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Di certe cose che dette da Nelo Risi suonavano molto meglio. È morto l’ultimo grande poeta del Novecento

Posted on: 18/09/2015

 

2014. Nelo Risi

Di certe cose che dette da Nelo Risi suonavano molto meglio.

È morto l’ultimo grande poeta del Novecento

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Ogni tanto qualcuno sostiene che la poesia contemporanea sia morta; e a me pare sempre una ‘sentenza’ immotivata e quanto meno imprudente, perché lo sguardo troppo ravvicinato può convincerci che sia spacciato ciò che magari attraversa solo un cattivo momento di salute. Invece ora possiamo forse dire che è morta la grande poesia del Novecento, anzi possiamo persino fissarne la data di decesso: è accaduto oggi, venerdì 18 settembre 2015, giorno in cui, a trent’anni esatti da Italo Calvino (che di lui era più giovane di tre anni) si è spento Nelo Risi, l’ultimo gigante del secolo (Milano 1920 – Roma 2015).

Non so poi se del gigante avesse la corporatura: quando gli ho fatto visita era un omino piccolo sprofondato nel suo grande divano, da cui ormai si alzava con troppo grande fatica. D’altra parte non era stentorea nemmeno la sua dizione poetica, fedele com’era al principio per cui i poeti dovessero essere «stilisti dell’usuale», cioè non extra-ordinari contemplatori dei misteri o geniali inventori di una lingua inusitata, bensì artisti della parola e del ritmo in grado di conferire «grazia» e memorabilità al quotidiano, al minimale, al ‘giusto della vita’ (come avrebbe detto il così diverso eppure così prossimo Luzi). E poi bisogna scrivere anche l’indignazione, la satira civile, l’effimero della società dei consumi.

Insomma, scrivere poesia è stato per lui tenere il mondo in una mano (come s’intitolava una sua autoantologia mondadoriana del 1994). Ecco in cosa è consistita la sua grandezza: nato giusto al culmine di quella cosiddetta ‘terza generazione’ che era stata dominata dalla koiné metafisica e ‘novecentista’ di Gatto, Sereni, Caproni, Bigongiari, Fortini, Luzi e Parronchi, il poeta e cineasta milanese aveva additato sin dagli anni Quaranta (L’esperienza era del 1948) la via del realismo, con quegli accenti da decenza quotidiana ch’erano piaciuti a Luciano Anceschi che lo scelse insieme allo stesso Sereni e a R. Rebora, Modesti, Orelli ed Erba come pioniere di una presunta ‘linea lombarda’. Di quella codificazione è rimasto ahimè solo il mito di una specificità territoriale ad uso e consumo di talune predilezioni editoriali, mentre le poetiche e le stilistiche di quegli autori (e di quelli che ne seguiranno il magistero) si muoveranno in direzioni davvero divergenti.

Eppure quel filosofo che andava interrogandosi su autonomia ed eteronomia dell’arte aveva intuito la forza e la possibilità di durata di uno speciale connubio fra contenimento dell’espressione e vibrazione etica, fra abbassamento prosaico e tradizione colta: Manzoni dietro Gadda, e prima ancora Parini e Beccaria. E di questa poesia illuminista e positivista il vero maestro in quel gruppo si rivelerà proprio Risi, di formazione medica come il fratello Dino, perché così si addiceva ai figli di una buona famiglia borghese di Milano, mi spiegava sul suo divanone. Ma anche quel curioso particolare scolastico, insieme con la dura esperienza diretta della guerra e della prigionia, con la temperie post-bellica del neorealismo e con la passione per il film documentario, ha fatto di Nelo Risi il poeta di quella ‘sanità’ e di quella ‘purezza’ che resistono – contro ogni legge della previsione e della convenienza – nei sofferenti e negli sconfitti. Così egli risolveva anche la sciocca e perdurante contrapposizione fra prosa e poesia, rinfocolata anche dalle sottigliezze della critica crociana: nessuna divisione di compiti, di temi o di modelli, nessuna pretesa di superiorità etica, estetica o editoriale dell’una sull’altra. È che ci sono «certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa», tutto qui, solo un fatto di musica.

L’ultimo pensiero mi corre alla sua dolcissima compagna di una vita, Edith Bruck, pure grande scrittrice, e penso che vorrei dirle: sarà, ma a me pare che certe cose dette da Risi suonassero particolarmente bene perché dette da lui, con quel garbo, con quella pervicace voglia di chiarire, di fare luce in un secolo di buio.

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3 Risposte to "Di certe cose che dette da Nelo Risi suonavano molto meglio. È morto l’ultimo grande poeta del Novecento"

Che dire, Daniele, se non ripetere il malinconico e un po’ ingiusto adagio “se ne vanno sempre i migliori”. Se Risi era tra i migliori ce ne accorgiamo, o almeno ci pensiamo, solo adesso. Ma non è solo lui a mancarci; ci manca ferocemente quella temperie civile in cui viveva, scriveva e operava insieme con gli altri.

Grazie Daniele per questo contributo molto sentito e ancora caldamente “umano” (in tempi dove l’umanità sembra ormai appartenere a pochi superstiti di questa debordiana civiltà dello spettacolo che lobotomizza le menti). Conosco poco l’opera di Nelo Risi, ahimè, posso solo dire che mi ha molto rattristato leggere alcuni titoli di grosse testate che hanno riportato la notizia della sua morte. Molte di queste caratterizzavano la figura di Nelo scrivendo “il fratello di Dino”… ecco, forse la poesia non è morta ma resta pane per pochi, se quando muore un “gigante” lo si definisce non “grande poeta” bensì “fratello di…”.
saluti
gc

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