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Visione fotografica e passione libertaria di Cecilia Mangini

Posted on: 08/04/2016

CECILIA MANGINI_Visioni e passioni_mail (1)

di Daniele Maria Pegorari

 

Un dono inaspettato, come quelli che possono capitarti in Terra di Bari e che ti lasciano un sentimento di gratitudine, spesso accompagnato dall’imbarazzo di saperti un tantino immeritevole di tanta grazia. È così Bari, così i suoi dintorni: distratti, un tantino cinici, sempre in fuga verso il futuro; poi ad un tratto ti ritrovi una sorpresa tutta fatta di eleganza, sensibilità, decoro e fantasia. E la meraviglia in questi giorni, in città, è la mostra fotografica della documentarista Cecilia Mangini (Mola di Bari, 1927), una leggenda vivente, la collaboratrice di Pier Paolo Pasolini, di Ernesto De Martino e di Lino Del Fra, suo marito.

È lei la sceneggiatrice di Antonio Gramsci. I giorni del carcere e Comizi d’amore ’80 e, soprattutto, la regista di film indimenticabili come Firenze di Pratolini, Stendalì (Suonano ancora), All’armi siam fascisti!, La canta delle marane e molti altri, tutti concentrati nel periodo d’oro del documentario italiano (periodo d’oro per molti altri aspetti, in verità), cioè dalla fine degli anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta. Divenuta un’icona della storia del cinema e della cultura pugliese (nonostante viva a Roma ormai dal 1952), anche grazie allo splendido film Non c’era nessuna signora a quel tavolo, a lei dedicato da Davide Barletti e Lorenzo Conte (accompagnato dal libro di Gianluca Sciannameo, Con ostinata passione, Edizioni dal Sud), prodotto nel 2010 dalla Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia ‘Teca del Mediterraneo’ (allora diretta da Waldemaro Morgese), la Mangini è tornata appena tre anni fa a dirigere insieme con Mariangela Barbanente, In viaggio con Cecilia, un film che è una vera poesia. Così come poesia è quella della mostra Visioni e passioni. Fotografie 1952-1965, curata da Paolo Pisanelli e Claudio Domini e allestita da Francesco Maggiore e Maurizio Buttazzo, col sostegno di Apulia Film Commission e di Cineporti di Puglia, ancora per una decina di giorni nell’Atrio del PalaPoste dell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”.

Ai lettori e agli amici di «incroci», da sempre attenta all’arte della fotografia, e da tre anni attiva promotrice della mostra “Scatti di poesia” (il prossimo catalogo sarà allegato al fascicolo di giugno, il numero 33 della nostra collezione), consiglio vivamente di visitare l’esposizione e di perdersi fra i pannelli sospesi nel vuoto metafisico di quello spazio, in cui diventano lamine d’argento e petali luminosi scatti che pure hanno fissato la gravità della condizione umana del ventennio Cinquanta-Sessanta, a cavallo fra i due volti della modernizzazione spinta: da un lato stanno, infatti, le fatiche umane di un apparato ancora fortemente rurale, come nelle Cave di Lipari, connotate dal bianco accecante della pietra pomice, o fra i muri calcinati della Sicilia e della Puglia, gremiti di donne e uomini dai volti scavati, o negli interni domestici e nelle strade sterrate di borghi sorprendentemente simili – accomunati dalla miseria –, a Panarea come a Mola, a Bitetto come ad Adelfia, a Firenze come a Carpino; dall’altro ci sono i segni dell’improvvisa accelerazione industriale nei suburbi di Milano e, soprattutto, gli echi della grande storia internazionale, che in quegli anni ha il volto dei vietcong armati e di due splendidi innamorati di Hanoi che, nonostante tutto, trovano l’incanto di una carezza. Le quasi novanta foto sono la summa della prolungata attività fotografica di Cecilia Mangini – parallela a quella ben più nota di regista – vissuta sia come professione, in qualità di fotoreporter per riviste specializzate, sia come preparazione documentale e artistica dei più celebri documentari.

Esemplari del ricco percorso di quest’esposizione sono tre serie davvero preziose. I cinefili (in questi giorni richiamati a Bari anche dall’annuale kermesse del Bif&st) potranno apprezzare il backstage del film di Jules Dassin La legge del 1958, con Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida e Paolo Stoppa. I cultori di storia si innamoreranno degli scatti inediti del Vietnam in guerra, unica documentazione di un film del 1965 purtroppo mai realizzato. Infine, stupendi sono i Ritratti di alcuni fra i più grandi scrittori e cineasti del Novecento, colti in momenti di sorprendente spontaneità e intimità: Pier Paolo Pasolini liberato in un sorriso inconsuetamente fresco e disteso, Carlo Levi moltiplicato dalle prospettive speculari (sullo sfondo di un suo quadro), Curzio Malaparte colto nel suo letto d’ospedale, forse pochi giorni prima di spirare, Pratolini e Fellini commoventi col mangiadischi e con la macchina per scrivere (utilizzata, peraltro, come ripiano per una piuma d’oca), Zavattini che pare uno dei cento ritratti collezionati sulla parete del suo studio; e poi Charlie Chaplin, John Steinbeck, John Huston e altri ancora.

La mostra e l’elegante catalogo che la documenta sono l’apoteosi del realismo come poesia e come creatività autentica, persino più potente dell’invenzione: «È vero – scrive la Mangini nel pannello introduttivo –, ho privilegiato una visione documentaria della realtà, a partire dalle stesse condizioni materiali e produttive del documentario, dalla libertà espressiva che gli è connaturata. […] Il documentario è il modo più libero di fare cinema».

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