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Aldo Gerbino, Cammei

Posted on: 15/03/2016

Aldo Gerbino, Cammei

Postfazione di Vanni Ronsisvalle

Pungitopo, Marina di Patti 2015

 

 

 

di Franco Sepe

 

Aldo Gerbino, poeta e medico/scienziato, studioso di letteratura e critico d’arte, in questa sua raccolta di prose schiude al lettore l’accesso a taluni suoi ricordi intimi, fatti di incontri e conversazioni con letterati e uomini di cultura più o meno noti. E lo fa affondando le mani nel suo bagaglio lirico di poeta di lungo corso, per ridare voce, attraverso il ritratto di questo o quell’artista o scrittore, attraverso un volto, una fisionomia, un tic nervoso, un detto memorabile, a un mondo rimasto sospeso tra i segmenti di un’opera che permane e la <<naturale sostanza biologica>>, per alcuni di essi, ahimè, svaporata per sempre. A quei personaggi da lui conosciuti e amati, Gerbino dedica dieci profili nella forma di brevi scritti <<già apparsi, ora in forma più larvale nella veste di prefazione o in risvolti di copertina, ora in forma di testimonianza o intervento su riviste>>, come l’autore scrive nella Nota. <<Pagine disinteressate e felici>>, scrive Vanni Ronsisvalle nella sua Postfazione al volume, di <<un poeta di orizzonti generosi e frastagliati>>. Non possiamo qui non condividere gli apprezzamenti stilistici circa la <<qualità alta della scrittura>>, circa il <<fulgore prosastico>>, come pure l’intuizione che in questi testi così ben lavorati e limati la <<funzione logica delle parole viene dopo il suono, [l’autore] privilegia la musica>>.

Dunque, essendo Gerbino uno scrittore siciliano, anche se all’anagrafe risulta di natali meneghini, non stupisce che ad inaugurare questa galleria di personaggi, e qui e là a screziarla, siano nomi di isolani ben radicati in quella cultura millenaria. Ad aprire la raccolta è una coppia di autori, Stefano Vilardo e il suo antico compagno di banco Leonardo Sciascia (Nanà e Sestè). Quest’ultimo riceve nella dimora chiamata la ‘Noce’ – un acquarello di Giancarlo Cazzaniga e una foto di Ferdinando Scianna ad essa ispirati si dividono equamente la copertina – situata in una località nell’agrigentino, insieme al poeta di Tutti dicono Germania, Germania, anche il suo accompagnatore e amico Gerbino. Siamo nella primavera del 1987, e lo scrittore di Racalmuto appare all’estensore di questi medaglioni <<smagrito, affaticato>>, con i probabili <<segni della malattia>> che lo stroncheranno due anni dopo. Ma la diagnosi del medico non resta circoscritta allo stato di salute dell’anziano intellettuale, allora visibilmente affetto da <<una incipiente lipomastia senile>>, bensì, ben oltre la decadenza fisica, ne attesta la disillusione politica ben espressa nell’amaro giudizio su Palermo, patria d’adozione di Gerbino, definita <<città irredimibile>>; giudizio, ovviamente, da estendere all’intero Paese. Man mano che i due scrittori-pedagoghi <<slacciano la borsa dei ricordi>>, per rinvigorire un’amicizia durata quasi mezzo secolo e corroborata dalla naturale bontà di Vilardo (<< La pagina di questo circolo di affetti appare scritta, più che nei versi di Stefano, nella sua stessa persona>>), viene riconfermata, nonostante gli ostracismi e l’incultura che in quei fine anni Ottanta imperavano minando ogni impegno civile, <<la necessità di un segno morale, capace di sottomettere il valore della vita alla scrittura, alla poesia in sé>>.

L’inquietudine, motivo che riaffiora da un colloquio con Elio Filippo Accrocca avvenuto nella prima metà degli anni Novanta, appare come un sentimento, dotato anch’esso di una sua intrinseca eticità, necessario all’atto creativo perché espressione di una <<amarezza sostanziale dell’esistenza, capace di assorbire, accumulare e generare ‘parola’, sostegno e modello del verso>>. La fine di tale inquietudine coinciderebbe, per Accrocca, con la fine della parola, e tuttavia, paradossalmente, con la possibilità di avere finalmente una risposta da dare a se stessi.

Di Elio Pecora, invece, il ricordo è rimasto incistato in una reliquia acustica, associata a una sua sorprendente “interpretazione” di un leggìo corale della fine del XIX secolo, di proprietà dello stesso Gerbino. Dopo una lettura di versi nel palermitano Teatro delle Balate, Elio melismatico, come recita il titolo di questo cammeo, imbracciata una chitarra intona la celebre canzone Te voglio bene assaje, e lo fa con <<appena un’incertezza adagiata tra le note>>, con un fremito; e allora <<per un attimo la sua voce parve abbandonare il palco del piccolissimo teatro per fare ritorno>> al leggìo di casa Gerbino.

La traccia mnestica responsabile della rievocazione di un incontro con Edoardo Sanguineti e, per contiguità, di una più remota, imbarazzante situazione a casa di una giovanissima compagna, è di natura policroma. I calzini di Sanguineti, intravisti alla stazione ferroviaria di Lovanio sotto un cartellone pubblicitario che del poeta nascondeva il volto, <<oscillavano dal verde al bianco, dal rosso all’arancio, – per poi ripetersi, dopo lo stacco di una sottilissima linea grigia, – quasi con effetti da op art>>. A 35 anni di distanza <<quel miscuglio di pigmenti>> percuotendo la rètina sollecita le <<aree neurali diencefaliche>> di Gerbino <<a risvegliarsi dal lungo torpore>>, riportando inesorabilmente alla mente dell’autore i calzini attraversati da <<orribili bande multicolori>>, acquistati dalla propria madre, che egli aveva invano cercato di sottrarre agli sguardi dei famigliari della ragazza corteggiata.

Con Vanni Scheiwiller, noto editore di nicchia al quale l’autore aveva affidato tra l’altro anche una sua raccolta di versi, Gerbino racconta di aver condiviso la Presepomania. Seppure non quella dei folkloristici presepi gessosi, che il collezionista milanese accumulava con acribia, senza troppi distinguo; e di cui una volta fece omaggio, a Palermo, in un mattino autunnale del 1998, al suo cicerone. <<Fu l’ultimo gesso di Vanni, intatto, ancor oggi, contro la sua assenza>>, suonano le ultime battute del testo. Di Francesco Carbone (Francesco. Agro e gentile), giornalista e critico militante, l’autore ricorda lo spirito polemico <<non privo di un’aggressività alimentata dalla sua fermezza e fierezza ideale>>; mentre a Giacomo Giardina, poeta-pecoraio futurista, e anch’egli, come Carbone, di Godrano, Aldo Gerbino ritorna con la memoria per via di un Ciao, Giovanni, da questi rivoltogli impropriamente dopo aver ritirato un premio letterario, giacché il nome dell’autore, che in questa come in altre occasioni si era astenuto dal correggerlo, era stato confuso <<con quello del futurista Giovanni Gerbino>>.

In un omaggio all’amico Ferdinando Albertazzi (Edicola votiva con testa di Ferdinando), apprendiamo della <<fanciullesca musicale armonia>> dello scrittore, torinese di adozione, volta a <<denunciare una ipoacusia, se non la sorda indifferenza, di quest’algida nostra società alle crescenti solitudini di un prossimo-fanciullo e al disgusto per le ribalderie degli adulti>>. Di Antonio Castelli, morto suicida a Palermo nel 1988, nel brano intitolato L’inciampo Gerbino ricorda il viso <<umbratile, asciutto, fornito di pause naturali, esaltate da un impercettibile gioco di mimica tra barbagli e lemnischi. Vòlto aguzzo, proprio come la sua prosa, vigile per quel suo connaturato dovere di “essenzialità” (così puntualizzava Leonardo Sciascia)>>; mentre con Che guarda d’Africa il mare, il pensiero dell’autore indugia su un pezzo di carta con i segni tracciati dall’artista Ugo Attardi, morto nel 2006, <<linee essenziali dell’opera […] quadro che ancora non esiste se non nell’emozione dell’artista>>, ma dove è racchiusa <<l’essenza carsica>> della sua poetica.

In appendice a questa raccolta di densissime prose, che rilanciano con il loro gusto aforistico la passione per un genere oggigiorno divenuto raro, le tavole di Album visualizzano, attraverso fotografie, riproduzioni pittoriche e grafiche, vòlti e opere dei personaggi abilmente – e amorevolmente – schizzati dal letterato e morfologo Gerbino.

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