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Vittorino Curci, Verso i sette anni anch’io volevo un cane

Posted on: 29/12/2015

Vittorino Curci, Verso i sette anni anch’io volevo un cane. (Dal diario di un logonauta). Poesie

La Vita Felice, Milano 2015

 

 

 

di Maria Rosaria Cesareo

 

Verso i sette anni anch’io volevo un cane. E allora? Chi non ha desiderato un cane verso i sette anni? Un po’ tutti, diciamolo, c’è chi non ha mai smesso di desiderarne uno. Dunque, cosa c’è di straordinario in questo nuovo titolo di Curci (La Vita Felice, Milano 2015)? Nulla di più banale, consueto, anonimo. Eccola la singolarità: lo straordinario risiede nell’ordinario, in una delle tante frasi raccolte dall’usuale vocabolario quotidiano e raccattata dalla memoria pura e incontaminata di uno scolaro di sette anni: «Primo ottobre nel cortile della scuola. / collane di bambini intrecciano / trame di vendetta […] i nomi potrebbero tornarmi» (giovedì 2).

Sprazzi, lampi di memoria, volti, luoghi, voci, perché «le voci non si dimenticano», oggetti che resistono al tempo: «le fascine per la caldaia / una paletta di ferro, un pallone / un grembiule spiegazzato», quelli, invece, che il progresso ha scippato e portato via per sempre: «le bottigliette di gazzosa con la pallina», «le sputacchiere del cinema», «il catino di smalto», e poi un frenetico susseguirsi di immagini, un almanacco di eventi legati ora alla sfera emotiva più intima, ora a quella più epidermica dove albergano e si alternano, di volta in volta, momenti di ordinaria felicità, dolori, umori, amori.

Parola d’ordine logos :«l’espressione tramite suoni linguistici del pensiero», nella più alta accezione platonica richiamata sul risvolto di copertina, mentre, per scomodare Heidegger, raccolta, silloge. E ancora logos come legame, relazione. Questa la password, la chiave d’accesso al database, al calendario senza tempo che Curci ci invita a sfogliare e percorrere in lungo e in largo: quattro mesi a cui corrispondono le quattro sezioni del testo, ma potrebbero essere quattro lustri, quarant’anni, una vita. Omessi gli anni, così come indefiniti sono i mesi e le stagioni in cui si muove il ‘logonauta’ nel «penoso ritmare dei secoli», solo il tempo può far perdere la misura del tempo, lasciando come flebile indizio un banale giorno 21 di un qualsivoglia, anonimo venerdì: «capiremo più avanti se sarà un giorno memorabile».

Nitido, anche in questa raccolta, il richiamo a Pavese. Curci ne ricalca – con i dovuti distinguo – lo stile palesemente e pavesemente riconducibile a Il mestiere di vivere: il genere diaristico, i pensieri risicati e incisivi, il ricorso alla forma dialogica, la negazione delle immagini tradizionali, una forte presenza dei temi quotidiani, quel suo misurarsi con se stesso – mentre accarezza e tasta la propria solitudine – attraverso un codice che tanto assomiglia a una presa di coscienza, la presa in carico dello scorrere del tempo che, inevitabilmente, invita a fare il punto, il bilancio di una vita:

sabato 17

un pomeriggio di sabato con la stessa

gomma per cancellare e gli stessi errori

viene il dubbio che il tempo non si stacchi

dai nostri poveri corpi e che siamo qui

per farcene una ragione – io però

mi accontento di quello che trovo, delle

due tre parole che mi restano nel sangue

Il cantiere è aperto, il cartello ‘lavori in corso’ non è mai stato rimosso, resiste, anche se ormai liso e ingiallito dallo scorrere del tempo, le ruspe continuano a scavare in un silenzioso fracasso che rimesta i detriti dell’anima accatastati giorno dopo giorno, stagione dopo stagione; galleggiano nell’aria le parole di Curci – alla pari dei sugheri lorchiani – in un tempo e in uno spazio indefiniti, così come emergono le vite altrui pronte per il riscatto dall’oblio, in una sorta di riciclaggio che restituirà loro nuova linfa, altre fattezze: «vite silenziose, mai pronunciate, mai scomparse / dal mio sguardo – oggi, sabato, non piango / né maledico ciò che è stato, sono / un mentore sbadato che ha forzato la sorte / per cercarvi nel cimitero industriale del paese» (sabato 29) .

Sullo sfondo «l’alfabeto delle murge / prosciuga la scena di suoni / va ad eclissarsi / nel tempo-lungo da cui leggete». La Puglia degli alfabeti, come quello «mendace della pioggia», è interlocutrice privilegiata, molto presente in questa silloge di Curci, nido materno e matrigno, terra così amata da volervi fuggire, come quel mercoledì 3: «e ora? che faccio? della mia terra mi riempio le tasche e parto? […] non sei stato forse tu a dire / che il saggio è colui che dà un nome / a ogni filo d’erba, a ogni petalo, a ogni foglia?». Un Sud che si delinea non solo come dimensione territoriale e paesaggistica, ma anche come metafora di assenza, separatezza, agonia, un Sud che non ha definitivamente chiuso i conti con le sue ataviche rese, che tolgono l’aria e tornano in gola : «qui, nelle campagne / spietrate di una terra triste arresa / al sole, una marea multicolore scombina / l’alfabeto dei miracoli, (ancora un alfabeto) si vive alla giornata / confidando negli altri per puro istinto / solidale… qui, sulle vie del sale, è tutto / uno stormire di cartelle cliniche, una penuria di fantasia perché si respira male». (mercoledì 14).

Se è vero com’è vero che siamo il prodotto della nostra infanzia, questo libro di Curci ne avvalora la tesi. Emerge netta l’esigenza dell’autore di sottoporsi, con una manovra di transfert, a una piacevole regressio che lo riporta a rivedersi e confrontarsi con questo piccolo essere che si aggira ora in probabili scenari domestici:  il «sottoscala al civico 57», ora in austeri luoghi di aggregazione: «nel corridoio della scuola», sotto gli sguardi vitrei e minacciosi degli «uccelli impagliati». E per quanto si sforzi, Curci, ricorrendo a funambolici esercizi linguistici e persino al minimale uso delle vocali  (si veda la ‘I’ dedicataria della silloge) a camuffarle e a celarle dietro «un fruscio di flanella», a un «uomo di spalle», ad un pronome personale, si delineano e risaltano netti i profili delle figure ‘certe’, di quegl’mprescindibili punti di riferimento che tanto hanno contato e che continuano a contare parecchio.

«Altro giro altra corsa» recitava monotona la voce nasale e metallica dei giostrai alle feste patronali. Così, le visioni di Curci scendono dalle pagine e ne montano altre per rincorrersi impazzite sui seggiolini del tempo. Sulla pellicola di celluloide scorrono i fotogrammi delle stagioni della vita, l’autore vi è immortalato nelle pose più disparate, ora nel ruolo di attore protagonista, ora di spettatore, ora di comparsa, mentre l’umore oscilla in un continuo flirtare tra eutimia e disforia. Le espressioni tradiscono il disagio: si aggira impacciato e insicuro, si osserva, tentenna, non sempre si piace, a volte si compiace: «faccio un passo e torno / indietro a vedere come sarebbe. / sono contento che qualcuno abbia pensato  /a questo, cose così, memorie contrapposte, / inserti e simboli di conio / crepuscolare, piccole / catastrofi, grumi di / verità che ci sopravvivono».

E in questo secrétaire, in questo scrigno profondo di ricordi, in questo spazio a dimensioni multiple il logonauta prosegue il suo viaggio, delinea la mappa esatta degli ostacoli da scavalcare, delle fratture da sanare, delle interruzioni, dei vuoti a perdere. Fedele alla sua modalità, Curci si conferma poeta originale e borderline (per usare una sua espressione), testimoniando, grazie all’inquieta lucidità che lo caratterizza, l’evoluzione del suo personale mestiere di vivere e di scrivere. 

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