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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 19/12/2015

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di Antonio Lillo

 

Franco Sepe, LA CORNETTA DEL POSTIGLIONE, Plumelia (Bagheria 2014)

Rafael Ángel Herra, SCRIVO PERCHÉ TU ESISTA, traduzione Franco Sepe, Plumelia (Bagheria 2011)

Di sapore fortemente caproniano, a partire dall’epigrafe della raccolta, meglio ancora pregno delle identiche atmosfere dell’ultimo Caproni, in particolar modo quello de Il franco cacciatore o Il Conte di Kevenhüller è questa piccola ed elegante raccolta di Franco Sepe, dal sapore notturno e surreale, in cui in una atmosfera rarefatta, perennemente nebbiosa, si muove la figura ormai canuta, «da santo», di un postiglione, termine arcaico che sta per postino, che annuncia la sua venuta attraverso il suono di una cornetta, prima di consegnare ai loro destinatari le missive in cui si condensano le storie, e dunque le vite, affidategli e di cui è involontariamente accorato testimone e, per certi versi, traghettatore: «Tra le ombre della brughiera/ la mente andava alle barbe folte/ di tinta forte –/ a prima che incenerissero,/ a quando saranno neve.» Si muove così, in questo paesaggio pre-infernale, indistinto fra passato e presente, in un continuo e frammentario gioco della memoria, questo quasi racconto in versi, dall’andamento anche troppo prosastico, se vogliamo, ma di notevole fascino. 

Nello stesso segno, quello di una poesia indirizzata alle ombre, segnaliamo, a cura dello stesso Sepe, per la stessa casa editrice, la traduzione di Scrivo perché tu esista (Escribo para que existas), prima raccolta di versi di Rafael Ángel Herra, scrittore del Costa Rica, che si snoda attraverso 78 poesie brevissime e brucianti dedicate a una ipotetica musa che, nella sua inesistenza o lontananza, offre spunto all’autore per la creazione di un poemetto sulle possibilità in cui, attraverso la parola, la stessa musa possa prendere corpo, farsi viva: «Scrivo perché tu esista,/ ti scrivo/ perché è un altro modo di inventarti/ e perché tu sappia/ che so godere di te anche da lontano./ Ti scrivo/ perché una tua parola prenda forma;/ ti scrivo/ perché la nostra immaginazione/ attenui la brace dei corpi;/ ti scrivo in balia delle vocali,/ immaginandoti fortemente».

Antonio Spagnuolo, ULTIMO TOCCO, puntoacapo (Pasturana 2015)

«Parlami ancora di te, dei tuoi singhiozzi,/ delle incertezze incredule che non hanno senso,/ perché un certo infinito gioca a beffare/ il turbinio dell’incoscienza». A seguire il commosso Oltre lo smeriglio (Kairos 2014, già recensito in questa rubrica nel gennaio del 2015) quest’ultima raccolta di Antonio Spagnuolo si muove nell’identico solco con una, se possibile, ancora più intensa apertura sulle stanze della propria intimità, mostrandoci dunque la ferita di un lutto ancora non sanato, e dalla cui elaborazione scaturisce questo secondo atto. Libro sul dolore e sulla perdita, è, appunto come l’altro, assai difficile da giudicare. Non certo per le qualità sempre alte della scrittura di Spagnuolo, con versi assai controllati e nitidi, persino nei momenti di maggiore fragilità emotiva o di catarsi, ma proprio per l’evidente esperienza personale che ne scaturisce e che invoca una simpatia immediata sul piano umano, dunque un diverso approccio alla materia poetica, non più estetico ma emotivo. La raccolta si suddivide, come la precedente, in due sezioni: la prima, da cui prende il nome la raccolta, disposta secondo un ordine alfabetico interrotto alla lettera M, da cui poi scaturisce la seconda, Memorie, che conta quarantasette poesie. A differenza della precedente, però, in cui la prima delle due sezioni aveva una carica maggiormente sperimentale e la seconda più lirica, qui non c’è distacco fra le due: l’intera raccolta ha una tenuta assai forte e unitaria nell’umana discesa all’inferno quotidiano della mancanza, e delle sue inevitabili conclusioni: «Sei stata una passione,/ ora sei gesto di estrema solitudine».

Melania Panico, CAMPIONATURE DI FRAGILITÀ, La vita felice (Milano 2015)

«Versi che sono gesti»: è Davide Rondoni nella sua bella introduzione in forma di lettera aperta all’autrice, a dare forse la migliore definizione possibile della poesia e di quest’opera prima della giovane Melania Panico: una poesia rapida, per certi versi istintiva, che non ama «costruire ambientazioni», ma va dritta al punto in pochi rapidi versi che mettono insieme le parole utili a dire ciò che serve fra le parentesi di un silenzio che non si può scalfire: «Ma il silenzio non può/ parlare/ e i palazzi resistono/ e i portoni dei palazzi/ sopportano la pioggia/ restando muti/ fino al prossimo/ mattino». Una poesia, proprio per questo, dal carattere compendiario, assai musicale, con un linguaggio chiaro, e tutta fatta di particolari colti in movimento, con la coda dell’occhio, e messi insieme a ricucire un tutto che, per quanto ci si provi, si può solo rendere nella sua imperfezione e irrequietezza: «è di nuovo questo il dramma:/ non riuscire a raccontare la calma». Di contro, per gli stessi motivi, Campionature di fragilità di Melania Panico dà la sensazione, a posteriori, di un’opera assai ben congegnata, ma a volte eccessivamente elusiva e tesa, fra le sue «cose abbandonate» e le sue continue «rinascite» a ribadirci una fragilità, appunto, tanto sfuggente nell’offrire «un peso alle cose» quanto nel restarci aggrappata al cuore, se non per certi attimi di grazia: «io non so spiegare la poesia/ un gatto silenzioso/ entra nella stanza/ la luce non disdegna/ i passi/ lo sento che gratta piano/ contro la porta/ i suoni sanno tenere testa al tempo».

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