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MEDI(T)ANDO / Satira e saturazione mediatica. Noterella su «Charlie Hebdo»

Posted on: 23/01/2016

imm1Satira e saturazione mediatica. Noterella su «Charlie Hebdo»

 

 

 

 

di Sara Ricci

 

Dovevo intuirlo dal grigiore di quella mattina di inizio gennaio densa di presagi funesti: il caffè improvvisamente finito, la doccia interrotta nella fase critica dello shampoo che cola urticante negli occhi, lo sciopero non concordato della caldaia,  l’esplodere del morbo influenzale per chiudere in mestizia la tregenda natalizia. Erano chiari segnali che la saggezza popolare non sbaglia mai e che, malgrado non abbia mai trovato zampe di gatto nel lardo e che sul “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrei scrivere un breve trattato di antropologia coniugale, il Leitmotiv “anno bisesto, anno funesto” ha caratterizzato le mie riflessioni mattutine post terza tazzulella di caffè.

Sull’ecatombe artistica e culturale che si è verificata in questi giorni tacerò per lutto (non mi sono ripresa ancora dalla morte di Lou Reed, figuriamoci se riesco a metabolizzare la scomparsa di David Bowie; e Alan Rickman, purtroppo per lui ricordato quasi esclusivamente come il Severus Piton di Harry Potter; e Franco Citti che “ma non era già morto? No, quello era Sergio”, ieri Michel Tournier alla veneranda età di duecento anni, ma la scrittura, quella, è immortale; oggi Glenn Frey, lo storico fondatore degli Eagles che torna a volare con le aquile). Insomma, un superlavoro per gli amanti del necrologio quotidiano, per i commentatori compulsivi da social network, per tutti coloro che, come me, a prima mattina si immergono nel vortice della comunicazione come in un bagno rilassante che si conclude con l’accidentale caduta di un asciugacapelli acceso nella vasca.

Folgorante. Come una serie di post letti, con relativi commenti, sulla vignetta (in climax ascendente: inopportuna, sgradevole, vomitevole, raccapricciante, schifosa, demenziale, aberrante, inconcepibile fino a giungere alle vette di ineffabile turpiloquio che lascio alla vostra immaginazione) di Charlie Hebdo, rivista satirica la cui esistenza è nota alla maggior parte del mondo del web dopo che un attentato terroristico di matrice antisatirica ha sterminato mezza redazione, direttore compreso, a gennaio scorso.

charlie

Andiamo per gradi. Ricordiamo la vicenda del bambino trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, la cui fotografia è divenuta il simbolo dell’esodo di migliaia di profughi e testimonianza delle centinaia di morti senza nome sprofondati sott’acqua. La fotografia lo ritrae adagiato sulla riva, come se dormisse il sonno esausto dei bambini dopo un pomeriggio di giochi sfrenati. Questa immagine ha fatto il giro del mondo, dalle pagine dei giornali al web, dalle televisioni di tutto il mondo alle bacheche dei social network. In questa ondata di dolore collettivo, sgomento e indignazione nessuno ha pensato che fosse inopportuno o sgradevole esporre il cadavere, perché tale era, di un bambino agli occhi dei familiari sopravvissuti, di un padre che ha visto morire moglie e un altro figlio senza poter far nulla. Appena è apparsa la vignetta di Charlie, com’era prevedibile, si è invece scatenato l’inferno. Persone che avevano quasi giustificato la strage, ritenendola una conseguenza naturale degli attacchi alle religioni (tutte, non solo quella islamica, per dovere di cronaca) hanno gridato allo scandalo perché la vignetta offende la memoria di un bambino morto; persone che avevano invece difeso a spada tratta il diritto di satira a gennaio scorso, improvvisamente, arretrano in favore di un giudizioso pudore, invocando una censura non pubblica, ma della coscienza individuale dell’autore che non deve permettersi di oltrepassare limiti di buon gusto imposti da altri. (Il discorso non fa una piega, come si può notare). Io credo che la satira non necessiti di approvazione e che non debba subire alcuna censura poiché è insito nella sua essenza l’essere fuori dalle righe, dagli schemi, dalla logica del buono e del giusto. E che sia questa la sua forza dirompente, la sua potenza rivelatrice di una realtà che facciamo finta di ignorare.

Cosa c’è di realmente disturbante in questa vignetta? Sul serio la si intepreta alla lettera avvalorando l’equazione, tutta occidentale, “profugo siriano – musulmano – pervertita scimmia assetata di sesso”? O non è forse la traduzione di un’equazione ben più pericolosa, quella che si insinua pervicacemente nella nostra coscienza, che ci fa intenerire per il corpicino abbandonato sulla spiaggia e al tempo stesso ignorare e disprezzare l’immigrato maleodorante che invade le nostre città con il suo carico di malattie, pericolose derive integraliste, abitudini che infrangono la nostra pacchia di unici detentori di civiltà? Sia chiaro, la vignetta non fa ridere. Non deve far ridere. Non siamo a Zelig o al bar dello sport (dove peraltro il livello di battute sessiste, omofobe e razziste si spreca senza destare incubi nella coscienza collettiva, tanto considerare effeminato un omosessuale, oggetto sessuale una donna e bersaglio di scherno ebrei, cinesi, neri è un comportamento approvato dalla Congregazione Universale dei Qualunquisti, l’unico partito che vincerebbe le elezioni con percentuali bulgare e senza spendere un centesimo di campagna elettorale). La vignetta è tanto più rivoltante quanto più rispecchia procedimenti mentali e interpretativi prontamente verificatisi. E nel suo intento di metterci a nudo ha centrato il bersaglio. La trovo certamente meno ripugnante dei fotomontaggi in cui quella creatura appariva con le ali, o in una culla a dormire placidamente. Perché dobbiamo ogni tanto tener presente che quelle ali, quella culla gliele abbiamo strappate via anche noi. E Charlie Hebdo ha usato il suo solito linguaggio, volutamente scorretto, fuori dalle righe, caustico per rendere omaggio senza ipocrisie alle centinaia di Aylan di ogni età che guardiamo con orrore se salgono sul nostro stesso autobus o che muoiono in mare, in un silenzio che tutto ingoia indistintamente. Sarò avvezza a questo tipo di “codice” (mi riferisco al linguaggio satirico francese) perché cresciuta leggendo Charlie dai primi numeri e so perfettamente che siamo su due piani abissalmente diversi, non solo di libertà di satira ma anche di forma e contenuto. Il più perfido Altan, irriverente e sarcastico, quello dell’ombrello nel culo, per intenderci (peraltro ispirato da Roland Topor), ci sembra un’educanda a confronto di certe esternazioni del fu Wolinski (uscito per anni e anni su Linus senza destar scandalo, forse perché Linus come Charlie lo leggono in pochi pochissimi e non stiamo parlando di un messaggio alle nazioni a reti mondiali unificate). Lo sberleffo alle religioni nel nostro paese è pressoché inconcepibile, basti pensare alla ghigliottina che si invoca per Vauro ogni volta che vi fa velatamente cenno. Ciascuno ha diritto, sia chiaro, di esercitare la propria indignazione. Sarebbe però utile convogliarla altrove, al cuore dei problemi e non alla vignetta, alla rivista, al vignettista che con un tratto di matita, sgraziato quanto si vuole, mostrano allo specchio chi noi siamo e che cosa siamo stati capaci di fare.

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