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L’ipertrofia editoriale della poesia

Posted on: 28/06/2016

libri2L’ipertrofia editoriale della poesia

 

di Daniele Giancane

Credo che sia il caso – finalmente – di riflettere criticamente sul ruolo della poesia in Puglia, sulla sua ‘visibilità’, sulle sue prospettive. Occorre anzitutto ribadire un elemento fondamentale, che purtroppo sfugge ai giovani poeti (e sul quale sorvolano molti poeti ‘anziani’): il proliferare di readings, incontri, festival, presentazioni di libri di poesia – ormai in ogni luogo della nostra regione, non significa per nulla un aumento della lettura nella nostra Puglia, che purtroppo resta agli ultimi posti in Italia. Conferma che si scrive molto, si legge poco.

Tutti ormai scrivono (magari su Facebook), postano poesie e racconti, senza leggere nulla; mi capita sovente di incontrarmi con giovani che mi danno a leggere il loro lavoro, ma quando chiedo loro cosa hanno letto della poesia del Novecento, almeno la più nota e ovvia – da Masters a Lorca – non sanno cosa rispondere. Si scrive e non si legge. Ma sta montando un’altra illusione, alimentata da editori senza scrupoli (in Puglia ce ne sono diversi): che, una volta stampato un libro (a spese dell’‘autore’ o di cui, comunque, l’‘autore’ è costretto a comprarsi molte copie, almeno per distribuirlo a parenti e amici, il che è uguale, se non peggio), pensano che fare promozione del testo significhi presentarlo in qualche vociante serata di piazza o in qualche pub o in qualche libreria, incontri a cui si presentano esclusivamente amici e parenti del cosiddetto ‘autore’).

Soprattutto il giovane poeta (ma non solo) è gabbato: ha speso, subito e dopo, del denaro, si è presentato come poeta agli amici, riceve i ‘mi piace’ su Facebook e quindi pensa che sia andata bene. E non è così, occorre ribadire (sembra ovvio, ma evidentemente non è così) che un testo di poesia (o di narrativa o di saggistica) ha qualche valore se viene letto e apprezzato dalla comunità letteraria (critici letterari, riviste di letteratura, ecc.). Se il libro viene recensito su quotidiani, riviste (sia cartacee che web), se sull’opera appaiono recensioni, studi, ecc.

Organizzare cento presentazioni di un libro (cosa che può fare qualsiasi ragazzotto, chiedendo ospitalità a pub, piccole librerie di paese, qualche classe scolastica dove insegnano parenti, ecc.) senza ottenere nemmeno una recensione – e non solo su un giornaletto di paese –, è come non aver pubblicato nulla, si è speso a vuoto. Un editore che voglia essere tale deve promuovere il libro nella comunità letteraria italiana; è troppo facile fare lo stampatore (a questo punto, è meglio stampare il libro a proprie spese in una tipografia: meno spesa, più copie da gestire) che offre all’autore qualche presentazione pubblica dell’opera. Così si è stampatori, tutt’al più animatori culturali, giammai editori.

Ma i nostri editori non sanno o non vogliono fare un discorso di qualità: questo vorrebbe dire pubblicare non più di quattro o cinque libri all’anno, scelti tra i migliori, e promuoverli seriamente attraverso i critici, le Università e le riviste. Ma a loro, che interessa? Anzi, più autori, di qualsiasi livello, pubblicano, meglio è.

Per ogni autore ci si guadagna, quindi che pubblichino anche mille all’anno! Abbasso la qualità, la selezione! Così si fa il gioco dell’antipoesia: sullo stesso piano vengono messi qualche autore valido e una marea di mezze cartucce. E così si consuma una sorta di teatro (di serie B, naturalmente: magari fosse un teatro di qualità!): autori presi in giro, eventi culturali che hanno poco senso (a meno che non siano organizzati da specialisti del settore come Daniele Maria Pegorari), editori/mediatori tra autore e tipografia (mediazione ben pagata, ovviamente, in un modo o nell’altro).

Non dico – e concludo – che gli eventi letterari  di cui è costellata la Puglia non si debbano organizzare. Vanno bene, creano movimento, alimentano qualche curiosità, attirano (pochissimo) pubblico, ma si dia ad esse il peso che hanno. Per l’autore è solo un fatto narcisistico, di puro presenzialismo inutile. È vero, anche il narcisismo a volte va coltivato, ma sappia l’autore che è solo quello: una sorta di gita fuori porta.

Nulla a che fare con la ricezione dell’opera poetica da parte della comunità letteraria e giornalistica italiana. Sarà anche per questo avvoltolarsi in se stessa in un gioco pericoloso e vano – tra autori, editori, dilettanti allo sbaraglio e animatori – che la poesia pugliese non è ancora molto visibile, se non in qualche caso, se non in parte per le riviste «incroci», «la Vallisa», «l’immaginazione»?

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21 Risposte to "L’ipertrofia editoriale della poesia"

Mi associo con un po’ di ritardo all’interessante dibattito scatenato da Daniele. In realtà avrei dovuto astenermi, anche perché i vostri commenti hanno analizzato a fondo i vari aspetti del problema. Da responsabile delle pagine culturali del compianto Corriere del giorno, per oltre vent’anni, ne ho viste di ogni tipo: ho un dossier di lettere di case editrici che assegnano presunti premi che danno diritto a pubblicare “a pagamento”, manoscritti e pubblicazioni poetiche persino sgrammaticate, ma anche testi di personaggi la cui vicinanza al potere editoriale ha consentito di avere successo, ma che non hanno da dire niente più di tanti altri. Ho molte convinzioni al riguardo e ho anche vissuto di persona battaglie condotte dai poeti “romani” contro Milano, colpevole di non lasciare spazio chi vive più a sud (nel 2008 fui chiamato dalla sorella della povera Giovanna Sicari a un ricordo organizzato dalla regione Lazio: non si presentò “nessuno”…ma proprio “nessuno” – credo di essere chiaro! – dal Nord di Roma). Recentemente ho ricostruito gli anni passati da Alda Merini a Taranto e ho chiarito, coi documenti, tutte le sciocchezze scritte dai biografi per la presunte grandi case editrici. Sono provinciale, è verissimo. Tanto provinciale che negli anni 90 indussi la Provincia di Taranto a organizzare un premio letterario che premiasse scrittori meridionali. Le due edizioni furono un successo: anche le case di Milano di affrettarono a inviare (e a pubblicare) libri di meridionali. Una provocazione che aveva evidentemente un senso. Non per niente vinsero autori di Sellerio e di Piemme.
Quando a “come gira” la poesia, per non ripetere cose già dette, vi racconterò uno dei tanti episodi capitatimi. Un giorno viene in redazione la mamma di una ragazza che aveva pubblicato un libro di poesie, pregandomi di recensirlo. L’avvisai che io no facevo soffietti ma solo recensioni e lei disse che andava bene qualsiasi cosa, purché il libro venisse “conosciuto”. Disse anche che era mio “dovere professionale”. L’accontentai: erano poesie con forte impronta dark, con qualche ispirazione ma con troppo gusto del macabro e un’ostentata morbosità e una tendenza alla verbosità e alla prosa. Mi limitai a rilevarlo e sollecitai l’autrice a precisare il proprio concetto di poesia e di evitare l’abuso di epistrofe, pleonasmi e ripetizioni, ma senza calcare troppo la mano. Per tutta risposta, il giorno dopo, lei invio sul mio indirizzo mail del giornale, un interminabile tripudio di complimenti a lei inviate tramite facebook, da tutti i suoi amici social, che salutavano in lei la più grande poetessa vivente. Ecco il suo successo, almeno: quello che le interessava.Mi dava una lezione! Checcé ne sapessi di recensioni e grammatica. Quell’episodio mi fece avere contezza di come il mondo stesse cambiando e non l’ho mai più dimenticato.
Mi sono accorto di aver scritto troppo e vi saluto.

Nella sostanza si dibatte di formazione post scolastica o post universitaria, dell’eta di mezzo! Mi spiego & cito:Notte dei Poeti,l’11 giugno u,s, Ostuni; ospite Guido Oldani presentato da Daniele Maria Pegorari e noi pochi intimi ad ascoltarli dialogare di “REALISMO TERMINALE”.

Pochi intimi appunto, come i lettori o scrittori di poesia, come i commedianti, bravi, saltimbanchi d’editoria,come i promotori poveri di
cultura meridionale, pochi intimi, appunto.

Cosicché spazzate le aule scolastiche o universitaria di studenti
inappropriati & consumistici,noi,popolo di mezzo, non dovessimo più azzardare voglie culturali:mai sia!

E la cultura langue per pochi intimi ormai fuoriusciti! I cosiddetti critici
professionali, accademici professionali, poeti professionali, fruitori professionali.

Vorrei una UNIVERSITÀ DELLA SECONDA ETA’, quell’età di mezzo, del dopo lavoro,della formazione continua. Della cultura letteraria che aggiorni,nelle sede appropriate,nelle sedi canoniche,nelle università,appunto.

A scuola, vorrei tornare sempre e ovunque!

mauro pierno

Carissimi tutti,
ho letto con interesse i commenti alle questioni poste da Daniele Giancane nel suo intervento. In realtà, questioni che affrontiamo da tempo. Buona l’idea di Daniele Maria Pegorari di condividerle in un blog. Una proposta che è già un passo avanti nello sforzo di capire e di cercare insieme qualche soluzione.
Di certo i buoi sono scappati…. Negli anni scorsi c’è stato un laissez-faire che evidentemente non ha giovato né alla poesia né al pubblico dei lettori.
E’ diventato di moda fregiarsi di qualche pubblicazione. I giovani spasimano di sentirsi autori, ma gli adulti non scherzano. Ho visto adottare testi che niente avevano a che fare con la letteratura. Ma ho letto anche sui quotidiani commenti critici a più colonne a libri di poesia concepiti come i pensierini della sera. Per contro, libri ‘sudati’ cestinati o liquidati in poche righe. Il mondo procede così. Naturalmente non va sottaciuto l’impegno di critici e giornalisti seri che rendono un servizio alla comunità. E in Puglia ci sono e meritano tutta la nostra stima.
La poesia – che tanto ci appassiona – ha regole precise. Prendere o lasciare. Non si può comporre versi senza aver letto. Ci si impiega una vita a scrivere un buon testo. La fretta porta male. Questo lo dovrebbero spiegare anche a scuola. Già la scuola! Quanti non leggono un libro dai tempi dell’Università o dal concorso per l’immissione in ruolo! Ma neppure questo si deve generalizzare, poiché conosco docenti straordinari che molto si prodigano per i propri allievi. Ho citato la scuola in quanto le cause della disaffezione alla lettura vanno ricercate in più contesti.
Veniamo al proliferare di letture pubbliche, festival e via discorrendo. Gli eventi di ‘piazza’ stanno prendendo il sopravvento sui premi di poesia e di narrativa. In Puglia pare ci sia una ‘epidemia’ (una metafora, s’intende). Ci sono autori della grande editoria ricevuti con il tappeto rosso (ancora una volta il Sud è terra da sfruttare). Lo sforzo economico delle Amministrazioni pubbliche dovrebbe servire a promuovere il territorio. Ma non mi pare che ciò accada se la Puglia continua a essere il fanalino di coda nelle statistiche dei libri venduti o comunque letti. Anche per tali eventi bisogna fare un distinguo. Ad esempio, il recente festival “Notte dei poeti”, guidato abilmente dal Prof. Pegorari, si è distinto, nonostante gli editori non sempre abbiano proposto volumi di qualità.
Il problema dei problemi rimane l’editoria. Dove sono i comitati di lettura? Chi decide se una raccolta è pubblicabile? Lo decidono i soldi. Così non si va da nessuna parte. Gli editori (?) – in pratica – mettono sullo stesso piano i principianti e gli autori maturi. Qualcuno coraggioso c’è, ma va cercato come l’ago nel pagliaio. I più stampano e abbandonano l’autore al proprio destino. Se va bene, lo chiamano per qualche presentazione. Il diritto d’autore è un’utopia. La distribuzione è pressoché inesistente. Le recensioni sono affidate al “se conosci qualcuno”.
Tuttavia io resto fiduciosa: nel principio di democrazia (ciascuno è libero di agire come crede), nel talento di tanti autori (in Puglia ci sono poeti di spessore) e nella serietà professionale di critici come Catalano, Pegorari ed altri.
I giovani sono importanti. A qualcuno bisogna pur lasciare il testimone. Ma vanno guidati, consigliati. Scelti! Talvolta un bel no farà male, ma forse sarà apprezzato in seguito. In tanti casi i genitori compiacenti fanno danni irreparabili. Due anni fa mi fu chiesto di organizzare una serata per un tredicenne già autore di due pubblicazioni di poesia. L’altro ieri mi esortavano a incontrare un ventenne indeciso se pubblicare con un’editrice barese (e comprare delle copie) o preferirne una campana che, a detta dei genitori, avrebbe pubblicato gratis. In entrambi i casi non volevo scioccarli, ma non ne ho potuto fare a meno.
Eppure c’è tanta gente che lavora in maniera silenziosa. Occorre tener conto degli sforzi di tutti. Noi del Movimento Internazionale “Donne e Poesia” – da oltre un trentennio – ci adoperiamo per tener desta la fiamma del linguaggio di genere. Lo facciamo attraverso confronti ad ampio raggio, dibattiti e traduzioni.
Le riviste letterarie qualificate hanno il merito di aggregare e sono punti di riferimento non solo nella regione. Forse bisogna essere più coesi, più collaborativi.
Di una cosa sono certa: la buona poesia ci rende migliori. Tutti. Perciò vale la pena di lottare.

Il dibattito suscitato dall’intervento, condivisibile, di Daniele Giancane e alimentato da numerosi interessanti contributi, tra cui quelli di Pegorari e De Santis, dischiude molteplici possibilità di riflessione, ma suscita anche amarezza:
a) la pletora di autori (non di rado anche sintatticamente e grammaticalmente claudicanti) e di case editrici improvvisate ha ingenerato, nella realtà pugliese, ma più genericamente italiana, un meccanismo perverso che limita la possibilità dei critici più esperti di esaminare quanto pubblicato ed esprimere pareri e giudizi, magari intravedere potenzialità ancora in boccio e stabilire di seguirne il percorso. Ne consegue che molto si proceda per conoscenze, anche per ciò che concerne le recensioni delle testate giornalistiche, delle rubriche televisive o, meno (a dire il vero!), delle poche riviste letterarie. Questo impedisce, o rende perlomeno difficilmente estrinsecabile, l’opera di setaccio che dovrebbe essere compiuta dalla critica letteraria, che mi sembra abbia in parte addirittura abdicato rispetto a tale doveroso compito;
b) a livello nazionale è riscontrabile, in molti casi, un appiattimento del valore letterario, sulla scorta di mode e tendenze che rendono seriale buona parte della produzione libraria destinata al grande pubblico. Se negli intenti del postmodernismo l’interscambio tra caratteristiche della letteratura alta con quella della cosiddetta Triviallitteratur si è rivelato fecondo e foriero di capolavori, ritengo sia ora necessario tornare a mirare a un produzione di segno elevato (e fortemente letteraria e metaletteraria) che si distingua dalla sciatteria imperante. O dalla serialità radical chic che caratterizza certe tendenze, alimentate da alcune figure di editor, della grande industria culturale;
c) la mancanza di un solido sostrato di letture da parte di molti tra coloro che accedono all’arte della scrittura è purtroppo una realtà; mi spingerei addirittura ad affermare che un autore, giovane o no, che praticasse consapevolmente la mellificazione finirebbe con l’essere svantaggiato rispetto ad altre esperienze, magari foriere di apparente freschezza (dote non di rado sopravvalutata), ma non altrettanto intellettualmente consapevoli.
Alcuni tentativi di reazione a tale circolo vizioso potrebbero essere:
a) la creazione di maggiori occasioni di condivisione tra critici letterari della vecchia e della nuova guardia, purché non si consideri tale il recensore improvvisato, magari carente di una preparazione di base relativamente agli indirizzi e alle metodologie proprie di tale arte, oltre che di un solido sostrato di letture (Scriveva Croce che “il critico specialista della letteratura contemporanea, se non possiede lo sfondo universale dell’arte del passato, non è in grado di riconoscere quella che è propria del presente o è portato a esagerarne il significato e il valore”);
b) organizzazione periodica di momenti collettivi di poesia e letteratura che annoverino esperienze selezionate, cui, aldilà del gusto del singolo critico (non assolutizzabile e comunque inevitabilmente soggettivo), si riconoscano peculiarità interessanti;
c) questa proposta è sicuramente utopica, ma realizzarla sarebbe una vera conquista: l’istituzione di un bollettino che annualmente pubblichi recensioni di almeno tre critici sui libri ritenuti meritevoli di segnalazione, tra tutti quelli pervenuti in redazione. La garanzia della serietà risiederebbe nel fatto che ogni testo dovrebbe essere inviato ad almeno tre studiosi e due lettori forti (alcuni blogger non sono davvero da sottovalutare), che dovrebbero impegnarsi a recensirlo, positivamente o negativamente. La recensione sarebbe garanzia dell’avvenuta lettura, fosse anche frettolosa… I giudizi sarebbero inviati all’autore e all’editore, ma non pubblicati in caso di netta negatività (infierire è inutile e inelegante). Qualora, per due annate consecutive, il sessanta per cento dei libri inviati da un determinato editore dovesse ricevere riscontri negativi, il suo parco pubblicazioni non sarebbe più tenuto in considerazione, se non in seguito a circostanziata segnalazione di un critico letterario o di un blogger.
Solo un’alleanza tra chi ama la letteratura e opera ai fini di divulgare i testi di valore può aiutarci a venir fuori dal magma che si è creato, se è ancora possibile…

Gentile prof. Giancane,
a mio modesto avviso i temi sono molteplici (e danno luogo ad altrettanti punti di vista possibili sulla questione).
1. Si parla di ipertrofia di pubblicazioni in versi e di discutibile qualità: non credo che si tratti di un problema relativo alla sola editoria di poesia, purtroppo. La crisi dell’editoria e le relative scelte adottate per far quadrare i conti in cassa riguardano molti tipi di pubblicazione, a tutti i livelli: sarebbe un errore, a mio parere, non osservare come la scelta – per esempio – di una grossa collana di narrativa di un importante editore nazionale in cui si pubblica un autore che si reputa “vendibile” per tanti motivi extra-letterari, sia del tutto assimilabile alla scelta di un piccolissimo editore di poesia che stampa un libretto riscuotendo gli incassi direttamente dal suo autore. Cambiano i numeri, cambia l’algoritmo, ma non cambia la sostanza. E la sostanza è l’estromissione del giudizio sulla qualità letteraria durevole (o passibile di durevolezza) dai criteri di selezione di un’opera da pubblicare. Purtroppo accade sempre più spesso.
2. C’è una tendenza che avverto in questi ultimi anni, ovvero una sempre più massiccia presenza di quello che provo a chiamare “immaginario editoriale” (l’editore, il marchio, le figure che compongono la redazione, editor, uffici stampa, etc.) tra i nodi più dibattuti quando si parla del pianeta letteratura. Mi corregga, se sbaglio, chi ha vissuto attivamente la cultura nei decenni precedenti a questo: ho l’impressione che gli editori, soprattutto i più piccoli, lavorassero piuttosto dietro le quinte. Non so quanto spesso fossero chiamati in causa come responsabili del malessere della letteratura o di una sua manifestazione in particolare. Ho avuto la fortuna di poter attingere alle biblioteche di nonno e suocero, lettori fortissimi che hanno accumulato una quantità incredibile di titoli di poesia, e vi ho trovato certe porcherie che a oggi sarebbero impensabili, e per qualità editoriale, e per qualità letteraria. E prime opere di autori che forse oggi non sarebbero arrivati a pubblicarne una seconda, e che invece piano piano hanno definito la propria voce e si sono affermati fino a noi. E nelle stesse collane ho trovato invece libri belli e duraturi. E libri dimenticati riempiono i vecchi cataloghi di importanti e longeve collane di poesia, testi epigonici o di tendenza a cui oggi si fatica ad attribuire un senso, foss’anche solo documentario. Tutto questo per dire che editoria e letteratura, sempre a mio modesto avviso, non coincidono completamente e che forse andrebbe ribadita una distinzione di figure e relativi ruoli nella percorso che intraprendono i libri (o le opere?): dalla selezione alla pubblicazione, dalla pubblicazione alla ricezione. All’editore spetta il compito di selezionare ciò che reputa pubblicabile in base ai suoi parametri, sindacabili. Al critico il compito di individuare, per dirla con Calvino: “chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (senza voler nulla togliere all’inferno). E gli tocca svolgere il suo da “testimone”, per richiamare il da lei citato Pegorari, compito ingrato eppure fondamentale, proprio perché comporta una capacità di discernimento che non si acquisisce necessariamente con la frequentazione delle accademie o delle redazioni di riviste e giornali – benché questi ambienti forniscano un sovrappiù di strumenti utili . Quella capacità è a mio avviso di pochi, pochissimi. Anche l’opinione del critico è opinabile, ovviamente: sta alla sua competenza e alla forza della sua argomentazione riuscire a spiegare e persuadere altri della sue scelte e contribuire così a rendere la storia di un libro più duratura e significativa per tutti.
3. Tutti. Tutti chi? Lettori di poesia (pochi, ma comunque lettori) si aggirano silenziosi intorno a noi. Ho visto commercialisti e informatici e periti tecnici precipitarsi in libreria per acquistare poesie di noti contemporanei di cui avevano sbirciato due versi in un post su facebook. E parlando con loro ho scoperto un mondo di letture ampie e consapevoli. Non conoscono le riviste di poesia, non distinguono un piccolo editore da un altro, uno a pagamento da uno non a pagamento. Gradirebbero, sì, essere consigliati e guidati nella scelta, ma non si occupano di letteratura: sono solo e semplicemente lettori. Amerebbero poter ascoltare una lettura di poesia nella piazza del proprio paese e – a differenza di molti critici e di molti docenti e di molti parenti/amici di poeti, che spesso ricevono le copie in regalo – alla fine dell’evento probabilmente acquisterebbero il libro.
Ebbene sì, loro esistono. Forse potrebbero essere molti di più, o forse potrebbero potenziare il loro status di lettori consapevoli se gli eventi si moltiplicassero (crescendo contestualmente in qualità); se, invece di opporre la visibilità momentanea dell’evento al valore duraturo della ricezione critica, si tendesse a mescolare un po’ le carte: si portassero più scelte critiche nelle piazze, si promuovessero gli eventi considerati di valore nelle sedi critiche. Se fossi poeta, probabilmente desidererei rivolgermi a un pubblico ideale un po’ più ampio di una ristretta cerchia di critici e accademici o addirittura giornalisti (con tutto il rispetto possibile per queste figure, lo ribadisco); probabilmente vorrei che la mia poesia, la mia lingua si confrontassero anche con palati meno avvezzi a questi gusti. Noi lettori comuni siamo contenti quando voi critici prendete in mano la direzione di un evento di poesia nelle piazze o nelle librerie, perché abbiamo la fortuna di poter crescere in consapevolezza: altri eventi organizzati per compiacere il narcisismo di poeti ed editori, o per raccimolare un po’ di consenso elettorale, o per sperperare due spiccioli rimasti nel fondo cultura delle amministrazioni comunali, bene, questi eventi ci sono e ci saranno sempre. Noi speriamo sempre in una proposta alternativa, generosa, entusiastica da parte di chi ha gli strumenti per poter corroborare l’amore per la poesia in chi già ce l’ha, o farlo nascere in chi non ce l’ha. Qualcuno porterebbe a casa qualche libro da leggere a tu per tu col poeta (come dice Lino Angiuli). Poeta che però, forse, prima non aveva avuto l’opportunità o la fortuna di incontrare.

Cordialmente,
Serena Di Lecce

Esattamente quarant’anni fa sottoposi a Giuliano Manacorda gli stessi interrogativi che Daniele Giancane ha voluto condividere oggi con noi. Andai a trovarlo alla Sapienza per consegnargli il dattiloscritto della mia prima raccolta di poesie, La cravatta di Stolypin, che Spagnoletti accolse nella collana di Lacaita. Manacorda, con il quale eravamo da tempo in corrispondenza, aveva accettato di scrivere una prefazione. Era il 6 luglio 1976. Approfittai dell’incontro per intervistarlo sulle tendenze allora attuali della letteratura, sulla marea di pubblicazioni che già allora inondavano case editrici e librerie, sulla proliferazione della poesia in particolare, sulla funzione ed eventuale validità dei premi letterari, maggiori-minori-minimi, di cui si fregiavano soprattutto d’estate numerosissime località turistiche, dal nord al centro al sud.
Insomma, lo interrogai su tutte le questioni su cui ancora oggi dibattiamo. L’intervista uscì sulle pagine culturali de “La tribuna del Salento” curate da Ennio Bonea, ma può essere agevolmente letta (mi si perdoni l’autocitazione) nelle mie Scritture brevi. Incursioni nell’ultimo Novecento (Manni, 2002).
Soddisfatta la mia dose quotidiana di narcisismo (si parla anche di ciò non solamente nell’intervento di Daniele!), desidero soffermarmi sulla risposta che Manacorda diede alla seguente domanda: Qual è la funzione del critico in una situazione così fluida? Risposta sintetica: non affogare nella marea dei testi, evidenziare le linee di reale avanzata della letteratura, individuare i nomi che meritano di essere seguiti.
Ecco il punto nevralgico, caro Daniele e cari amici, su cui vorrei indirizzare il dibattito: la funzione della critica, l’esistenza di critici coraggiosi, esigenti ma disposti a disegnare nuove mappe, a discriminare, a essere pionieri verso le nuove frontiere delle letterature regionali, a mappare le geografie letterarie. Insomma, c’è innanzitutto bisogno di uno stuolo di validi studiosi (accademici e non) disposti ad accettare la difficile sfida di battere sentieri sconosciuti e poco frequentati, che aprono nuove piste.
Per far intendere meglio la mia opinione voglio essere brutale: tra un accademico che pubblica l’ennesimo saggio su Dante o Leopardi e un altro che fa ricerca sul campo, mappa e seleziona gli autori periferici e le nuove dinamiche culturali della sua regione, preferisco di gran lunga quest’ultimo.
Per rimanere nei confini della Puglia, la mia più incondizionata ammirazione va verso il compianto Michele Dell’Aquila, autentico pioniere insieme a Mario Marti, a Ennio Bonea, a Donato Valli; verso Raffaele Nigro, punta di diamante della nostra letteratura; verso voi, cari Daniele Giancane e Marco I. de Santis; verso gli eredi dei nostri più grandi maestri in fatto di critica letteraria, primi fra tutti Ettore Catalano e Lucio Giannone. Chi li conosce, sa che mi riferisco a loro come autori e curatori di antologie sulla letteratura in Puglia o come recensori sulle riviste specializzate. Auguro a Pegorari e a altri giovani docenti universitari di Italianistica di contribuire strenuamente a portare avanti e esportare fuori le loro ricerche sul campo.

Ho volutamente privilegiato il ruolo della critica letteraria per ovvie ragioni. Spetta ai critici assumersi la grave responsabilità di vagliare, selezionare, proporre, combattere, dibattere e controbattere. Ai margini di questo immenso carico di lavoro, ma proprio ai margini, c’è il sottobosco che non deve affatto né allarmarci né scandalizzarci.
Nessuno di noi deve sentirsi minacciato dalla proliferazione di sedicenti poeti (per limitarci alla poesia, nostra croce e delizia quotidiana). Perché i calciatori della nazionale, attualmente impegnati nella grande sfida del confronto europeo, dovrebbero sentirsi minacciati da migliaia e migliaia di giovani dilettanti che disputano i vari tornei parrocchiali e di quartiere? Per quale ragione i grandi attori e registi di teatro dovrebbero sentirsi minacciati dalle migliaia e migliaia di compagnie amatoriali che animano le scene degli oratori? E perché mai i musicisti delle grandi compagnie sinfoniche, i direttori d’orchestra alla Riccardo Muti, i compositori, i famosi cantautori dovrebbero temere la concorrenza di una miriade di dilettanti che fanno sognare sogni di gloria a parenti e amici?

Un altro discorso serio meriterebbero gli editori pugliesi degni di questo nome. Grandi e meno grandi. Ce ne sono, lo sappiamo tutti e li conosciamo bene. Operano in tutte le latitudini della Puglia. Non c’è solo Laterza, per fortuna, che scelse di fare terra bruciata della poesia e della narrativa. Ci sono editori che pubblicano riviste specializzate e apprezzate in tutta la nazione (Manni è uno di questi), forse l’unico modo che abbiamo a disposizione per far circolare i nostri testi, altrimenti ignorati dai potentati editoriali del nord. E chi se ne frega se tanti si improvvisano editori solo perché possiedono un computer, usano la stampa digitale e il blog, illudendo tanti ignari e ambiziosi clienti? Sono gli effetti collaterali del mercato libero e della “liquidità” della nostra era.

Il vero nostro cruccio, cari amici, rimane il vecchio dramma: come uscire dalla selva oscura e dalla gabbia del sud?
Ma questo è un altro lungo discorso, che è proprio il caso di affrontare qui. Ce lo riserviamo per la prossima puntata. Buone letture e scritture a tutti.

Gerardo Trisolino

Caro Daniele,
tutti gli interventi che ho letto sono di grande interesse e colgono aspetti indubbiamente veri. In particolare, concordo con quello di Rino Bizzarro: è vero che molti pensano che la poesia sia un’arte “facile”, che non richieda studio, né documentazione nè soprattutto lima, come già notava con ironia lo stesso Leopardi (figuriamoci se fosse vissuto oggi!) in una delle sue poesie intitolata Scherzo: “Musa, la lima ov’è? Disse la Dea:/La lima è consumata; or facciam senza./Ed io, ma di rifarla/Non vi cal, soggiungea, quand’ella è/ stanca?/Rispose: hassi a rifar, ma il tempo/ manca”. I rimedi? Certo la critica, come indica Cosimo Rodia, che non dovrebbe mai essere troppo compiacente (il laboratorio del lunedì dei poeti della Valiisa sotto questo profilo mi sembra davvero utile). C’è poi il passare del tempo che fa setaccio. E forse l’oblio.

Cari amici,
c’è un equivoco di fondo su cui bisognerebbe riflettere e di cui far piazza pulita.
Ogni grafomane che si rispetti pensa che scrivere poesie sia facile, molto più facile che scrivere un racconto per esempio o addirittura un romanzo. “Poche righe in fila” pensano “e sono uno scrittore anch’io, sono un poeta…”. Vallo a convincere, vagli a spiegare che cosa c’è, che cosa ci deve essere dietro quelle poche righe in fila, se e quando sono vera poesia!
Forse però abbiamo sbagliato anche noi caro Daniele, quando abbiamo preteso a tutti i costi di portare la poesia dappertutto, a tutti, di far diventare poeti tutti…Readings nelle piazze, fra pargoli vocianti ed auto a tutto gas; fra divoratori di focaccia a cui non fregava niente di letteratura e meno di poesia.
Poesia in ogni stagione ed in tutti i luoghi possibili e immaginabili. Lo abbiamo fatto in buona fede, certo, per diffondere al massimo il bello, il grande, il buono, il vero; ma abbiamo forse ecceduto, abbiamo in parte sbagliato, anche se abbiamo ricevuto a volte riscontri positivi per cui valeva la pena di impegnarsi. Ma perchè non l’abbiamo fatto con la narrativa, col romanzo, con l’arte figurativa, con la scultura…? Perchè la poesia è più facile?…sembra più facile?…è, sembra più alla portata di tutti?…basta un lapis e un foglietto?…Ma chi l’ha detto?!
La vera poesia non è per tutti, ficchiamocelo in testa; Petrarca, Dante, lo stesso Leopardi, il Foscolo, e Borchert, Lorca, Baudelaire, non sono per tutti!…Chissà, forse avevano in parte ragione quelli che sostenevano e volevano i poeti nelle loro torri d’avorio. E questo non vale solo per la poesia; Mozart non è per tutti, Vivaldi, Chopin non sono per tutti, dobbiamo avere l’onestà e il coraggio di affermarlo, anche se …non è molto bello…non è democratico, non è generoso, non è politicamente corretto…Ma quale generoso e politicamente corretto?…Alla poesia si arriva, non si parte dalla poesia per intraprendere un percorso eventuale di scrittore.
Ho visto e sentito gente che ha pubblicato un libretto di sciocchezzuole in forma di poesia e che dice “…noi poeti…” e “…i miei lettori…”; questi danni sono difficilmente riparabili!
Gli editori? Quelli locali, più piccoli, che non ce la fanno ad uscire dai limiti e livelli localistici, sono dei commercianti, che fanno il loro lavoro per sbarcare il lunario, peraltro molto difficile; devono guadagnare, l’unica molla è quella; spesso non leggono nemmeno quello che pubblicano; ho visto e letto delle cose inenarrabili, dei libri assolutamente indifendibili; e non solo in poesia per la verità! Per gli editori di livello nazionale ovviamente il discorso è molto diverso. Ma è diverso anche tutto il resto, e sarebbe troppo lungo intraprendere qui, ora, un discorso del genere.
I critici? Certo l’esperto è una garanzia in più, ma sono poi tutti intellettualmente onesti? Non hanno i loro “amici” da spingere e gli altri da lasciare indietro? Non hanno anche loro interessi economici o culturali da difendere? Poteri da gestire? E’ difficile venirne fuori! La poesia, come ogni forma d’arte, dovrebbe uscire povera e nuda dalle mani dell’autore e camminare sola, infischiandosi di ogni clamore; mi torna alla mente l’esperienza letteraria e umana di Lorenzo Calogero…
Anche questo però è difficile che accada: è una utopia che lì dove ci sono interessi di così diversa natura ed intensità praticamente è destinata a rimanere tale.
Ma al poeta vero non deve interessare! Sono un illuso? Pazienza, sarò un illuso e rimango tale. “Ma che vai facendo con quella faccia di poeta!…” mi disse un caro amico un giorno incontrandomi per strada, pensando di punzecchiarmi ironicamente e notando una mia evidente “distrazione”. Gli risposi:” …Guarda che io SONO un poeta…!” e scoppiammo a ridere insieme.

Rino Bizzarro

Una delle qualità che apprezzo da sempre (dico da mezzo secolo) in Daniele Giancane è la sua necessità di servir virtute e canoscenza (giancanoscenza, se vogliamo) dicendo pane al pane e vino al vino, tanto che il vino, a volte, in certe circostanze conflittuali, ha anche assunto qualche venatura di aceto, mettendo a dura prova la vocazione pacifista del nostro amico!
Come non aderire al suo intento di denudare il re, dove il re sarebbe – figuriamoci! – la figura del sedicente e sefacente poeta che vorrebbe regnare anche l’espace d’un matin (o d’une soirée) grazie alla complicità di qualche sedicente o sefacente editore (scagli la prima plaquette quell’editore che, da Bari a Milano, non ha pubblicato versi dopo aver adoperato anche la tabellina del daravere). Forse costui non è consapevole che in questo modo sta solo cercando di comprare un po’ di attenzione. Intendiamoci, tutti hanno diritto a scrivere versi; i problemi cominciano quando li si vuole subito pubblicare per avere subito dei riscontri e per entrare subito in qualche antologia o nella storia della poesia italiana.
La mia riflessione, però, vuole essere di altro taglio, perché muove dall’osservazione del fenomeno esaminato da Giancane così come si è andato trasformando lungo i decenni che mi è stato dato vivere a contatto con la poesia e le sue manifestazioni. Per fare questo devo necessariamente adottare la prima persona singolare, avendo vissuto in diretta non poche vicende e problematiche affini a quelle da lui evocate.
Siamo nell’anno del Signore 1974, se ben ricordo. Durante il Premio Cave (in provincia di Roma) con una giuria composta tra gli altri da Vito Riviello, Mario Lunetta, Dacia Maraini, Lamberto Pignotti, assisto per la prima volta a una lettura poetica “in piazza”, come usava dire allora (la parola evento, parente del vento, sarebbe dovuta arrivare con Niccolini). Io, giunto secondo dopo il lucano Roberto Linzalone, comprensibilmente sponsorizzato dal lucano/romano Riviello (piacciono anche a me il pane e il vino!), terrorizzato dalla chiamata alle armi, faccio leggere il mio testo da altra persona. Appena tornato nella mia Valenzano, convinco mio cugino Lino Di Turi, all’epoca promotore di una volenterosa Associazione culturale, a fare la stessa cosa nel nostro paesello. Bene: posso affermare senza ombra di dubbio che quella è stata la prima lettura poetica “in piazza” tenuta in Puglia. La chiamammo “Poesia allo scoperto / allo scoperto con la poesia” e invitammo sul palco (un camion appositamente camuffato) Vittore Fiore, Gianni Custodero, Francesco Nicassio e un giovanissimo Pino Pisicchio, opera prima come poeta e come onorevole del parlamento italiano). Io? Sempre terrorizzato (un terrore che si è addolcito e trasformato nel tempo ma che mi si ripresenta ancora oggi), feci leggere la mia poesia da un giovane allievo di Di Turi. Il pubblico dei paesani? Incuriosito e disorientato di fronte a quel clima da baraccone culturale. Fine della prima persona in versione settantottesca.
E veniamo ai cosiddetti giorni nostri, quando, fatta eccezione per qualche giovane “collega” già timido di suo, vedo opere prime e seconde capaci anzi vogliose di affrontare il pubblico perdendo spesso di vista le lancette dell’orologio. Beati loro, mi dico con un pizzico d’invidia, finché non salgo al piano superiore delle analisi e mi dico altro. Mi dico che un po’ tutti oggi siamo afflitti dalla spettacolarizzazione universale. Questi giovani hanno vissuto vedendo trasmissioni in cui si confessano in diretta i vissuti più intimi e meno nobili, anche fingendo di stare in una camera caritatis mentre si è nella camera del Grande Fratello; hanno assistito a dibattiti politici in cui si deve sgomitare per dire l’ultima parola; hanno catodicamente subìto spavalderie deliranti, autopromozioni smargiasse, esibizionismi corporali, turpiloqui al confine con gli ultrasuoni e via di questo passo. Motore unico di tutta questa mercanzia da avanspettacolo (senza offesa per l’avanspettacolo) e di questa esibizione universale, sub specie televisiva e non, è il male più deleterio del mondo: il narcisismo, quella forma di cecità che ferma gli orologi, riduce gli altri a spettatori, impone i propri bioritmi, celebra la messa cantata sull’altare del proprio ombelico e chiede tutto anziché dare qualcosa. Il rischio annesso a questo male è di diventare figure da baraccone, un baraccone abbastanza diverso da quello degli anni Settanta, perché nel frattempo quella patologia è diventata diffuso, pervasivo e compulsivo comportamento sociale, cui non sfuggono nemmeno il cosiddetti poeti, uomini del nostro tempo come tutti. Il rischio, quindi, è di fare luogo a una messinscena che vede complici poeti e pubblico, un pubblico cui sta bene, evidentemente, questa forma leggera di intrattenimento culturale, se è vero che poi il banco-libri resta sempre più o meno “vergine”.
Francamente m duole che la poesia, per farsi notare, debba affidarsi allo spettacolo anziché al tuppertù tra autore e lettore, quel tuppertù fatto di reciproco coinvolgimento, scambio silenzioso, penetrazione subliminale, che sono i principali strumenti di comunicazione di una forma speciale di comunicazione che non chiede la “piazza” per piazzarsi.
Tornando comunque alla mia riflessione principale e rischiando di risultare come un anziano che dice “ai miei tempi”, un fatto è certo: nei primi anni Settanta, per sentirci vivi avevamo bisogno di calarci in un disegno comune e condiviso, cercando di infettare un pubblico tutto da inventare; oggi, purtroppo, per sentirsi vivi, si è quasi obbligati ad apparire individualmente, fosse anche attraverso una foto lanciata su facebook. Al terrore di esporsi da me vissuto la mentalità oggi dominante ha saputo sostituire il terrore dell’anonimato e la conseguente dipendenza da una visibilità coatta.
Per sua fortuna (e per nostra), la poesia è tutt’altra cosa, in Puglia come in tutto il mondo.

Non c’è molto da aggiungere a quanto, con evidente conoscenza del problema, ha scritto Daniele Giancane. Che il nostro da sempre sia “un popolo di poeti”, è risaputo, soltanto che oggi in tempi di protagonismi a tutti i costi, alimentati dai mezzi mediatici e dalla rete dei ‘social’ il fenomeno “tutti poeti tutti scrittori” sta assumendo forme parossistiche. Pubblicare i propri testi è abbastanza semplice, sul web, per esempio, ci sono decine di “case editrici” che stampano di tutto, offrendo all’autore/autrice la parvenza di essere entrato nell’Olimpo letterario: è, in sostanza, l’incontro fra opportunismo commerciale di pseudo editori e narcisismo di aspiranti scrittori/poeti. Una stortura del mercato? non saprei rispondere. Tralasciamo, poi, l’altro punto dolente della pletora dei premi e concorsi letterari, un altro versante spremidenaro.
Per quanto riguarda l’apparato critico (addetti ai lavori, istituzioni accademiche, giornali e riviste) che dovrebbe avere funzione di filtro, c’è da dire che non sempre è facilmente raggiungibile, specie dall’autrice/autore sconosciuta/o. Nel migliore dei casi ci si affida individualmente al proprio ‘giro’ di conoscenze. Invece dovrebbe essere – questo è il punto centrale – la casa editrice a promuovere e valorizzare l’autore/autrice, ma, siccome editori siffatti, per quanto ne sappia, dalle nostre parti non ce n’è, l’autore/autrice meritevole di considerazioni affonda in un mare magnum di inconsistenze, dopo essere stato “pescato” dall’editore acchiappa-soldi. riviste come quelle citate da Daniele Giancane suppliscono, in qualche misura a queste carenze.
Infine, concretamente, per tentare di superare le criticità al centro di questa discussione, e offrire qualche opportunità a autrici/autori pugliesi, perché non pensare, ad esempio, a mettere insieme le forze di queste riviste, che oggi operano pure bene ma in ordine sparso, per farne una sola? Perché non pensare, ancora, a una iniziativa editoriale (su modello cooperativo) nella quale coinvolgere/far confluire le energie culturali, le buone volontà pur presenti in terra di Puglia (penso a Giancane, Pegorari, tanto per fare due nomi) per lanciare un discorso di qualità editoriale?
Marcello Ariano

Caro Dani
È la malattia della comunicazione totale, tutti vogliono stare sulla notizia, tutti vogliono dire sempre la propria, misurandosi competenti e di certa conoscenza (sic!). Se si scorrono i post troviamo infatti di tutto, commenti, produzione individuale, considerazioni….
Vi è l’illusione di dare peso specifico al proprio pensiero, quantunque i giudizi non siano corroborati da conoscenze specifiche.
Naturalmente chi è caduto in questo vezzo (la quasi totalità), in questo vortice, non sente il bisogno di leggere.
Chi legge allora? Chi è stato abituato a farlo, chi ha sedimentato lentamente il piacere, l’abitudine, le capacità ermeneutiche…
Quindi? Non possiamo cambiare il corso delle cose; il cellulare dilaga oramai anche tra i bambini di scuola primaria… sicchè è in atto una trasformazione antropologica che crea e amplifica il presenzialismo.
Che tutti scrivano è già un fatto, non più una tendenza, e la scrittura-contenente che è la scaturigine dell’essere sempre presente, non implica il bisogno di leggere.
E il problema non si risolve neanche con i filtri applicati dagli editori. Non possiamo chiedere al falegname di fare il vignaiolo.
Certo, esce un libro e si crea l’evento di presentazione, semmai con tanti spettatori… Allora? La gente alle manifestazioni pubbliche, anche culturali, ci va come quando si reca ad una festa di piazza, per fare una passeggiata, insomma…
La discussione su questo punto sembra in un vicolo cieco; il problema, allora, lo sposterei su quello educativo e sul ruolo dei critici.
I critici non dovrebbero fare sconti a nessuno.
Caro Dani,
ricordo che mi hai appuntato una silloge per bambini, avevi intuito, così come era nei fatti, che era stata costruita e non scritta con sentimento come in altre occasioni. E l’ho cestinata. Ora pubblicamente, l’ho già fatto in privato, ti ringrazio, perché mi hai spinto a non insistere su un lavoro che non avrebbe aggiunto nulla in termini di qualità e di sensibilità alla mia produzione (mi avrebbe dato solo qualche presentazione pubblica in più…).
Il critico, allora, deve bocciare senza infingimenti e deve rendere manifesto le mediocrità…
Naturalmente il lavoro del critico non crea il lettore.
I lettori sono creati dalla scuola, dall’università, dalle famiglie; sono queste istituzioni che possono evitare di infarinare i giovani senza formare panettieri.
La scuola e le abitudini in famiglia possono creare l’abitudine a leggere, a gioire di un racconto, a immedesimarsi in un personaggio, a conoscere e condividere la bellezza, a volerla replicare…
Solo alzando l’asticella si potrà far crescere la capacità di discriminare il grano dal loglio. Mi sembra questa la causa del problema ed è lì che bisogna aggredire.
Che scrivano pure tutti gli autori improvvisati!
Se ci fosse un’utenza pronta a saper discriminare la produzione di qualità tutti quelli che scimmiottano la scrittura rimarrebbero al palo.
A presto caro amico
Cosimo Rodia

Caro Daniele,
chiederei chiarimenti su un punto: cosa e, soprattutto, chi si intende per “critica professionale”?

Per critica professionale intendo quella esercitata per motivi professionali da chi abbia fatto un adeguato percorso di formazione alla professione di critico. Non parlo ovviamente di una distinzione sulla base del datore di lavoro (per essere più chiaro: il critico professionale non è necessariamente quello accademico), ma di una qualificazione che proviene dalla formazione conseguita e, nondimeno, dalla finalità dell’esercizio critico. E’ proprio la dequalificazione della critica (molti pensano che per fare il critico basti cavarsela con una recensione impressionistica) che ha gettato nel caos la civiltà letteraria dei nostri giorni. Scrivere per il dovere di formare (e non perché mi va di farlo) e scrivere secondo metodi di rigore appresi da una scuola filologica: questo connota il critico che ho chiamato (sperando di essere comprensibile) “professionale”. Adesso mi dirai che Sergio Solmi era laureato in Giurisprudenza e lavorava in banca, ma è stato un grande critico. E non è l’unica eccezione a riguardo. Ma non scambiamo le eccezioni con una liberatoria per cui tutti possono scrivere tutto. Questo vale per i creativi, così come per i critici. Il fatto che si sono moltiplicati i critici non autorevoli ha reso impossibile discernere la moneta buona da quella cattiva.

In quanto autore (a pagamento e non) e editore (anche a doppio binario se occorre) posso dire di aver toccato per esperienza tutti gli aspetti del problema affrontato dal prof. Giancane. Ma devo dire che tutta questa esperienza mi suscita perplessità più che certezze. In altre parole più cose vedo e meno so raccapezzarmi. Il pubblico non legge, è vero, e non compra, è vero. Gli autori spesso e volentieri non ti aiutano. Mi capita di continuo di investire (e se il libro è buono ci investo) su libri di autori che poi si rifiutano di presentarlo, o per timidezza, o perché lavorano e a volte presentare un libro comporta degli spostamenti e delle spese. Raramente il libro di poesie, per quanto buono, viene letto da qualcun altro, spesso per semplice snobberia verso gli esordienti, soprattutto se poco avvezzi ai circuiti mondani e a “farsi notare”. Il risultato è che io mi ritrovo i cartoni pieni di libri su cui ho investito, che già non vendono per definizione, e dove l’autore non fa nulla per darmi una mano a parte comprarsi 10-20 copie e poi ritirarsi nelle sue stanze.
Ok, l’autore non è tenuto a vendersi in giro, ma se non c’è mercato, io cosa dovrei fare? Ci sono momenti in cui non so come pagare le bollette e allora forse mi viene il dubbio che faccia bene chi si fa pagare sempre dall’autore, in cambio ovviamente della migliore prestazione possibile dal punto di vista professionale (editing, grafica, ufficio stampa). Altrimenti parliamo così tanto di poesia, di editoria etica, ma non è un discorso alla pari se io per favorire la poesia e l’editoria mi ammalo cercando di pagare i debiti per tutti. Credo comunque, per quel che ho visto, che si debbano in qualche modo cambiare i metodi di promozione e diffusione del libro. Come non lo so. Non ho vere risposte. Ma così come stiamo non si va da nessuna parte. Andare alle rassegne, ad esempio (La bella ‘Notte dei poeti’ è l’ultima a cui ho partecipato) non rende, né sotto il profilo economico (sono più le spese che gli incassi) che della visibilità (a che serve fare una presentazione per dieci persone, cinque della quali sono tue amiche?).
I premi, a cui pure iscrivo sempre con costanza e testardaggine i miei autori, sono per la maggior parte blindati e unidirezionali. Questo perché i premi seri si fanno quasi tutti a nord, sono circoscritti alle solite isole di amici e caste dove (l’ho visto coi miei occhi) si conoscono tutti e l’unico alieno sei tu, che sei quello che si fa meno vedere nei loro circuiti! Non voglio fare un discorso da sudista, anche se ne sono sempre più tentato, ma alla fine si parla tanto di poesia “italiana” e io più la pratico più mi sento un provinciale in un paese fatto tutto di provincie (e alla faccia del progetto di abolizione delle stesse).
Quanto allo spazio per recensioni su giornali, riviste e blog (dove vale ancora la regola delle provincie), io ci provo, ci provo sempre, ma non è così facile ottenere uno spazio. Molti ti ignorano, persino per una semplice risposta. Altri ti chiedono denaro. E l’unica per spuntarla, diciamocelo, è tirare in ballo i propri rapporti personali. Ho visto siti, dove conoscevo personalmente alcuni redattori, promettermi uno spazio che non è mai arrivato, e intanto pubblicare venti interventi di un altro poeta loro amico ma più in alto nella gerarchia editoriale. Perché non importa che il libro sia valido o meno, se vuoi recensirlo devi chiamare quel tuo amico che lavora presso il tale giornale o rivista, e chiedergli il favore di pubblicarti in virtù di quella mangiata che vi siete fatti insieme all’ultimo evento. Funziona così, non prendiamoci in giro. Perché c’è così tanta roba in giro che è come se non ci fosse nulla, tutto viene azzerato dall’eccesso di proposta. Ma allora, su quale principio di qualità costruiamo tutti i nostri discorsi, se a poter essere recensiti non sono i migliori, ma soltanto i meglio ammanicati?
Un’ultima nota, come autore, sulla poca diffusione della poesia pugliese: l’anno passato ho terminato una raccolta di poesie che è stata letta anche da persone di valore, autori e critici. Tutti mi hanno risposto che, nonostante qualche difetto, è una buona raccolta. L’ho invitata, l’anno passato, a una dozzina di case editrici medio-grandi proprio perché, dopo anni di “gavetta”, ho provato a investire su un circuito più grande dai miei soliti, pensando di avere ormai un curriculum adatto a presentarmi. L’unica che mi ha risposto, dopo mia sollecitazione, lo ha fatto esclusivamente per chiedermi di rinviare loro il file, in quanto lo avevano perso. L’ho fatto. Non mi hanno più risposto. Alla fine me lo sono pubblicato io, perché va bene fare poesia, ma serve anche un po’ di dignità. Che spesso comporta l’esclusione dai circuiti.

Ps. Mi scuso per la lunghezza dell’intervento.

Caro Daniele, già il fatto di esserci … nelle varie manifestazioni … è qualcosa … Non è puro narcisismo, come tu dici, è solo voler rendere visibile e fruibile “il frutto” di una fatica tenuta in gestazione per anni (almeno io parlo per me) e raccogliere qua e là qualche buffetto sulla guancia… che poi, come tu dici, non serve a niente …
Il fatto però che qualcuno, che non ti conosce, dopo averti ascoltato si incuriosisca e voglia acquistare il libro già in parte ti ripaga.
Donare il proprio “lavoro” a quelli che tu chiami critici ti offre poco… Sono loro i primi narcisisti… E’ raro che ti rispondano in maniera discorsiva e, se e quando lo fanno, si limitano a qualche aggettivo… sono avari di parole e di concetti! Ti parlo di gente “titolata” e anche di qualcuno che scrive su riviste letterarie (non faccio nomi) e che … quando “si spreca” lo fa, adoperando a man bassa il “copia e incolla”…
Piuttosto dovreste voi, cari Direttori di “riviste” di un certo livello, promuovere iniziative come quella ultima del prof. Pegorari, purtroppo riservata “a pochi eletti” (eletti poi da chi?) e sconosciuta ai più fino a quando i giornali non ne hanno dato notizia…
Proporrei a voi professori-mecenati di organizzare un convegno su questo argomento che tu hai “giustamente” sollevato onde distinguere il grano dal “loglio” e gli scrittori dagli “scriventi”…, ma anche gli editori dai “tipografi” (stampatori è già troppo!).
Quanto alle case editrici hai in parte ragione. Lo sto provando sulla mia pelle… Però ti assicuro che in Puglia ce n’è qualcuna che segue amorevolmente la POESIA promuovendo l’opera di chi le ha dato la sua fiducia.
Non hai parlato dei concorsi, dei premi letterari e delle “vetrine” tipo Salone del libro ed affini… ma anche questo potrebbe essere oggetto di riflessione in un eventuale convegno!
A presto, caro Daniele!
Giulia

Il problema non si limita alla Puglia, è una questione italiana. E l’unica verità è che comunque la poesia non si vende. Infatti non esistono grandi editori che la pubblicano. E difficilmente perfino pagando. Il piccolo editore nom ha modo di fare pubblicità, né nelle librerie, né in tv. La poesia non la legge nessuno, già tanto se ancora si studiano gli autori a scuola. Quindi, non pensare sia solo un problema marginale, è un problema diffuso. Ciò che fa classifica non riguarda leggere poeti, ma leggere.

Tutto condivisibile. Ma siamo sicuri che i poeti siano migliori dei loro editori? E poi, chi decide quali sono i poeti? – Il punto è questo. E allora la soluzione è che bisogna fondare una collana che pubblichi solo poeti di qualità, sotto la responsabilità di un poeta-critico.

Ed è quello che ho fatto io che ho aperto una nuova collana presso le Edizioni Progetto Cultura di Roma dove hanno accesso soltanto i poeti che io stimo (finora ho pubblicato 6 autori x 6 titoli). Se anche gli altri poeti-critici facessero altrettanto avremmo un chiaro quadro di riferimento sul quale orientare la nostra attenzione.

Ma questo non avviene. E allora chiediamoci perché questo non avviene. La risposta che daremo al quesito sarà la soluzione del problema.

Semplice, no?

Ahinoi, caro Daniele, sono riflessioni dolorosamente (o tragicomicamente?) vere e che pure altre volte abbiamo fatto.
Si scrive tanto e si legge pochissimo. E il presenzialismo spesso si risolve in un buco nell’acqua. Ma i giovani non se ne rendono conto, vogliono bruciare le tappe, senza fare la giusta dose di gavetta e senza dotarsi di una preparazione adeguata, senza confrontarsi seriamente con poeti delle precedenti generazioni. Lo abbiamo visto anche a nostre spese da parte di qualche furbetto di turno… Quindi pubblicazioni in stampa digitale o tradizionale, tanti “mi piace” su Facebook, presentazioni affrettate e forzate, readings in solitudine, in piazza o in caotica promiscuità. Ma, alla fine dei conti, che facciano pure quello che gli aggrada. Perché mai noi “anziani” dovremmo disquisire moralisticamente su di loro?
La vera nota dolente, in realtà, è l’editoria pugliese e non solo quella pugliese. I piccoli editori commercianti erano e commercianti sono. Perché dovrebbero promuovere qualche buon libro di poesie? Pagare i critici di un certo livello e la pubblicità costa davvero molto. Per quale tornaconto? La poesia da decenni non vende ed è letta, nei casi più fortunati, solo da qualche addetto ai lavori. Quindi per loro va bene scaricare le spese sugli autori e ricavare un margine di profitto moltiplicando i committenti fino ad accettare cani e porci.
D’altra parte non è che i quotidiani locali e regionali si diano molto da fare per sceverare le piante rare dalla sterpaglia. Spesso ai migliori si dedicano poche avare righe o addirittura il vuoto pneumatico, perché ai lettori comuni – purtroppo per noi – la poesia non interessa. Allora è già tanto se docenti e critici del livello di un Daniele Maria Pegorari o Ruggiero Stefanelli o Ettore Catalano o consimili talvolta, tra mille impegni, trovano il tempo per qualche nota critica che gratifichi in qualche modo i validi poeti loro conterranei.
Infine, caro amico, non ti meravigliare del fatto che la buona poesia pugliese non sia ancora molto visibile in Italia. Come ti scrivevo nella lirica “Siamo qui” su «La Vallisa» nel 1995, cioè ben 21 anni fa, «Siamo qui, Daniele, nel limbo»… Sì, nel limbo, proprio nel limbo.
Tuo aff.mo Marco

Caro Daniele, cari tutti,
condivido pressoché tutto della tua riflessione e intervengo non solo per l’ovvia cortesia di rispondere con gratitudine alla menzione della mia modesta attività di organizzatore di cultura soprattutto attraverso «incroci» e il Dipartimento di Studi Umanistici (un esempio recentissimo è quello del festival ‘Notte dei poeti’ che è stato oggettivamente un successo e nel quale alcuni fra voi sono stati coinvolti a vario titolo). In realtà mi chiedo a cosa ‘servano’ anche queste iniziative di coinvolgimento popolare che certo hanno parecchi lati spiacevoli (tanta fuffa che rischia di oscurare i pochi incontri di qualità; l’autogratificazione di aver partecipato a un evento letterario che ci fa sentire… fighi e appartenenti alla parte buona della società; proprio come quando facciamo l’elemosina e ci sentiamo con la coscienza a posto). Però poi mi rendo conto (e ne parlo sempre con gli amici che sollevano le medesime perplessità) che rinunciare a dare ‘visibilità’ alla poesia, significa essere sconfitti in partenza e per sempre; pertanto ciò che conta davvero non è rimanere sussiegosamente lontani dalla ‘piazza’ e dal popolo (abbiamo fatto tanto per condannare le turres eburneae e gli horti conclusi!), ma essere certi dei paletti che devono costituire le nostre garanzie elementari, i punti di giusto equilibrio fra il decente e l’indecente, fra il colto e il pop, fra il complesso e il semplice, fra il palato fine e la bocca buona.
Qui si gioca (ancora) il ruolo del critico, del costruttore di contenuti di qualità; se io ci riesca oppure no, non posso certo dirlo io, ma credo che ognuno di voi riconoscerà che quando sono chiamato a farlo ci provo con tutte le forze.
Ora, io credo che questo ragionamento valga anche per il problema dell’iperproduzione editoriale di poesia contemporanea, soprattutto a opera di sedicenti autori del tutto inconsapevoli, al punto che siamo arrivati alla possibilità che un individuo possa pensare di essere autore prima di (o addirittura al posto di) essere lettore. Guarda Daniele, che ci siano editori – come tu dici – «senza scrupoli» che pubblicano qualunque porcheria purché sia a pagamento, non scalda più di tanto la mia indignazione; in realtà questi editori «senza scrupoli» sono giustificati proprio dall’esistenza di tanti autori ‘da strapazzo’: non ho riprovazione per i primi (tutti dobbiamo campare e poi molti di loro riescono a conservare una certa dignità nella scelta e nella confezione) e non ho preoccupazioni per i secondi (se hanno soldi da spendere per il proprio narcisismo, che facciano pure: ci sono vizi molto peggiori). Il vero problema (e nelle tue righe questa preoccupazione è adombrata) è che un numero così alto di pubblicazioni oscura, schiaccia e comprime la qualità del lavoro altrui, come sempre avviene nel campo dell’industria culturale, che anche su questo aspetto dimostra di avere dei caratteri diversi dagli altri segmenti industriali. Mi spiego meglio.
Un editore pugliese fra i più esperti, amico di molti di noi, ama ripetere con cinismo e ironia che pubblicare e vendere libri è come realizzare e vendere scarpe, giacché alla fine bisogna far quadrare i conti. Ma non è così, e non perché mi imbarazzi il paragone con le scarpe o con qualunque altro prodotto industriale, anzi! Il vero problema è che diversa è la natura dei prodotti, diversi i sistemi della loro commercializzazione, diversa la configurazione sociale dei rispettivi consumatori, diversa la capacità di spesa, diverso il prezzo unitario. In questa sede mi fermo solo su quest’ultimo punto.
Scarpe sono quelle che si comprano dai cinesi, nei mercati rionali e nei supermercati, e scarpe sono quelle che si comprano nei migliori negozi delle nostre città. È un caso ben chiaro in cui al valore delle scarpe (la morbidezza della pelle, la qualità del fondo, lo stile, il colore e la resistenza) corrisponde un prezzo specifico. La differenza fra una scarpa di ottima qualità e una scadente è direttamente segnalata dalla differenza di prezzo, tanto è vero che possiamo cercare di fare il ‘famoso’ ragionamento sul rapporto qualità/prezzo; cioè posso cercare un compromesso accettabile fra la qualità (che pretendo buona) e il prezzo (che non sono disposto a pagare se è troppo alto). La conseguenza di questo è che cento negozi cinesi non ammazzeranno il punto vendita di una firma di moda medio-alta, perché se vuoi cercare la qualità particolare (ammesso che tu abbia i soldi necessari per acquistarla) sai dove orientarti.
Per il libro non funziona così: il libro del nostro studentello, che ci propina le sue poesie non avendo alcuna cognizione della poesia degli ultimi cinquanta o cento anni (e che magari vende anche tutte le sue copie durante le presentazioni fra amici), costa tanto quanto i libri dei migliori poeti contemporanei (per eleganza non cito i bravi nostri poeti conterranei; ma lasciatemi citare solo come esempio i tre ospiti nazionali che abbiamo avuto alla ‘Notte dei poeti’: Rondoni, Oldani e D’Elia), ai quali spesso, durante gli incontri da noi organizzati, non riusciamo nemmeno a garantire un pubblico decente. Insomma, i libri hanno tutti lo stesso prezzo e rischia di non essere immediatamente percepibile la differenza di qualità formale e semantica.
Se si continua a togliere credito alla critica professionale (lasciatemi sottolineare quest’ultimo aggettivo) non c’è modo di aiutare i lettori a scegliere la qualità e a imparare qualcosa dalla poesia, come dal resto della letteratura. Da questo punto di vista, è vero: pubblicare troppo è dannoso per la qualità della letteratura del nostro Paese e l’ipertrofia dell’editoria locale non aiuta ad aumentare la massa dei lettori. E questo è un brutto affare.

Caro Daniele, cari amici,
posso subito alleviare (a metà) le nostre pene dicendo che questo è anche un
problema della narrativa (di genere per quello che mi compete). Si pubblica
il proprio scritto su Fb, e si invitano gli amici a mettere il ‘mi piace’. O
si pubblica un cartaceo che arricchisce il numero di pubblicazioni
dell’editore. Una copia alla volta di cento titoli ti permette di
sopravvivere e anche bene. Ma qui si esaurisce la loro ‘impresa’ tenuto
conto che, nella maggior parte dei casi, è pattume (anche se qualche luce
c’è, ma impossibile da trovare in tutta quella nebbia).
Il guaio è, appunto, che buona narrativa (sia cartacea che eterea) affoga in
quel mare magnum di ‘oggetti’ inqualificabili, sottraendo alle future
generazioni qualche opera eccellente.
I rimedi non sono molti, a spesso non alla portata di un buon lettore, ma
qualcosa si potrebbe fare.
Per la poesia, cominciamo a dare un premio al lettore. Nel senso che
facciamo un concorso al quale possono partecipare semplici lettori che
verranno a leggere (o recitare come vogliono loro) alcuni brani di poesia.
La giuria li giudicherà su due parametri, la scelta dell’autore e
l’interpretazione. (come quando si fanno i tuffi alle olimpiadi). Si
potrebbe anche aggiungere la recensione di una antologia poetica. Se non
leggi…
Un’altra cosa che dobbiamo fare è quella di evitare l’ipocrisia. Io ricevo
quasi un testo la settimana sul quale esprimere un parere. Scrivo subito
che, se proprio l’autore vuole che legga il romanzo deve essere pronto ad
accettare critiche negative, altrimenti non perdo tempo. Pensa che a un
autore, dopo aver letto una sua penosissima opera, gli ho detto: questo è un
elenco di cento libri. Leggili, poi rivedi quello che hai scritto. E mi sa
che l’ha fatto perché dopo un paio d’anni me l’ha rimandato completamente
mutato. Noi tendiamo a dire buone cose del materiale che ci mandano, senza
renderci conto che sortiamo due effetti indesiderati, altri ci manderanno
robaccia e facciamo un danno alla vera poesia (per me narrativa). Io l’ho
capito e ora va meglio.
Per gli editori… sembrerà strano, ma (nel mio settore) stanno aumentando.
Per uno che si chiude, due case editrici si mettono sul mercato. E’ evidente
che hanno sentito odore di denaro, tenuto conto che oggi se si pubblica come
e-book il costo è bassissimo, se si pubblica in cartaceo si possono stampare
giusto le copie che servono. Come porre rimedio? Beh!, noi non possiamo
certo impedire che questo accada, ma potremmo stilare un elenco (da
pubblicare su La Vallisa) degli editori che si distinguono nella scelta del
materiale e ogni anno dare al migliore un banale riconoscimento formale.
Abbiamo una rivista di letteratura? Allora sfruttiamola a favore della
letteratura.
d.

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