incroci on line

Checco Zalone e l’ideologia della precarietà

Posted on: 13/01/2016

 

checcozaloneChecco Zalone e l’ideologia della precarietà

 

 

 

 

di Giuseppe Angiuli

 

Le vie della manipolazione mentale e del condizionamento culturale – come si sa – sono infinite.

Viviamo un periodo storico contraddistinto per tutti, specie per le giovani generazioni, da una strutturale precarietà che ogni giorno di più si estende inesorabilmente a tutte le tipologie di relazioni tra le persone.

In particolare, il fenomeno della precarizzazione dei rapporti lavorativi e di quelli amorosi sembra ormai affermarsi come la principale tendenza socio-antropologica di questo secolo e nessuno sembra avere la forza per fermare tale immane processo di cambiamento culturale, al punto che ormai nella nostra società si assiste a delle incisive modifiche di fondamentali abitudini di vita a cui solo fino a pochi anni fa tutti sembravamo abituati: in ogni campo, ad affermarsi è la cosiddetta “società liquida” ben descritta dal sociologo Zygmunt Bauman.

In questo contesto, il film surreale e pseudo-comico “Quo vado?”, appena uscito nelle sale a capodanno con protagonista l’attuale eroe dei botteghini Checco Zalone, riesce a fare passare un messaggio tanto paradossale quanto subdolo e mistificatorio, realizzando una pesante ridicolizzazione del concetto di stabilità nelle relazioni tra gli esseri umani, sia nel lavoro che in famiglia.

Nel film il comico pugliese incarna il tradizionale pubblico impiegato in un ufficio decentrato della amministrazione provinciale di Bari, addetto al rilascio delle licenze nel settore caccia e pesca.

Il mondo del lavoro sta rapidamente mutando ed anche ai vertici della Pubblica Amministrazione (un tempo rifugio per tutti coloro che desiderassero mantenersi stretto un posto sicuro quale garanzia preliminare per mettere su famiglia) esigono che i funzionari si adeguino ai modelli contrattuali cosiddetti “atipici” ed accettino la mobilità e la perdita delle tradizionali garanzie, in cambio di una vita surrettiziamente presentata come più eccitante e ricca di nuovi stimoli.

Ma il barese Checco Zalone non ci sta: spalleggiato dagli anziani genitori pensionati, dalla sua fidanzata conosciuta fin da ragazzino e che attende solo di sposarlo, nonché dal tradizionale vecchio uomo politico da “Prima Repubblica” ed amico di famiglia (impersonato da Lino Banfi), prova a fare l’impossibile pur di tenersi stretto il suo “posto fisso”.

A quel punto, i suoi dirigenti provano a mettere in atto ogni forma di ritorsione e di mobbing pur di convincere il riottoso ragazzone trentottenne ad abbandonare le sue sicurezze esistenziali ed a lanciarsi nel nuovo mondo dei rapporti lavorativi atipici e para-subordinati, quelli dove da un momento all’altro puoi essere trasferito di sede e in cui non ti è più garantita né la tredicesima né l’indennità di malattia.

Facendo indossare al comico pugliese i panni un po’ goffi del vecchio modello di impiegato del settore pubblico, enfatizzandone tutti gli aspetti deteriori in chiave caricaturale, il film riesce a trasmettere agli spettatori un messaggio subdolo e subliminale: oggigiorno, tutti coloro i quali ancora pretendono un posto di lavoro stabile e munito di tutte le tradizionali garanzie retributive e socio-assistenziali appartengono al vecchio. In altre parole, il film “Quo vado?”, nemmeno in forma troppo velata, realizza un elogio di modelli culturali e comportamentali in base a cui – per dirla alla Celentano – il posto fisso è “lento” mentre la precarietà è “rock.

Sbaglia di grosso chi pensa che un film di Natale è soltanto un film di Natale.

Per le nostre elites politico-culturali, il cinema costituisce da sempre un formidabile strumento di manipolazione delle coscienze e di ri-modellamento degli schemi culturali verso cui spingere tutti quanti, specie i più giovani, a conformarsi.

La sceneggiatura del film in commento, tra una gag e l’altra, riesce a celebrare tutti i peggiori luoghi comuni dell’attuale pensiero unico “politicamente corretto”: il pubblico fa schifo mentre il privato equivale ad efficienza; gli enti pubblici intermedi (come le Province) vanno aboliti giacchè costituirebbero meri ricettacoli di favori impropri e clientelismo; la stabilità nelle relazioni amorose appartiene solo ai vecchi “matusa” mentre è “figo” avere quattro figli diversi da quattro partner diversi (come accade alla nuova fidanzata di Checco Zalone nel film); e ancora, nella Prima Repubblica si rubava e c’era tanta corruzione, bla bla bla… Sullo sfondo, si riesce a cogliere molto bene il tentativo del regista di ridicolizzare i cittadini italiani meridionali, presentati come i più recalcitranti – dato il carattere tradizionalmente “solido” dei loro valori e legami di clan – ad adeguarsi ai nuovi modelli di vita nord-europei che esigono di accettare una precarietà a 360 gradi, finanche esistenziale.  

Tutti i tradizionali istituti socio-assistenziali – dalla maternità agli assegni familiari – che per decenni hanno garantito le generazioni di lavoratori impersonati dai genitori di Checco Zalone vengono fatti oggetto di apposita ridicolizzazione caricaturale, quasi che essi rappresentassero in sé e per sé una forma di abuso (ed è qui che il film tradisce maggiormente il suo intento subdolo e manipolatorio).

E pertanto, cari ragazzi… se volete essere alla moda, dite addio con allegria e con sprint al vecchio e noioso posto fisso, prendete in giro i vostri genitori se essi sono ancora affezionati a istituti desueti e consunti quali l’indennità di maternità o di malattia ovvero, peggio ancora, all’assegno di invalidità (onta delle onte!).

E giacché ci siete, cari ragazzi, abituatevi a ogni forma di “amore liquido”, proponendo fin da subito al vostro fidanzato o fidanzata di stipulare un contratto a termine a cui agganciare il vostro rapporto sentimentale… 

Annunci

5 Risposte to "Checco Zalone e l’ideologia della precarietà"

non sono d’accordo… sarebbe come dire che Gaber era fascista perché con la canzone “Qualcuno era comunista” prende in giro i comunisti e l’italiano medio… no, questa si chiama “ironia” e Zalone ha capito che vuol dire fare ironia come molti altri prima di lui…

Gentili Daniele Pegorari e Giuseppe Angiuli,
ho letto con interesse i vostri interventi sull’ultimo film di Zalone e i rispettivi interventi dei lettori e siccome anche io, dai lontani anni sessanta/settanta appassionato di cinema, mi sono posto il problema del successo di questo film tento di dare un piccolo contributo. Anche io non ho visto ancora questo più recente film ma avevo visto i tre precedenti, quindi abbozzerò qualche piccola osservazione più sul fenomeno che non sul film, che prima o poi − più poi − vedrò. Nei due vostri interventi e in quelli dei lettori trovo dappertutto elementi condivisibili: vorrei però soffermarmi su un fatto, cui qualche lettore ha già accennato, e cioè che stiamo parlando di cinema e quindi, forse sbaglio, non dobbiamo sopravvalutare l’aspetto del “messaggio”, trattandosi per altro di un film comico. Al proposito condivido quanto si scrive in uno degli interventi: non dimentichiamo che una certa cultura “democratica e di sinistra” − cui pure io mi sento di appartenere per motivi generazionali e per una parte importante della mia vita dedicata all’impegno politico, sociale e culturale – ha molto spesso emesso giudizi miopi su alcuni di questi fenomeni (uno per tutti la comicità di Sordi, stigmatizzata nel famoso morettiano “Ve lo meritate Alberto Sordi!”, che invece ritengo sia uno specchio narrativo-visivo della mentalità e dei vizi italiani valido più di tante analisi sociologiche).
Il ruolo del cinema è quello di realizzare opere che siano la sintesi di scrittura (soggetto e sceneggiatura) e immagini in movimento declinate secondo moduli stilistici specifici della cinematografia, coniugando le esperienze di letteratura (scrittura, teatro, poesia) e arti visive tradizionali (pittura, fotografia, linguaggio cinematografico): tutto ciò serve a “confezionare” (mi si perdoni il termine che può apparire riduttivo: ma realizzare un film costa soldi, molti soldi, che almeno dovrebbero rientrare) un’opera visivo-verbale che racconti qualcosa, che ponga questioni, che faccia riflettere, anche se declinata secondo le diverse modalità dei generi cinematografici: commedia, tragedia, noir, comicità ecc…
Ora, per tornare in argomento − e mi si perdoni il precedente tono didattico: è una mia distorsione professionale, insegno Fenomenologia degli stili − forse accentuare nei film di Zalone l’aspetto del messaggio, occulto o palese, − un messaggio, come scritto negli interventi, per certi aspetti “pericoloso” – è dargli un’importanza che forse non merita e che non penso faccia parte delle intenzioni degli autori (soggetto, sceneggiatura, regia e interpretazione) o per lo meno trovo meno grave dei consolidati e annosi cinepanettoni.
Il problema, secondo me, è che la genialità di Zalone si esprime al meglio nell’ambito e nei limiti dello sketch, della parodia, del ribaltare simpaticamente e, a volte, con magistrale capacità, il politicamente corretto: ma fare un film che dica qualcosa di nuovo, e lo dica con stile alto, è un’altra storia e non credo rientri negli obiettivi di Zalone.
Io mi sono divertito guardando i suoi precedenti film ma già al terzo (Sole a catinelle) avvertivo il senso di disagio che prende lo spettatore, pur ben disposto come me, quando si accorge che il materiale narrativo non decolla e che la battuta soffre di un abusato modello di antica comicità (il ribaltamento di senso rispetto a quello che lo spettatore si attende: per esempio quando il protagonista, sempre in Sole a catinelle, augura a sé e al figlio il raggiungimento di uno status sociale attraverso la possibilità di possedere uno yacht più grande e costoso di quello sul quale, improbabilmente, si trovano).
Insomma siamo d’accordo che il messaggio è importante, ma allora dovremmo prendercela, e ce la prendiamo, con il novanta per cento del sistema globale di comunicazione e di cosiddetta arte: lasciamo a Zalone quello che è di Zalone, divertiamoci quando è capace di farci ridere o almeno sorridere, non carichiamolo di troppe valenze e andiamo più spesso al cinema, questa meravigliosa magia che ci fa ridere, amare, soffrire, riflettere. Certo il problema del messaggio per lo meno ambiguo sotteso al film di Zalone viene esaltato alla luce del dato che i suoi film battono tutti i record di incasso. Consoliamoci pensando che, per fortuna, le alternative non mancano. Al proposito le più recenti pellicole che ho visto sono l’ultimo Spielberg (Il ponte delle spie) e la più recente versione di Macbeth; ancora più al proposito ci sarà sempre qualcuno che dirà che l’ideologia evidente che passa attraverso le pellicole di Spielberg è quella tipica di esaltazione del sistema capitalistico occidentale e della cultura americana in particolare come “patria delle libertà”: ma, a proposito della storia de Il ponte delle spie, il muro di Berlino non l’hanno costruito gli americani, sono stati quegli altri. E qui il discorso sarebbe davvero lungo.
Ma torniamo a noi: come dire, è sempre una questione di stile; è sempre una questione non tanto di “cosa” dire ma di “come” si dice. O no?
Cari saluti a tutti, Pio Tarantini

Caro Daniele, premetto che mi rechero’ a cinema per vedere Quo vado fra un po’, quando sarà finita la fila, che comunque denota interesse popolare, quindi saprò dire se, secondo me, tu cogli nel segno. Subito però mi solletica una considerazione : bisogna essere molto attenti a caricare i film comici di eccessivi messaggi, espliciti o subliminali che siano. Siccome il linguaggio comico e’ per struttura semplice, si rischia di trattare il film come un pretesto. Ma tornero’ sul tema dopo la visione! Waldemaro Morgese.

L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
Dove andiamo?!

Quando i Sordi, i Manfredi, i Tognazzi e persino l’inimitabile Totò (ma possiamo risalire a Petrolini) rappresentavano i vizi degli italiani, deformandone i tratti e ampliandone la portata a fini di comicità, quei vizi non erano una loro perfida invenzione: c’erano davvero. Non in quella forma grottesca, ma c’erano, ed erano palesi. Nessuno se ne adontava, mentre tutti ne ridevano. Così come Zalone (che è un bravo comico, non un pseudo-comico) prende di mira a modo suo la mania del posto fisso, che è stata (ormai non lo è più, per fortuna) sul serio una iattura, non solo o non tanto per colpa di chi la nutriva, quanto per scelta machiavellica di chi la alimentava e la sfruttava ( DC in prima fila).
Se poi insieme al posto fisso sono state distrutte anche le “garanzie”, gli annessi e connessi che mettevano al riparo dalla precarietà, questa è un’altra storia: questa sì che è colpa dei volponi tuttora al potere, proni al nuovo vento che tira in economia. Non si possono forse elaborare garanzie nuove per un nuovo modo di intendere i rapporti di lavoro? E’ solo questione di volontà e lungimiranza politica.
Insomma, l’unico modo che vedo per bilanciare il poso fisso messo in ridicolo dal film, è che Zalone stesso faccia un altro film, in cui metta in ridicolo i meccanismi e le deformazioni della precarietà.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

Acquisto e Abbonamento

Una copia: euro 10,00
Abbonamento annuale: euro 18

Modalità di acquisto:
- dal sito dell'editore (http://www.addaeditore.it/)
- versamento sul c.c. postale n. 10286706
intestato a: Adda Editore, via Tanzi, 59 - 70121 Bari

il nuovo numero di incroci

eventi: Dante, l’immaginario

disclaimer

Il blog ‘incroci on line’ non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità: per questo non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità degli articoli è dei rispettivi autori, che ne rispondono interamente.

Alcune immagini pubblicate nel blog sono tratte dal Web: qualora qualcuna di esse fosse protetta da diritto d’autore, vi preghiamo di comunicarcelo tramite l’indirizzo incrocionline@libero.it, provvederemo alla loro rimozione.

Al lettore che voglia inserire un commento ad un post è richiesto di identificarsi mediante nome e cognome; non sono ammessi nickname, iniziali, false generalità.
Commenti offensivi, lesivi della persona o facenti uso di argomenti ad hominem non verranno pubblicati.
In ogni caso ‘incroci on line’ non è responsabile per quanto scritto dai lettori nei commenti ai post.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: