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Giuseppe Lupo, L’ALBERO DI STANZE

Posted on: 25/10/2015

Giuseppe Lupo, L’ALBERO DI STANZE

Marsilio, Venezia 2015

 

 

 

 

di Lino Angiuli

 

«Se questi muri potessero parlare!». Quest’ultimo romanzo di Lupo, composto e proposto lungo il solco di una cifra ormai riconoscibile per originalità e polluzione fantastica, scioglie la riserva recata da questa frase ‘ipotetica’ e, grazie all’inesauribile motore narrativo di cui dispone l’autore, fa in modo che i muri non solo parlino, ma ‒ a chi abbia orecchi per intendere  ‒ raccontino in lungo e in largo le storie “incredibili” di una famiglia che, una generazione dopo l’altra, ha impregnato di vissuti e vicende ogni spazio della propria casamadre, innalzata in verticale, una stanza dopo l’altra, a partire dal fondatore delle fondamenta, tale Redentore Bensalem, prima cavapietre poi mugnaio in quel di Caldbanae, luogo già presente in altre pagine narrative di Lupo. Un albero di stanze che coincide con un albero genealogico, a sua volta coincidente con un albero di storie vissute e narrate all’insegna di una mitologia familiare dal sapore “magico”, che si svolge lungo il Novecento e che giunge fino alla vigilia del primo gennaio 2000, quando svoltano i calendari, i secoli e i destini.

Ma a chi parlano i muri di questa grande casa, in cui vite e morti, arrivi e partenze, fughe e ritorni, miracoli e mirabilia, erga kai emerai s’intrecciano secondo una logica di scatole cinesi, matrioske, catene? Una casa che diremmo “rizomatica”, se non fosse che si muove verso le nuvole (Viaggiatori di nuvole si chiama un precedente romanzo di Lupo)? Parlano a Babele, un medico di origine meridionale che vive a Parigi, con moglie e due figlie, ultimo rampollo della famiglia Bensalem, sceso a Caldbanae per vendere la casa che, dopo un secolo di vita, è ormai vuota di persone ma piena di memorie oggetti echi arredi e storie raccontate proprio dai muri che sono muri speciali già per la loro costituzione fisica. I muri parlano e contano a modo loro mentre Babele ascolta e dialoga con domande veicolate per via emotiva, poiché egli la parola parlata l’ha persa a causa di un trauma infantile.

E dove si trova questo luogo di nome Caldbanae? Sicuramente nel meridione d’Italia, anzi in Basilicata, dov’è nato e cresciuto Lupo. Lo si capisce non solo da certe tracce linguistiche disseminate qua e là (“sugagnostro”; “bellafatta”; “babillonia”, …) o dal fatto che nella locanda approdino cammellieri e turbanti, giacché  l’Oriente e i deserti sono vicini, tanto che il trisavolo di Babele, il Redentore di cui sopra, a un certo punto della vita mugnaia, sceglie di andarsene altrove a visitare la “pietra nera”, lui che dal primo mestiere ha imparato a trattare le pietre come un medico tratta le ossa (non a caso, mutatis mutandis, è questa la professione del discendente medico, capace di interpretare il linguaggio delle ossa). Lo si capisce anche da un prefisso telefonico che l’autore lascia cadere tra le pagine come un indizio indiretto: il prefisso della provincia di Potenza.

Qui, però, non si vuole seguire il tracciato delle milleunanotte che hanno attraversato questa casa, dove sono state ospitate, tra l’altro, una locanda, una drogheria, una sartoria e altro ancora: lasciamo al lettore il piacere di accompagnare Babele nella visita alla casa e alle storie narrate dai suoi muri, crepe comprese. Ci preme piuttosto appuntare qualche riflessione sulla filosofia narrativa di questo autore e sulle coordinate progettuali della sua operazione culturale, confermate da quest’altro lavoro.

Non a caso abbiamo usato, prima, l’aggettivo “magico”: insieme al caposcuola Raffaele Nigro, Lupo ha contribuito a legittimare e rivalutare il pensiero magico come modalità tutta meridiana di percepire il mondo e di caricarlo di valenze simboliche. Siamo, quindi, di fronte al dignitoso e convinto riscatto di una cultura capace di trasferire la realtà in un’altra dimensione spaziotemporale; una cultura caratterizzata da un’antropologia arcaica mai del tutto sopraffatta dalla cosiddetta modernità; una cultura che sa dare l’anima a un intonaco, a una pietra, a un mobile; una cultura marginalizzata solo perché non aderente ai canoni dominanti. Non a caso la famiglia Bensalem riconosce il proprio capostipite nel magio Baldassarre, che avrebbe infuso nella discendenza semi della sua ars magica: la lettura delle stelle, l’interpretazione delle pietre, così come la fantasmagoria di profetiche simbologie.

Simbolicamente parlando ‒ per l’appunto ‒ il viaggio intrapreso dal protagonista è un viaggio conoscitivo effettuato non a ritroso ma ab initio; è uno gnothi seauton assetato di verità, che stavolta non si compie in discesa ma in salita: un’ascesi grazie alla quale, alla fine del viaggio, all’alba del nuovo millennio, il protagonista ritrova la parola, dopo aver ritrovato sé stesso attraverso i racconti che i muri, nel passaggio da una stanza all’altra, gli hanno rivelato e il cui senso non può essere inteso da altri, nemmeno dalla moglie che frequentemente gli dà del matto.

Da Caldbanae quindi ci viene ricordato che vita mutatur non tollitur ‒ si potrebbe dire ‒ visto che le diverse generazioni dei Bentalem (un nome che reca una strana assonanza con Betlem) sembrano inanellate tra loro attraverso uno scambio e una non casuale trasmissione di qualità, temperamenti, aspirazioni, caratterialità, ricordi, sogni: tutto ciò che in una parola potremmo chiamare “eredità” in senso immateriale o spirituale.

Forse Lupo vuole dirci che una famiglia, patriarcale o meno, è una sorta di santuario che merita di essere frequentato con lo sguardo lungo; un riferimento immaginario che può fungere da bussola nel difficile cammino che conduce verso la nostra identità profonda fatta di storie, parole e muri portanti,… crepe comprese.

In ogni caso, grazie all’esercizio del culto dei morti in chiave creativa, è possibile elaborare il lutto in confronto di un passato che, se svolto e riavvolto come un nastro magnetico denso di voci da introiettare nel loro significato profondo, può aprire le porte verso il buon futuro.

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