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Margherite ad Auschwitz. Poesie sulla Shoah, a cura di Valeria M.M. Traversi

Posted on: 26/01/2016

 

Margherite ad Auschwitz. Poesie sulla Shoah. 

A cura di Valeria M.M. Traversi

Stilo, Bari 2014

 

  

di Raffaele Pellegrino

È possibile, senza alcun dubbio, definire l’opera di Valeria M.M. Traversi, Margherite ad Auschwitz. Poesie sulla Shoah, come un insieme di tre opere cucite sapientemente e criticamente.

La prima opera nell’opera è descritta dal titolo: si tratta di una raccolta di poesie sulla Shoah, appunto, ordinate secondo un criterio cronologico che parte dal 1933, anno di apertura del campo di concentramento di Dachau, per rimanere aperta ancora ai giorni nostri. Il senso cronologico è affiancato da una scelta letteraria come testimonia la divisione in 3 sezioni. Nella prima sezione la voce è dei testimoni diretti, i poeti, gli artisti dietro il filo spinato: da dove scaturisce l’esigenza di scrivere in quelle condizioni estreme, di fare arte nei campi di concentramento, i laboratori di violenza del totalitarismo nazista, le fabbriche della morte (come li definì la Arendt)?

La Traversi, ponendosi questa indispensabile domanda, risponde in maniera convincente, e le motivazioni sono molteplici: l’urgenza di lasciare testimonianza ai posteri di ciò che accadeva, il bisogno di trovare conforto e riparo dal male, la generosità di infondere coraggio agli altri prigionieri, l’illusione di dialogare con i cari lontani, il bisogno di continuare il proprio mestiere di poeta (per chi già lo fosse), l’urgenza di esprimere disperazione, tenacia. Basti pensare alle poesie struggenti della poetessa Ilse Weber, internata a Terezín, la quale dipinge “le anime straziate dal dolore”, accompagna dolcemente i bambini lì prigionieri con ninne nanne piene di speranza per un domani che, nonostante tutto, può essere ancora scorto, seppur in un sogno. “Le maree delle nostre lacrime” (Senza nè pane nè vino di Ausländer) non mitigano “il fuoco di veleno azzurro” (Fuoco di veleno azzurro di Ausländer) impresso sul corpo del poeta né serviranno a far ritornare quelle farfalle di libertà che piange il giovane Pavel Friedmann, internato a Terezín. Ma la poesia sì, Lei sì che resiste a tutto, persino a quel “silenzio mortale” e di cenere che avvolge Birkenau (Notte su Birkenau di Borowski). E la Traversi non si stanca mai, a ragione e giustamente, di sottolinearlo. La seconda sezione dà voce ai testimoni indiretti, fuori dal filo spinato, che riuscirono a sfuggire all’arresto, sentendosi addosso tutta la responsabilità inquieta di dar voce a chi non c’era più. Morte, distruzione e perdita sono il fil rouge che “feriscono” gli scritti di Celan, il quale è convinto che l’unica sopravvissuta in mezzo alle tante morti e alle vite spezzate è proprio la lingua, la poesia.

La terza sezione si fregia di versi di poeti, quasi tutti non ebrei, che “recepiscono” la Shoah, o di chi ha visto l’orrore e si è salvato. Figura, tra gli altri, Anita Piscazzi la quale, dopo aver ascoltato quel “silenzio urlante” nella sua visita a Dachau, affida all’urlo di Munch il gemito nell’abisso concentrazionario nei versi de Le notti del Lager.

La seconda opera (nell’opera) è la corposa introduzione alla scelta delle poesie presentate nel volume che racchiude e include una terza opera, e cioè un’interessante ed efficace digressione sul rapporto tra arte e Shoah – sia nell’universo concentrazionario, sia fuori dal medesimo universo – che permette di cogliere il senso storico e umano di tutto il contenuto del volume.

La domanda fondamentale che “taglia” l’intero lavoro della Traversi è la celebre questione posta da Adorno circa l’impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz a meno di non commettere barbarie. E’ interessante la risoluzione proposta dalla curatrice: se il risultato estremo, o meglio il collasso, della civiltà occidentale e di tutta la cultura mitteleuropea, è stato Auschwitz, allora «la poesia diventa atto di barbarie in quanto deve scavalcare all’indietro la civiltà che l’ha creata alla ricerca di una parola prima che restauri i concetti basilari dell’esistenza umana». L’urgenza di scrivere emerge in tutta la storia dello sterminio nazista, e ciò è evidente dalle parole di Primo Levi, secondo cui «nei Lager i prigionieri sentivano la necessità di raccontare, sapevano che la loro storia doveva essere rivelata e ascoltata», fino a quelle di Liana Millu che, liberata da Birkenau, trova un diario bianco e un mozzicone di matita: «Avevo bisogno di dimostrarmi che potevo ancora scrivere»; la scrittura è sinonimo di libertà e, dunque, di “ritorno tra gli umani”.

Se l’obiettivo dei campi di concentramento è la “cosalizzazione” dell’uomo agli occhi dell’uomo, parafrasando Levi e Weil, allora l’arte in generale, anche e soprattutto quella creata in condizioni estreme, e la scrittura nello specifico, si rivelano l’antidoto spirituale alle intenzioni e alle operazioni di annientamento materiale da parte dei nazisti. Ancora di straordinaria utilità sono le parole di Levi, efficacemente riportate dalla Traversi, a questo proposito, secondo cui testimoniare, raccontare al mondo la propria esperienza è l’atto fondamentale con cui l’uomo poteva ricominciare a considerarsi e ad essere considerato tale; testimoniare è il ritratto della definizione di uomo come essere sociale e civile, ossia come soggetto responsabile: «raccontare è un obbligo morale e civile, un bisogno primario, liberatorio, una promozione sociale: chi ha vissuto il Lager si sente testimone per diritto e dovere, frustrato se la sua testimonianza non è sollecitata e recepita, remunerato se lo è». Anzi, la nostra “anima sociale” è proprio suscitata dall’arte, intesa come mezzo insostituibile di identificazione, per parafrasare David Grossman, anch’egli “incontrato” in maniera pertinente nel volume.

La poesia trascende se stessa e si innalza a “metapoesia metapo(i)etica”: evoca, crea, mantiene viva la memoria, ispirandone il suo futuro, preservandone il presente di cui custodisce il suo passato: è davvero seme di grano, per usare il titolo di una poesia di Sutzkever (Semi di grano) in cui il poeta, recluso nel ghetto di Vilna, si rappresenta mentre scava delle buche per piantare i suoi manoscritti, e ci auguriamo, unendoci alla Traversi, fertile canale di trasmissione e di conoscenza per le nuove generazioni, come le margherite che riescono a fiorire sempre…persino ad Auschwitz.

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1 Response to "Margherite ad Auschwitz. Poesie sulla Shoah, a cura di Valeria M.M. Traversi"

Complimenti Valeria per la tua straordinaria attenzione al tema della Shoah! Conservo ancora gelosamente e attingo a piene mani per i miei percorsi di lettura ai ragazzi a scuola il tuo “Farfalle di spine”, preziosa antologia. GRAZIE!

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