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MARIO RONDI, GRAN VARIETÀ

Posted on: 05/07/2016

 MARIO RONDI, GRAN VARIETÀ 

Genesis, Castano Primo, 2016

 

 

 

di Achille Chillà

Se la cultura letteraria antica, medievale e moderna attinse all’universo contadino istanze espressive, contesti e valori, l’attuale letteratura quale rapporto può instaurare con la civiltà della campagna, in uno scenario neoliberistico?

Orto e poesia. Un binomio dalle innumerevoli implicazioni; talché Virgilio, nel IV Libro delle Georgiche, non si ritenne adeguato al compito di cantare la cura dei pingui orti e si affrettò a raccogliere le vele della sua navigazione poetica attraverso le pratiche agricole del suo tempo. Pascoli nel saggio Il fanciullino definì per metafora il poeta un ortolano ‹‹(…) che fa nascere e crescere fiori o cavoli››.

Sul solco di questa lunga tradizione si colloca Gran varietà, l’ultima raccolta poetica di Mario Rondi, per Genesi Editrice di Torino. L’autore,che vive a Vertona, in provincia di Bergamo, ha pubblicato numerose raccolte poetiche (alcune delle quali dedicate ad analoghi temi “ortolani”) e sette libri di racconti.

La raccolta è suddivisa in sei sezioni, illustrate con disegni dell’artista Alfa Pietta.

Che l’orto si possa coltivare in poesia è ben evidente, ma in forme, soluzioni espressive e linee tematiche via via metabolizzate dalla sensibilità e dal tratto personale dello scrittore. Rondi, peraltro ortolano per passione, affida alle creature dell’orto antropomorfizzate l’espressione delle umane passioni, agglutinando i suoi versi attorno al tema dell’amore impossibile (come osservato da Sandro Gros-Pietro nell’introduzione all’opera). Qualcosa di simile aveva fatto, a suo tempo, Lino Angiuli con il suo Catechismo (Manni, Lecce, 1998).

Sul piano metrico, la magmatica materia è affidata alle cadenze del madrigale petrarchesco. Il richiamo al poeta dell’elegia dai toni melanconici si attiene meramente alla forma, non trovando riscontro nel tono di levità disincantata e irridente costantemente presente in ogni componimento.

Sulla pagina si riversa una pletora di desideri frustrati, conflitti interiori, velleità amorose e ogni stato d’animo e pulsione propriamente odierni, non esenti da accenti nevrotici. Il subconscio collettivo dell’uomo contemporaneo trova espressione in un variegato e multiforme universo di esseri vegetali e insetti, in bilico sui versi di una poesia del paradosso. I tormenti e le aspirazioni disattese, materializzate in entità ortolane, si stemperano al calore di un’ironia sottile e mai scomposta: vi è uno scarto tra l’immedicabile inappagamento del desiderio e la cantabilità e uniformità metrica.

L’accostamento di universali categorie di pensiero a elementi dimessi della quotidianità determina un effetto di attrito semantico di sicura efficacia: nel componimento Per superare la crisi il «cuore a formaggino» di una cipolla godereccia del secondo verso, al successivo s’imbatte con «l’infinito» che «le sta giusto a pennello», per incocciare al settimo addirittura il tema della morte espressa nei «campi elisi». Così i ramolacci, le zucchine, i peperoni e i loro simili devono avventurarsi per i sentieri della santità, del sublime, del nulla, di Dio, passando per le proprie terrene e corporee urgenze.

Nella poesia Bucolica, le note di vibrante sensualità, che percorrono l’intera raccolta, si incarnano nel desiderio di Pan rivolto a una prugnetta verde, che inopinatamente scivola via tra l’erbetta, «lasciandolo con l’antica sua voglia / di cancellar con baci la tristezza / che nel bosco lascia una vaghezza…» Medesima sorte spetta al ramolaccio, irretito dai sorrisi lubrichi di una fava, che lo ricusa quando il suo ardore lo ha reso audace. Rotolando per la china del dispositivo della maschera vegetale, si giunge nella poesia Prima serata al finocchio lestofante e pedofilo latitante, colto a molestare carciofi e cavolfiori.

La metamorfosi degli uomini per artificio letterario in esseri vegetali e animali è sostenuta dal proposito di leggere la complessità interiore entro una sintassi bucolica, apparentemente semplificatoria, ma capace di muovere una intricata trama di significati per vie sotterranee, con allusività sottili e polisemiche alla consistenza contraddittoria e dolorosa della condizione umana nell’era della vittoria del mercato, col suo strascico di sottoprodotti degenerativi. In questa prospettiva, il ritorno alla natura assume un valore significativo, come alveo ideale di osservazione, rappresentazione, riflessione critica e catarsi. È necessario estraniarsi dal meccanismo rigido e fagocitante dell’attuale tessuto socio-economico, per acquistare uno sguardo autentico sul mondo e su sé stessi. La distanza guadagnata da Rondi nel suo percorso poetico ha dato luogo al travestimento metamorfico dell’umano e a una ironia che a tratti s’avvicina alla compassione.

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