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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 19/06/2016

rotativa1

di Antonio Lillo

 

 

Giancarlo Baroni, LE ANIME DI MARCO POLO, Book (Ferrarese 2015)

Opera tutta dedicata al viaggio questa di Baroni, o meglio ancora a quella particolare dimensione fantastica del viaggio, trasfigurato dal bagaglio di fascinazioni ereditate dalle opere che in genere si leggevano da ragazzi, e che così palesemente ne influenza il tono a metà fra racconto d’avventura e biografia, con punte altissime di volo: «che varietà di uccelli/ otarde beccaccini falchi falchetti/ aironi bianchi e grigi, pernici/ galline faraone cicogne pellicani/ cuculi chiurli anatre/ il gipeto barbuto il serpentario/ l’avvoltoio – più di due metri di apertura alare». Altre volte il tono si fa più piano fino a sfiorare la prosa vera e propria con a capo.

È difficile, infatti, definire tutte poesie i testi di questa raccolta, che assomigliano più a dei mini-racconti incentrati su alcune figure esemplari che danno nome ai capitoli, o meglio ancora a dei micro monologhi in cui il personaggio che di volta in volta viene preso a modello, o maschera, racconta in prima persona la propria avventura. Ma l’opera non vive tanto nei versi quanto nel suo insieme, nella struttura sempre controllata ma anche liberissima nel suo spaziare geografico e immaginativo. Marco Polo, a cui è intitolato il libro, non è dunque che il primo di una moltitudine di voci, tutte legate dall’identico destino, vero o immaginato che sia (Ulisse, Amerigo, Bottego…). Resta particolarmente interessante e segnaliamo la sezione dedicata alle città italiane e ai loro santi, sorta di escursione nella storia sacra della penisola che spesso riesce a ridare, attraverso la voce esemplare di uno, l’umanità di una intera cittadina: «[Venezia…] Niente/ di quel che amo mi abbandona,/ migrano gli uccelli verso Oriente// rimangono i loro nidi nei canneti».

Pietro Civitareale, CARTOGRAFIE DI UN VISIONARIO, Di Felice (Martinsicuro 2014)

Poesia leggerissima quella di Civitareale, di leggibilità e musicalità rare nell’odierno panorama poetico, che riesce con poco – vocabolario mai complesso, versificazione assai nitida – a tirar fuori un mondo di grande respiro e freschezza. Lui, nato nel 1934, è considerato uno dei maggiori poeti abruzzesi. La raccolta, come spesso succede, è quasi tutta costituita da versi indirizzati a un tu che, però, hanno più a che fare con la ricerca di sé che dell’altro. Cartografie di un visionario, infatti, vuole essere soprattutto una raccolta in cui si mischiano nuove e alcune vecchie carte per ridare un po’ il senso di un lungo mestiere poetico. E il titolo stesso è indicativo nell’illustrare la volontà autoreferenziale, o auto-narrativa, dell’opera. Eppure, quello che soprattutto stupisce dei suoi versi è il senso di straniamento temporale che si avverte in tutta la raccolta, che a dispetto di capitoli come «L’inverno dei nostri anni» oppure «Il peso degli anni» oppure «Ancora un giorno» sembra registrare il passaggio delle stagioni in una sorta di sospensione, dove ogni cambiamento, minimo o cruento che sia, viene annotato ma sembra come diluito e mai realmente avvertito dall’autore: «C’è il sole e la pioggia, il vento e la neve: un paesaggio intravisto dai vetri dell’anima, pesci in un acquario» e ancora «è come se il tempo si fermasse/ e il nostro sguardo/ si aprisse ancora alla luce». Il libro sembra dunque porsi in un eterno presente dell’anima, non scalfito dal passaggio del tempo e della storia, che scongiura, anche in presenza di testi e sezioni che alludono alla morte o a fare il punto, alcuna volontà testamentaria. Opera dunque, al di là delle sue intenzioni, pervicacemente attaccata alla vita: «(Il trillo del telefono, ricordo,/ che esplodeva nella casa deserta,/ era la fucilata che decapita/ la fiorita di biancospino/ e che faceva del tuo richiamo/ una presenza reale/ in quella luce da finestra/ che rompeva la caligine delle pareti)». Assai pregevoli, infine, le prose della quarta sezione, «Terrestrità dell’essere», eppure la lunga introduzione in cui l’autore scrive un piccolo trattato sul senso della poesia oggi, e attraverso quello racconta la sua storia di poeta.

Piero Amerio, ALTRE PAROLE, Aragno (Torino 2016)

Raccolta in senso letterale, questa di Piero Amerio, da non considerarsi quindi come opera in sé ma come antologia di varie micro-opere, o suite poetiche, che hanno avuto origine in tempi diversi e da diverse occasioni. Una sorta di antologia autobiografica, i cui spunti vanno dalla caduta del Muro di Berlino alla convivenza coi gatti di casa, da un viaggio in Olanda alla storia di un amore a quella del passaggio della Cometa di Halle-Bopp, in cui quindi privato e storia vengono inestricabilmente a convivere attraverso gli scarti determinati dalle sezioni, e toccati dall’esperienza del poeta. Tale varietà viene appianata soprattutto a livello stilistico, avendo Amerio uno stile ben riconoscibile, assai studiato sul piano lessicale, ritmico e denso nel verso, che partendo quasi sempre da situazioni reali, autobiografiche, sconfina spesso nel metafisico quando non, più raramente, nell’astratto: «Quale tempo?/ Questo d’una precoce primavera/ che insidiosamente fiorisce il pruno/ o quest’altro/ che appose incise targhe sulle porte/ e nomi nelle agende accumulò/ e storie di persone e poi/ il suo conto presentò un mattino/ di parole decapitate in monologhi/ dinnanzi allo specchio?» Ne deriva una lettura non facile, impegnativa, cerebrale, che può risultare talvolta fredda e a cui giova, in effetti, la suddivisione in nuclei brevi e autoconclusivi; e anche un po’ il rimpianto per i rari inserti memoriali, o narrativi, in cui Amerio dà fondo alle storie da lui abbracciate nei versi, attraverso il loro sviluppo nel tempo. Inserti che avrebbero meritato, forse, maggiore spazio: «Il seguito della storia va raccontato in altro modo succedendosi anni e gatti. […] Ebbero tutti lunga vita e il loro passare non fu crudele, ma sommesso, come è del cambiar delle stagioni, che nelle nuove si perpetuano. E la storia si continuò…».

 

 

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1 Response to "FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo"

[…] Poesia leggerissima quella di Civitareale, di leggibilità e musicalità rare nell’odierno panorama poetico, che riesce con poco – vocabolario mai complesso, versificazione assai nitida – a tirar fuori un mondo di grande respiro e freschezza. Lui, nato nel 1934, è considerato uno dei maggiori poeti abruzzesi. La raccolta, come spesso succede, è quasi tutta costituita da versi indirizzati a un tu che, però, hanno più a che fare con la ricerca di sé che dell’altro. Cartografie di un visionario, infatti, vuole essere soprattutto una raccolta in cui si mischiano nuove e alcune vecchie carte per ridare un po’ il senso di un lungo mestiere poetico. E il titolo stesso è indicativo nell’illustrare la volontà autoreferenziale, o auto-narrativa, dell’opera. Eppure, quello che soprattutto stupisce dei suoi versi è il senso di straniamento temporale che si avverte in tutta la raccolta, che a dispetto di capitoli come «L’inverno dei nostri anni» oppure «Il peso degli anni» oppure Continua a leggere sul sito di Incrocionline […]

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