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Giuseppe Rosato, LE COSE DELL’ASSENZA

Posted on: 29/05/2016

 

Giuseppe Rosato, LE COSE DELL’ASSENZA

Book editore, Ro Ferrarese 2012.


di Maria Rosaria Cesareo

 

 

«Non è un vuoto l’assenza ma un ingorgo / di cose che non sono più, un pieno / che non uno spiraglio incrina / prima di farsi nulla». C’è – nelle ultime raccolte poetiche di Giuseppe Rosato – una tesi comune e ricorrente, quasi onnipresente, che ne scandisce modi e tempi. A chi ha seguito negli anni il percorso poetico di questo autore e frequenta le sue pagine, non sarà sfuggito quel suo reiterato ultimo ricorso a sostantivi quali «distanza», «inganno», «assenza». Le cose dell’assenza, è,  per l’appunto, il titolo dell’ultimo intenso esito poetico della fertile e versatile penna del noto e stimato poeta abruzzese.

Quali, dunque, le «cose» dell’assenza, cosa occupa e intasa questo spazio indefinito e indefinibile, questa mancanza assoluta, vitale, dolce e crudele al tempo stesso che scandisce inesorabilmente i giorni e le ore? È la voce amata che riprende forma in un «brivido sonoro», uno spostamento d’aria, una smagliatura del cuore; la memoria olfattiva che non fatica a ritrovare quell’odore buono, la nostalgia di un abbraccio, un gesto di quotidianità condiviso che si materializza nell’attesa di un inverno amico, in una copiosa nevicata che torna, puntuale, a rinnovare l’antica promessa: «Mandami un po’ di neve ogni tanto, / t’avevo sussurrato, tu / già nell’assenza della tenebra. / Devi avermi sentito se l’inverno / ormai al suo limite indugia / ancora in un mattino di neve […]». Molto cara a Rosato la stagione invernale, così come ricorrente è l’immagine della neve, quasi un filo bianco che, in chiave simbolica, riannoda alla memoria paesaggi e miraggi dell’amata terra d’Abruzzo, come in alcune sue precedenti raccolte poetiche: Oh, l’inverno (1999), La ’ddòre de la neve (2006), le brevi scritture in prosa de La neve al cancelletto di partenza (2008), La nève (2010), Vedere la neve (2011).

Vibra la scrittura poetica di Rosato di percezioni attonite, nella stratificazione dell’io con il suo dolore, attraverso aperture lucide sul reale che rimandano spesso ad uno dei pensieri più antichi dell’umanità, la filosofia cinese dello yin (ovvero ‘lato in ombra della collina’ ) e yang  (ovvero ‘lato soleggiato della collina’), forze opposte da cui scaturisce la tensione necessaria alla vita, alla trasformazione: tenebra-luce, vuoto-pieno, acqua-fuoco, morte-vita, assenza-presenza: «Nella chiusa distanza dalla vita /ora il giorno fa buio dal mattino, /la luce è una memoria / che il mare custodisce e non consente / per gelosia che un raggio se ne spicchi. / Quanta luce durata fino al punto / di frattura, e l’ammantava un vetro / leggero che svelò solo allora / il colore già spento dell’assenza».

Il punto di frattura è, dunque, il momento del distacco, «il passamano che guida al transito» e genera l’assenza e «la distanza» – altro titolo – dalla persona amata.

Assenza come presa d’atto di un incoercibile dialogo ininterrotto, sguardo retrospettivo su un passato che non passa, comunicazione intessuta di piccole grandi cose che si fa cosmica, volo verso una dimensione di vertigine tra sogno e realtà, permanenza e lontananza. E la radice intuitiva dei versi di Rosato persiste in una sorta di nevrosi di ritorno, una coazione a ripetere di una ritualità mentale in cui la memoria non trasceglie, non trasfigura, non assume crudelmente tutto ciò che ritrova, ma lo trasforma in «limatura di luce» rivelando, così, un possibile esito della parola poetica attraverso il riposizionamento sia del senso – da intendersi come ‘sentire’ – che della sensazione, ciò che si è ‘sentito’. E allora val bene correre il rischio del ‘tradimento’ dei sensi se il premio ambito è la presenza immediata, recuperata proprio nella lucida accettazione del suo essere effimera, transitoria, coronata di attimi.

In sostanza, un atto d’amore e di coraggio che legittima e avvalora la vita emotiva. Ci vuole coraggio anche per mancarsi, per arrendersi all’assenza trasformandola e plasmandola in parola: così l’assenza diventa essenza, l’essenza presenza costante e necessaria. E se è vero che il transitivo ‘plasmare’ riconduce al sostantivo ‘plasma’, ebbene, questi ‘legami di sangue’ possiedono la magica energia di annodare due vite per l’eternità e di tenerle oltremodo av-vinte.

Questa breve raccolta, di raffinata elaborazione e di notevole spessore umano è, in sostanza, una piccola summa, asciutta e intensa, dell’itinerario intimo che Giuseppe Rosato percorre ormai da qualche anno, da quando cioè, in un giorno di settembre del 2006, «le cose dell’assenza» hanno preso forma e colore riempiendo i suoi giorni e ogni piega dei suoi versi in un colloquio serrato, malinconico, struggente.

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