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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 15/02/2016

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di Antonio Lillo

 

 

ARGO annuario di poesia 2015, Gwinplaine (Camerano 2015)

Frutto del lavoro editoriale della rivista bolognese «Argo», l’omonimo e assai corposo annuario di poesia 2015 si contraddistingue per l’ampiezza dello sguardo, il continuo dialogo con le altre lingue del Mediterraneo, dialetti compresi, e la qualità degli interventi.

La stessa rivista si era già prodigata, nel 2014, in un primo lavoro di ricerca intorno ai dialetti del nostro Paese, intitolato L’Italia a pezzi. Il titolo resta e indirizza la terza parte dell’annuario 2015, che prosegue la ricognizione con una serie di interviste e recensioni a tema. Tutto il volume, significativamente intitolato Poesia del nostro tempo, è un tentativo di allargare la prospettiva verso le lingue minoritarie dell’area meridionale e mediorientale europea: si susseguono così, nella prima parte, Vicini alla realtà, interventi di grande respiro sulla poesia non solo italiana ma anche greca, turca, israeliana, maltese, irachena e nigeriana. Una seconda parte infine, Argolab, è dedicata alle nuove sperimentazioni poetiche e performative con una particolare attenzione ai nuovi linguaggi poetico-musicali, dal rap al poetry slam, e al controverso rapporto dei poeti con gli ambienti culturali che contestualizzano la loro produzione, anche attraverso il lavoro critico o di traduzione: «mi chiedevo se esistesse qualcosa d’intraducibile… da qualche parte anni fa avevo letto che tutto ciò che non esiste è intraducibile… o parole come Pallaksch venute alla bocca di Hölderlin… parole che si traducono in silenzio, che ci spingono altrove, senza saperlo e senza volerlo. L’intraducibilità è quello che resta di non detto nel passaggio di una lingua all’altra. Ogni parola protegge una parte di sé intraducibile. La parola inespugnata […] la verità che condividono solo il poeta e il traduttore in silenzio…» (dall’intervento di Domenico Brancale Tradurre una distanza).

Tutto il volume, così, lancia di continuo una serie di interrogativi o di stimoli alla discussione che, per ovvie ragioni, non esaurisce nelle sue pagine, ma rimanda in parte alla dimensione digitale, attraverso l’uso di QR code, in parte alla redazione di un prossimo annuario.  

Simone di Biasio, ASSENTI INGIUSTIFICATI, Edilazio (Roma 2013)

«Non si frantuma a dispetto dei titoli/ il mio pezzo di cronaca:/ sono mio nonno e mia nonna/ i padroni del mondo,/ da 59 anni maestri nella diplomazia/ ad incontrarsi in cucina,/ covo caldo di decisioni glaciali,/ e nella credenza stipate ancora/ due o tre saggezze da investire.// “Il dollaro è al tramonto”,/ i miei nonni conservano la filigrana». Libro di forte impronta autobiografica, dallo stile piano, colloquiale, fortemente ironico persino nelle sue composizioni più sentite sotto il profilo emotivo o di considerazione esistenziale, Assenti ingiustificati è l’opera prima del giovane Simone di Biaso, classe 1988. Libro non rivoluzionario ma pieno di calore, che trova la sua ragione d’essere nella volontà di comprendere (nella doppia valenza di abbracciare e di capire) il mondo, attraverso l’osservazione delle piccole cose, dei gesti che regolano il rapporto fra gli esseri, dandogli un particolare valore sapienziale. In tal senso, la capacità di sdrammatizzare qualsiasi situazione in chiave ironica, ma senza mai cadere nella farsa, ci appare la chiave per tale apertura e la cifra stilistica che meglio caratterizza lo stile dell’autore, non solo nei versi, ma anche come approccio alla vita: visione, pertanto, che non si nasconde il male ma anzi lo accetta come parte necessaria del tutto e, proprio per questo, non è mai completamente pessimistica, ma votata, persino nel diluvio annunciato, alla ricerca di quel pensiero che faccia «lievitare il pane», anche a costo di rubarlo al fornaio.

Nicola Muschitiello, LA ROSA ETERNA, Aragno (Torino 2015)

Tutto fuoco d’amore, La rosa eterna raccoglie tre libri di poesie (Non privarmi della tua vita – La rosa eterna – La parentesi aperta) scritti fra il 1972 e il 2012. Amore inteso in chiave provenzale, come già si può intuire dalla dichiarata allegoria racchiusa nel titolo, e in costante equilibrio fra amore erotico e amore mistico, in cui corpo e simbolo si fondono nella parola. Ne nasce un lungo e ininterrotto (267 pagine) dialogo a tre fra il poeta-amante, la Donna e Dio, l’una mezzo per arrivare all’altro e viceversa, non a caso scritti in maiuscolo: «A chi scrive Dio con la minuscola/ io non ho niente da dirgli» ribadisce lo stesso Muschitiello, aggiungendo che la Donna è «la femmina di Dio» nell’unica vera prosa, centrale, della raccolta.

Proprio per questo il libro si muove in una dimensione costantemente aerea, celeste, sospesa anche a livello temporale, e nonostante lo scorrere delle stagioni venga di continuo rimarcato, in una sorta di confusione, ancora simbolica, fra primavera e autunno: non a caso la poesia in chiusura, Novembrile, fonde alle soglie dell’inverno novembre e aprile, così come fa il poeta con le stagioni della vita, attraverso la linfa ricavata dall’inesausta ricerca amorosa.

«Dammi il cielo, una fragola in inverno,/ il cuore cha ha battuto/ per tutta la vita in un sospiro,/ una foglia rimasta nei/ tuoi capelli,/ o non darmi niente –/ un abbraccio, un bacio, non darmi niente,/ solo il cielo –/ un ramo, un remo,/ una precaria forma, ti prego –/ qualcosa che sia eterno/ mentre passa». Tale ricerca viene espressa attraverso un codice simbolico assai preciso, di chiara derivazione medievale: la giovinezza e la vecchiaia, la morte, le forbici, la rosa, la palomba, Dio, il cielo, la pioggia, gli uccelli, gli alberi. Come in un canzoniere medievale, le poesie ripetono senza timore le loro variazioni sul tema, in cui le novità più evidenti sono offerte dai cambiamenti di stile delle tre raccolte, determinati dai diversi periodi di composizione: assai più lirica e musicale la prima, assolutamente prosastica l’ultima.

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