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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 11/10/2015

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di Antonio Lillo

 

Margherita Rimi, LA CIVILTÀ DEI BAMBINI, Libreria Ticinum (Voghera 2015)

Per quanto ci si provi, è impossibile separare la poesia di Margherita Rimi dalle sue vicende umane. I suoi versi, formalmente ineccepibili, non complessi ma assai nitidi, hanno un’attinenza talmente forte alla realtà da condurre a un’immersione emotiva nel suo mondo. La Rimi, neuropsichiatra infantile schierata in prima linea nella difesa dei bambini soggetti a violenze, utilizza il mezzo della poesia per raccontare l’universo umano con cui giorno per giorno viene a contatto. Umano, ‒ attenzione! ‒ che si fa poesia non come autobiografia, ma come testimonianza esemplare di un incontro, per cui è fondamentale il processo di reinterpretazione artistica: si va cioè, non dalla storia alla poesia, ma dalla poesia alla storia: «È la poesia che ci chiede il nome/ quella che vuole essere una storia// quella che chiede di diventare vera». Ne risulta un’opera complessiva dalla forte carica etica, spinta verso l’infanzia e i suoi soprusi ma di una delicatezza e di un pudore irreprensibili.

La civiltà dei bambini, in particolare, appare come una sorta di appendice al precedente Era farsi (Marsilio 2012). Undici poesie sull’infanzia e una lunga intervista che costituisce i tre quarti del libro, tesa a evidenziare i nessi fra poesia, vita e lavoro della Rimi fin qui delineati: «La mia poesia rappresenta il risultato di un lungo processo di elaborazione personale, umano e tecnico, prima di arrivare alla scrittura. Anche gli studi e la pratica di Medicina mi hanno aiutato a mantenere il giusto distacco, una certa obiettività, ad acquisire un controllo sulle reazioni emotive. È naturale essere colti da intensi sentimenti quando si incontrano il dolore e la sofferenza dei bambini, in particolare quelli vittime di abusi e maltrattamenti. […] La scrittura, però, avviene in tempi successivi, quando la storia si pone a “distanza”, e c’è il tempo di guardarla al di fuori del coinvolgimento diretto. In questo modo si arricchisce di nuovi elementi, intervengono anche pezzi di altre storie, frammenti di altre esperienze sotto l’azione della creatività artistica. Così la storia di un bambino diviene la storia di tutti quei bambini che soffrono.»

Gabriella Montanari, ABBECEDARIO DI UNA EX BUONA A NULLA, Rupe mutevole (Parma 2015)

Abbecedario di una ex buona a nulla è, come evidenziato dal suo stesso titolo, un’opera totalmente legata alla dimensione autobiografica e maudit (proprio alla francese) dell’autrice. La struttura del libro è semplice ma di indubbio fascino: le poesie sono ordinate dalla a alla z, con ogni lettera alfabetica che costituisce un capitolo e due poesie per capitolo, 52 poesie in tutto, precedute ciascuna da una nota umoristica. La raccolta è introdotta da una premessa necessaria a comprendere appieno il senso dell’opera: «Ma un abbecedario è anche una sorta di lista della spesa, un promemoria di quel che è bene aver sempre con sé, nella sporta della vita. Nella mia ho infilato i vivi e i morti preferiti, un paio di pensieri ossessivi a cui sono affezionata, qualche rompicapo esistenziale che spero mai risolvere e alcuni luoghi che non mi decido ad abitare o ad abbandonare per sempre. È quel “per sempre” che mi blocca. Credo.»

Le poesie della Montanari emanano una forte fisicità, di chiaro impianto drammaturgico ed evidentemente legate alla sua attività performativa, col loro dettato ritmico, diretto, sardonico se non addirittura sferzante, a volte crudo e teso a ribadire una nudità che chiede di diventare provocazione: mai fine a se stessa, ma intesa come scuotimento, ricerca di un contatto che non sia solo spirituale ma che si faccia tocco, presenza. Non per nulla, in tanto florilegio tematico, le poesie più sentite, e commoventi, sono quelle di maggiore intimità o pregne di una comprensione del dolore che mai cede alla pietà, come quella per l’amico gay che vuole diventare genitore, per la cugina-zia morente, o per la scomparsa del gatto randagio di casa: «finché un giorno/ delle carezze non restò neanche l’ombra/ e nel baleno di una forbiciata si giocò palle e poltrona// da allora non si videro più nei paraggi/ – intenti a masticare polmoni fatti a pezzi –/ gattini sozzi/ con il suo stesso taglio d’occhi».

IL SEGNALE, percorsi di ricerca letteraria

In linea con le opere qui sopra analizzate, il quadrimestrale Il segnale, percorsi di ricerca letteraria, fondato a Milano nel 1981 e giunto al n° 101, apre ogni sua uscita con la rubrica fissa Letteratura e realtà, analizza cioè, attraverso l’opera di un particolare scrittore, i vari rapporti che possono instaurarsi fra scrittura e vita. A seguire quella, viene la rubrica Scritture parallele, dedicata all’esplorazione e allo studio di una nuova letteratura italiana prodotta da scrittori migranti. La visione, insomma, di questa rivista nata in ambito redazionale alla casa editrice “I Dispari” ma favorevole a collaborazioni esterne, è ad ampissimo raggio e fortemente calata nella contemporaneità. Il segnale, infatti, si occupa soprattutto dell’analisi e della divulgazione della poesia contemporanea. Ha una linea assai spartana che richiama in copertina certa grafica di sapore De Stijl.

I contenuti sono quasi tutti di spessore, soprattutto per quanto attiene all’ambito critico. Di particolare interesse, dunque, appare la rubrica Letture critiche: da cui, sul n° 101 ci preme segnalare una bella analisi di Mario Buonofiglio sul valore domestico della raccolta Sangue amaro di Valerio Magrelli, sui nessi cioè fra la poesia e la dimensione casalinga del poeta, attraverso una mappatura della casa interna ai suoi versi. E poi la recensione di Ennio Abate che demolisce sistematicamente, cioè smontandolo pezzo per pezzo ed evidenziandone i suoi punti deboli, non tanto a livello formale quanto nelle sue ambizioni e come specchio storico-sociale, l’ultimo libro di Aldo Nove, Addio mio Novecento. Titolo della recensione, appropriato: Nove senza Novecento. Indipendentemente dal fatto che si sia d’accordo o meno col giudizio di Abate, è bello ritrovare ancora questo genere di stroncature, pacate, pensate, nette, non buone ma nemmeno feroci, in tempi in cui ogni giudizio sembra dover essere espresso come estremismo, rabbia fine a se stessa, o al contrario, non si possa dir male di un libro, per sottintesi favori editoriali.

 

 

 

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