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Dialetto, lingua della poesia

Posted on: 02/05/2016

Ombretta Ciurnelli (a cura di), Dialetto, lingua della poesia

Edizioni Cofine, Roma 2015

 

 

 

di Achille Chillà

 

Ombretta Ciurnelli, curatrice nel 2011 dell’antologia OliveTolive, poesia dell’olio e dell’olivo da Omero ai giorni nostri (Perugia, Fabrizio Fabbri Editore), si è cimentata con un nuovo lavoro antologico significativamente intitolato Dialetto, lingua della poesia, per le Edizioni Cofine di Roma (2015).

Il tono assertivo del titolo si inserisce nella dibattuta ‹‹questione della lingua››, interna alla letteratura italiana e incentrata sullo stereotipo culturale che ritiene la poesia in lingua dialettale un’operazione creativa marginale rispetto alla produzione letteraria in lingua italiana.   

Una cortina di ferro concettuale attraversa anche la critica, divisa tra i sostenitori del primato indiscutibile dell’italiano come unico canale linguistico propriamente letterario ( tra gli altri G. Manacorda, G. Giudici) e coloro che mettono in luce le potenzialità espressive della complessità fenomenologica contemporanea nella poesia neodialettale (come G. Contini, C. Bo).

Come precisato nell’introduzione al volume, una prima distinzione chiarificatrice sul tema si deve a Pietro Pancrazi, che nel 1937 separò la poesia dialettale da quella in dialetto. La prima si innerva nei ‹‹sentimenti connessi al colore esterno e all’ambiente delle parole che usa››; al contrario, la seconda ‹‹non accetta folclore e al dialetto chiede soltanto l’espressione e il suono, la qualità intima che si richiede a ogni altra lingua››.

Un’ulteriore e irreversibile scossa alla pregiudiziale antidialettale fu inferta dalla nozione di neodialettalità di Pasolini, che riscattò la lingua materna da una mera celebrazione di angusti bozzetti paesani in chiave nostalgica e conservatrice. Il poeta friulano nel 1942 con la raccolta Poesie a Casarsa e, dieci anni dopo, curando insieme a Mario Dell’Arco l’antologia Poesia dialettale del Novecento, aprì la strada al nuovo corso del rapporto tra dialetto e letteratura.   

L’antologia solca un mare poetico di duecento anni in cento poeti, prendendo le mosse da Carlo Porta (Milano, 1775-1821) e concludendo con i testi di Dina Basso (Scordia, 1988). Quasi tutte le regioni italiane sono rappresentate nella biodiversità linguistica del volume.

La scelta dei componimenti è stata guidata dal criterio della riflessione metadialettale di ciascun autore, sensibile al clima culturale che nei differenti contesti storici ha guardato con sospetto o avversione l’apertura letteraria al dialetto. Ogni poesia è seguita dal testo in lingua italiana e da un profilo critico dell’autore.

La Puglia è presente nella sua tripartizione territoriale con quattro importanti voci poetiche. Le sonorità garganiche abitano i versi della poesia di Joseph Tusiani e Francesco Granatiero. Quest’ultimo affida al movimento anaforico della poesia Paròule-énece (da Enece, Campanotto Editore, 1994) il proprio tributo creativo alle mille porte della parlata d’origine: ‹‹ Paròule frevute,/ a i labbre arascete me tòrnene,/ fuche de Sand’Andònie››. L’autore, oriundo di Mattinata (FG), associa alla produzione creativa un interesse scientifico per i dialetti, realizzando dizionari delle lingue garganiche. Il componimento Terzulteme, tratto dalla raccolta Ovvero, per Nino Aragno Editore, firmato Lino Angiuli, incanala la constatazione della vitalità odierna del dialetto nelle cadenze della lingua di Valenzano, al centro della Puglia: ‹‹(…) forse pe cchèsse ièdde s’azzecche/ azzicche com’a nna cacciòle nesciuna vriògne/ nesciuna paiure de tuttequande chisse ocché e blabblà/ ca ‘nge skute ‘mbacce la sfaccime voccaperte/ de ‘sta telebuàtta pe mettele mmenz’o sciuche/ de le chiacchiere vacande e pe scriàlle››. Dal Salento giunge la cruciale riflessione di Nicola Giuseppe De Donno con i versi del componimento Dialetto e ppuisìa (da La mia parabola. Sonetti scelti, Manni Editori , 2004): ‹‹Moi, a sta Italia, ognasciu a lli dialetti,/comusìa nu mìraculu, l’è vvia,/ verità, vita l’è, la puìsia››.

La polifonia delle pagine del volume rende chiara la rilevanza crescente della scelta linguistica dialettale, cominciata negli anni Cinquanta in virtù dell’accesso agli strumenti di riflessione culturale di classi sociali dialettofone. L’apparente paradosso dell’uso letterario di una lingua ritenuta, spesso superficialmente, in inesorabile perdita dei parlanti in uno scenario di globalizzazione, trova le sue ragioni nelle profondità identitarie, su cui, per quanto lucida e appariscente, la lingua globale è solo un velo di vernice.      

 

 

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