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Lettera aperta per “Margherite ad Auschwitz”

Posted on: 28/01/2016

 

Lettera aperta per “Margherite ad Auschwitz”

  

di Daniela Bisagno

Genova, 27 gennaio 2016

«Dalla cenere nasce il germoglio dell’ardore»
Nelly Sachs, Lettere dalla notte

Cara Valeria Traversi,

ho terminato il mio viaggio attraverso le poesie sulla Shoah, raccolte (mi verrebbe da dire, fiorite, se non fosse una metafora un po’ troppo scontata) nel suo libro, e vorrei provarmi a dirle qualcosa dei pensieri, delle impressioni, che la lettura di questa antologia mi ha suscitati, evitando, per quanto mi sarà possibile, di suonare corde a vuoto, di restare intrappolata in mezzo ai binari di una retorica… blasfema. Una via che lei del resto provvede subito a sbarrare, già sin dal titolo, che accostando due inavvicinabili (la bellezza e l’orrore, la speranza e quel nome, ormai diventato sinonimo di un lutto per il quale ogni fuga nella consolazione risulta vietata) ci invita a guardare non solo al di là della cenere, come diremmo parafrasando Nelly Sachs, ma nella cenere. Quel quasi-nulla che, investito dal soffio primaverile della metamorfosi, fiorisce come un germoglio (Trieb): diviene parlante. «Nei pressi del campo riemergono continuamente i frammenti di ossa, ultime vestigia dei corpi carbonizzati… ossa e margherite dal Lager!», lei scrive nell’Introduzione. Anche queste parole mi hanno ricondotto a Nelly Sachs, segnatamente a un brano delle sue Lettere dalla notte, in cui, accennando agli scavi archeologici iniziati dopo la distruzione di Gerico, l’autrice si domandava quale ardore stesse nascendo lì, fra i cocci d’argilla della città bombardata. Forse la poesia, le parole sorte dalla cenere sono le mandorle in cui si distilla questo ardore, come nelle reliquie dei santi opera, silenziosa, una scintilla della santità (qadosh).

Qualcosa che è, insieme, testimonianza e preghiera, nel senso che la mistica ebraica conferisce all’atto di pregare: mantenere saldi i legami con Dio, affinché egli ci afferri “come chi tira dall’alto verso il basso” – non ci lasci andare. Così la parola-testimonianza, ricettacolo di questo ardore (nell’Introduzione, lei usa i termini «tenacia artistica», «resistenza»), sembra rivolgersi a noi con la medesima caparbietà con cui la preghiera si rivolgeva a Dio, onde mantenere saldi i legami con chi resta. Affinché chi resta non cessi di vegliare sui testimoni, ridotti in cenere, sì, ma in una cenere meravigliosamente parlante, in grazia dell’ascolto che siamo in grado di prestarle. Un ascolto e uno sguardo pietosi che si estendono ad ampio raggio non solo sulle parole, ma anche sugli oggetti e sui luoghi: «Terreni, cantine, soffitte, valigie di mezza Europa hanno custodito fogli, parole, vite», lei scrive. Anch’essi, dunque, sono resti, reliquie parlanti in cui si annida il piccolo “germoglio dell’ardore” (è nel minimo che si rivela il massimo; è nel dettaglio l’abitacolo di Dio, come aveva ben intuito Benjamin) sbocciato dalla cenere, o – detto in altri termini – la «vitalità» fabbrile instancabilmente all’opera nella natura, «quella biologica delle margherite e dei frammenti di ossa, e quella umana delle parole» (pag. 10).

Ma l’attenzione religiosa, nel senso originario del termine (da re-ligio, qualcosa che lega, come la preghiera del mistico, tutta protesa a rinsaldare i legami con Dio) da lei professata verso ogni forma di testimonianza, in special modo quella artistica, nasconde in sé un germe assai più fecondo di quello racchiuso nel semplice, pur apprezzabile, gesto caritativo. «Dar voce alle persone reali “arrotondate” dietro i numeri della storia», che è il fine dichiarato di questa antologia, unire vivi e morti dentro le vene del linguaggio come si ripromette Nelly Sachs, richiede l’esercizio di un’attenzione, non meno incandescente dello sguardo con cui Simone Weil raccomanda di fissare simboli e immagini, sino a farne sgorgare la luce. Significa lasciarsi afferrare da una commozione che non si ripiega infruttuosamente su se stessa, ma si fa slancio, anelito, desiderio di comunione con chi, annichilito dal silenzio, ha pur lasciato una minima traccia di sé, ovvero Senhsucht, nel significato conferitole da Nelly Sachs. Ciò che, attraverso i segni (la particella di cenere, l’oggetto, la parola) vuol essere afferrato è, dunque, anche ciò che ci afferra. La forza della testimonianza sta in questo doppio movimento della nostalgia. In questo duplice soffio che, attivato dall’attenzione (dei vivi), afferra di volta in volta viventi e scomparsi, stringendoli con identici nodi, e il cui vettore privilegiato è, al tempo stesso, una vittima della violenza annientatrice: il linguaggio. «Là dove si fa violenza all’uomo la si fa anche al linguaggio», scrive Primo Levi in una frase tratta da I sommersi e i salvati, che lei non manca di citare. Non per nulla, «la demolizione dell’essere umano partiva proprio da qui» dall’”eclissi della parola”, osserva ancora Levi, presa di mira dai carnefici non solo nella sua qualità di garante della comunicazione (e quindi della solidarietà) fra gli uomini, ma anche nel suo ruolo primario di alimento (le parole danno nutrimento suona all’incirca un verso di una poesia di Avraham Sutzkever). Quasi una sorta di latte originario che sgorga direttamente dalla voce percepibile, la quale a sua volta si distilla nel vaso d’oro del soffio (ruach), principio di ogni funzione vitale. Tanto più, dunque, arrecare violenza al linguaggio significa azzerare i punti cardinali della vita, reciderne le radici divine, come ben sapevano gli autori dello Zohar, per i quali il mondo del linguaggio si identificava con quello delle Sephiroth.

Il Lager è appunto labirinto notturno, asfittico, in cui a essere inibito è prima di tutto il respiro nelle sue declinazioni salvifiche di parola, canto, pensiero, musica («Canta, canta! Alza lo sguardo verso il cielo/ come se ci fosse un Dio lassù… e faGli un cenno,/ come se lassù una grande gioia ci aspettasse./ Siedi fra le rovine del tuo popolo massacrato e canta!», recitano i versi di Itzhak Katzenelson). Perciò, fra le testimonianze, più o meno autorevoli e prestigiose, raccolte nella sua antologia, la voce che più mi ha impressionata per intensità e trasparenza, insieme a Miklós Radnóti, è forse quella di Ilse Weber, musicista, poetessa, favolista, ovvero: autrice in grado di attraversare in simultanea tutti i reami elfici della gioia. Di rompere i sette sigilli dell’oscurità, in cui quest’ultima era stata segregata, per restituirla alla sua dimensione più consona – la luce.

La musica proibita diviene così, in grazia del gesto audace di Ilse (un gesto che tocca tutte le corde del meraviglioso, restituendoci il sapore di certe imprese mitico-fiabesche), musica possibile. Dono e offerta in grado di rinsaldare i legami infranti con la vita – come l’incenso bruciato sugli altari, nei templi ebraici, che allaccia i legami fra i due mondi, umano e divino, dà gioia a entrambi -, di placare il dolore, incluso quello fisico, e alimentare le sorgenti inaridite del sogno (placare e alimentare sono anche i due significati del verbo tedesco Stillen, usato spesso dalla Sachs in questa duplice accezione). «Circondati dalla morte e dall’orrore,/ non dobbiamo perdere la fede in noi stessi,/ dobbiamo costruire altari alla gioia,/ nei quartieri affollati e bui». Si tratta di una gioia semplice, “senza abbondanza” – diremmo citando Giovanni Della Croce – («dalle canzoni semplici facciamo fiorire/ un po’ di felicità e benefico oblio»), perché non riguarda l’avere, ma l’essere. L’essere come grazia, l’essere-al-mondo, perché «”Qualche volta è bello essere al mondo”», poter raccogliere fiori “al margine del minimo esistenziale”, nonostante il Male, nonostante tutto.

Infine, mi permetto di accludere a questa lettera, i poveri versi che ho dedicato a Ilse Weber e ai piccoli che morirono nelle camere a gas di Auschwitz insieme a lei e al suo figlioletto. A esser sincera, Neshamah (in ebraico, ‘anima’) non avrebbe voluto essere, nelle mie intenzioni, che una modesta riflessione sulla morte. Poi, a poco a poco, quasi senza mia volontà, per quella legge della metamorfosi che governa il mondo della poesia, essa si è tramutata in altro. O, a dir meglio, Ilse Weber è diventata l’altro che parlava, al posto mio; che confessava tutto il suo timore della morte ormai prossima, e insieme la speranza di trovare, nelle sue «acque a mandorla», «la rosa promessa». È il coro dei piccoli (in corsivo, nel testo) a distoglierla da questi pensieri, a placarla nutrendola con una ninna nanna, che essi, ormai dissolti in note musicali, invece che in fumo, offrono in dono al loro angelo-infermiera. Inutile dire che questi versi, per quanto mediocri e senza valore, non sarebbero mai diventati Neshamah, se non avessi raccolto i semi sparsi dal suo libro. Perciò mi permetta di ringraziarla ancora con tutto il cuore, proprio oggi, nel giorno della memoria, a cui mi preparo tutto l’anno, ma che ogni volta mi coglie di sorpresa, come la poesia.

 

Neshamah. Il coro dei bambini morti ad Auschwitz

                                                        a Ilse Weber

«Ora la morte è un fiore di pazienza»
Miklós Radnóti, Razgledniche, 4

 

chissà

se sarà amara con me

come l’erba della nascita,

se nell’acqua a mandorla mi farà trovare

la rosa promessa

ora che il vento ha spazzato via

anche le ultime foglie

e (qui) sull’aia pulita sciamano

le anime-farfalle degli ultimi bambini

scesi dal treno.

 

Neshamah Neshamah

(ti pettinerò i bei capelli a ombra

con il pettine d’ambra)

indossa-la-la tunica celeste: non vedi-là

l’ultimo nato, che si strugge d’amore

e già si prepara a restituire

la sua polpa di luce?

 

Nell’orto, guarda!, nessuna traccia…

 

ma tu, diglielo all’Altro prima

che il rosso si posi e si sgretoli

anche l’ultima lettera

di questo cielo

che non ha più madri

 

vestiti e scendi:

gli alberi della meraviglia

hanno anelli nascosti

e sul prato sono rimasti

ad aspettarti ancora,

quei pochi.

Il più piccolo ha mani scure

e occhi grandi e un taglio di tenerezza

alla radice del cuore,

(depone le sue vesti come un fiore

i petali)

Gli altri, in fila ordinata,

inchinano sull’acqua

la corolla sbrecciata delle labbra.

Così leggeri, che basta la brezza

di una foglia che cade

a sperderli in un’aria

musicale…

 

Neshamah Neshamah-madre,

ninna nanna fatta di stelle,

di puri rami fasciati dalla brina

e fragranza di legna riarsa

di scorze di mandarini

deposte

sui cerchi della stufa a profumare

anche l’ultima stanza.

 

Neshamah Neshamah-dolore,

silenzio di grazie maturate altrove,

indossa-la-la tunica celeste

afferra

l’universo per una stella.

Qui

fasciato in garze d’amore

è rimasto intatto

il seme della pazienza…

 

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