altrove e che viene lentamente attirato e conquistato, incantato quasi suo malgrado, dalla scoperta di un luogo senza tempo (non so dirti se per un tempo sciolto/ dall’enigma del tempo) nel quale si accende la speranza di trovarvi la serenità negata in altri luoghi caotici, intasati da una fretta senza meta.  Meglio, trovarvi l’equilibrio di una più compiuta umanità (misura col senno d’adulti).

            Tutti gli elementi tematici, sia quelli costituiti dalle piccole cose viste da vicino, sia quelli più ariosi che fissano la temperie di un’alta sensibilità intellettuale, si allineano come tante istantanee rubate alla vita quotidiana di paese ed esposte sopra un muro, tenute insieme, in una stessa ragion d’essere dalla cornice dell’io che guarda, considera, sente, si emoziona: è l’occhio, l’orecchio, la mente, il cuore del poeta, che con grande discrezione compare solo qua e là direttamente in prima persona, e tratteggia con levità le proprie reazioni emotive.

            Un sentimento personalissimo accomuna tutte le liriche, e rende unitaria la rappresentazione di questo cosmo: il sentimento dello spazio-tempo specifico di ogni istantanea scattata dai sensi e registrata dai versi.  In ogni lirica, insomma, le immagini si accampano in rilievo su uno sfondo privo di tempo e spazialmente saturo, il tempo e lo spazio mitico del paese; mentre il rilievo è dato dal sentimento dello spazio-tempo in quel momento specifico in cui i sensi incontrano l’oggetto particolare, in quell’istante preciso in cui l’immagine viene fissata e, con essa, l’emozione.  Significativo, a questo proposito, il qui e ora anaforicamente insistente dell’ultima lirica (Mattutino).

            Storia in versi di una fascinazione, dicevamo, tradotta in messaggi spediti, come in ogni cartolina che si rispetti, col supporto di foto del luogo. E tuttavia storia intima, segnata da autentica sensibilità poetica. Immagini semplici, dai contorni precisi, eppure echeggianti un che di misterioso.  Versi scorrevoli, privi di infingimenti retorici. Linguaggio comunicativo e accattivante, eppure a volte spiazzante per gli improvvisi scarti semantici.  Sono questi i mezzi di un consumato esercizio poetico col quale Marcello Ariano rappresenta al lettore, non tanto un simpatico angolo di Puglia (questo lo può fare  anche una buona guida turistica), quanto l’avventura di un’anima in fuga dal caos che s’innamora di questo piccolo cosmo.  E questa è opera di poesia.

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