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Checco Zalone e l’ideologia della precarietà / 2

Posted on: 17/01/2016

 

checcozaloneChecco Zalone e l’ideologia della precarietà / 2

 

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Non mi stupisce il fatto che un prodotto culturale commerciale possa avere tanto successo, ottenere tanta pubblicità e incassare tanto denaro. Accade periodicamente e, peraltro, se non accadesse, non avremmo soltanto un altro comico disoccupato, ma l’intero sistema della produzione culturale ne sarebbe minata. Non ho mai ipocritamente tuonato contro le sexi-commediacce e i cine-panettoni vanziniani e nemmeno contro le canzonette (di cui, anzi, sono abbastanza ghiotto): sono stato un ‘ragazzo degli anni Ottanta’ e la consuetudine con l’industria culturale fa parte del mio dna.

Quello che invece mi ha stupito di Quo vado? è l’immediato interesse della politica (che invece non si era affatto mossa intorno ai precedenti film di CheccoZalone e Nunziante): questa attenzione decisamente seriosa, nonostante l’apparente leggerezza che il mattatore continua a professare, impone di leggere in questo film qualcosa di diverso. Sì, ha ragione Giuseppe Angiuli (che, per inciso, difende il posto fisso non certo pro domo sua, visto che è un libero professionista, forse da una quindicina d’anni): il film è sostenuto dal sistema mediatico perché piace la sua utilizzabilità come manifesto occulto dell’ideologia della precarietà esistenziale.

Distrutte due intere generazioni italiane di Trenta-Quarantenni che la sorte ha scelto come vittime sacrificali di questo processo di riassestamento postindustriale del Capitale, ora pare sia giunto il momento di educare la generazione successiva (diciamo dai 16 ai 29 anni) a pensare non solo come inevitabile, ma anche come più felice la vita liquida: liquido il lavoro, liquida la conoscenza, liquida la politica, liquide le relazioni, liquido lo spazio, liquida la memoria. L’impresa che si vuol compiere con questo sistema è quella di far avvertire come conservatrice la cultura delle tutele legali e come progressista il calpestamento quotidiano delle più normali regole della democrazia sociale. La nostra civiltà del diritto è morta il giorno stesso in cui abbiamo cominciato ad accettare che una legge potesse avere valore retroattivo. E se a fondare questo sistema non sono dei geni del diritto, ma i modesti servi sciocchi di cui è piena la nostra classe dirigente, ecco che il minimo che ti può capitare è la tragedia degli esodati.

Non so dire se Luca Medici e Gennaro Nunziante siano consapevolmente parte di questo sistema di decostruzione/liquefazione politica e culturale, ma non è necessario che lo siano. Per quasi un secolo filosofi geniali come Adorno, Marcuse ed Eco ci hanno offerto gli strumenti per capire che l’industria culturale procede secondo una selezione automatica dei contenuti vendibili. Se non esistono altre condizioni di mercato, l’industria produce quello (e soltanto quello) che può essere largamente consumato: e questo non può che coincidere con ciò che si adegua all’esistente e, dunque, è più largamente disponibile.

Pertanto, dopo aver per decenni colpevolizzato il lavoratore a tempo indeterminato, ora è tempo di riderne. Quello che bisognerebbe capire, però, è che ad essere preso in giro davvero, non è il ‘posto fisso’, ma il precario. E già: perché una volta che ci saremo abituati a considerare ‘figa’ l’instabilità, nessun precario più potrà lamentarsi dell’infelicità della propria condizione e nessuno potrà più raccontare la distruzione che scaturisce dall’assenza di prospettiva.

Poteva ancora raccontarla magistralmente Virzì otto anni fa, in Tutta la vita davanti, in una commedia che era l’esatto opposto di Quo vado? e purtroppo lo erano anche i suoi incassi. Gli è che l’economia cognitiva e l’economia commerciale sono, ahimé, inversamente proporzionali.

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4 Risposte to "Checco Zalone e l’ideologia della precarietà / 2"

da pensionata ex posso fisso molto impegnativo (insegnante scuola primaria), felice di averlo svolto, non posso non concordare con la critica di Zalone ad una certa mentalità da “posto fisso”, come da cronaca più o meno recente (ampia libertà di movimento, assuefazione e/o insofferenza – comprensibile? – alla routine quotidiana, arroganza e supponenza) e come vediamo spesso di persona. Nessuno nega il valore di un lavoro che consente progetti di vasta portata, come creare una famiglia e, soprattutto, mettere al mondo dei figli e crescerli in sicurezza, e tuttavia, intelligenza è anche adeguarsi al mondo che cambia, anche se cambia in peggio. Già nel 1996 veniva pubblicato un libretto dal titolo STATO E DIRITTI NEL POSTFORDISMO, nel quale sette saggisti analizzavano il crollo delle grandi produzioni con la conseguente perdita occupazionale. Ma, si diceva, la flessibilità sarebbe stata indice di “libertà” non immaginando la sua conseguenza naturale: la precarietà. Non criticammo negli anni ottanta la politica di rimpinguamento dei settori lavorativi del pubblico impiego a discapito del debito pubblico? A voler sempre la botte piena e la moglie ubriaca? Quelli erano posti sociali. E sono costati tanto alla comunità. Non c’era stato il film TEMPI MODERNI? Come madre di ben quattro figli, dotati tutti di lauree “importanti”, so quanto i tre maschi devono faticare per restare a galla in ambito di conseguimento di un reddito congruo, con la consapevolezza e la rabbia di sapere che questo stato di cose è, purtroppo, soltanto italiano. In Canada, dove la mia unica figlia femmina ha scelto di vivere e lavorare nel campo della ricerca biologica, la flessibilità esiste, ma un impiego diverso lo si sceglie, non si subisce. Tornando a Checco, il Quo vado è, grazie al cielo, e proprio grazie alla propria ossessione per il famoso posto fisso, un andare da un mondo chiuso, egocentrico, privo di stimoli intellettivi, artistici, emotivamente coinvolgenti, (prettamente provinciale?) verso altri lidi, altre esperienze, altri orizzonti, dove Checco incontra, finalmente “l’altro” e gli altri. Qualunque lavoro, fisso o precario che sia, ci nobilita, ma il “volontariato” ci sublima. Checco passa dalle affettuose cure materne a prendersi cura di … Sceglie una MISSIONE. Si tratta, a mio parere, di un percorso di formazione….

Caro Daniele, io sono tra quelli che ha visto il film per curiosità, ma soprattutto per farsi una risata… Devo dire che non penso che Luca Medici o Nunziante avessero in mente di esaltare la precarietà, o riderne con secondi fini, però, come bene dici tu, loro sono in questo sistema che seleziona da sé ciò che avrà successo, ciò che può vendere: ed ecco così questo film, il clamore che ha suscitato, tutto abilmente costruito mediaticamente, e, di conseguenza, l’ideologia che porta con sé, non premeditata, secondo me, ma inevitabile…

Condivido pienamente la profonda e utile analisi ma propongo anche di valutare il comico pugliese in un’ottica filmografica più ampia. Il tema del lavoro è infatti una costante nei film di Zalone. Nel primo lungometraggio, Cado dalle nubi, il Nostro aveva raccontato le difficoltà di un giovane meridionale alla ricerca del successo in ambito artistico al nord. Successivamente in Che bella giornata aveva giocato sulla polarità di due “lavori” opposti: quello di guardia giurata e di terrorista mostrando come l’antagonismo tra queste due figure sia solo frutto della carenza di comprensione e amore e spiegando che l’unica reale garanzia per la sicurezza è un profondo e umano incontro. Inoltre in questo stesso film aveva ironizzato anche sul gioco occulto di raccomandazioni di matrice ecclesiastica che spesso si cela dietro l’assunzione anche nell’ambito privato. In Sole a catinelle aveva raccontato invece i mali del precariato raccontando di un venditore di aspirapolvere che finisce sul lastrico e, dopo il crollo della sua famiglia, per portare il figlio in vacanza deve inventarsi un viaggio low cost in Molise presso un0a anziana zia. Sempre in questa penultima opera era stato messo alla berlina il mondo dell’alta finanza, mostrato nella sua vacuità e aridità (si pensi al figlio della ricca Zoe affetto da mutismo, che solo la semplicità di Zalone riesce a rompere). In Quo vado? rimaneva l’ultimo tipo di lavoro da dileggiare, il posto fisso, quello più bersagliato da politici e dal sistema economico della società liquida che pretende che tutto sia precario e carente di una prospettiva a lungo raggio. Colpisce in questo caso perché è stato un po’ come sparare sulla croce rossa visto che effettivamente intere generazioni rischiano di essere escluse dal mercato del lavoro e quello che servirebbe per ridare fiducia a tanti giovani è proprio un minimo di stabilità economica e psicologica. Ma d’altronde è innegabile che abusi ci sono stati anche in questo settore e in parte la crisi del posto fisso è frutto anche di una gestione politica errata degli anni della prima repubblica, presa di mira dal più divertente brano del film. Infine per spezzare una lancia in favore del comico si può ricordare che alla fine del film più che un vero e proprio classico lavoro precario, quello a cui si dedicano Zalone e la sua compagna è una missione umanitaria, i cui rischi e difficoltà non sono celati.

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