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A proposito di poesia nei dialetti alto-meridionali

Posted on: 11/07/2016

 

di Francesco Granatiero 

I poeti e i cultori di dialetto sono gelosi della loro grafia. È difficile che improvvisati pionieri della scrittura della propria madrelingua accettino di integrare una trascrizione molto approssimativa o, più frequentemente, di lasciar cadere gli eccessi di segni diacritici che rendono difficoltosa la lettura.

È lodevole che più autori di uno stesso centro si mettano d’accordo e cerchino una soluzione comune. Così, per esempio, l’ “Accademia della lingua barese” che si ispira alla grammatica di Alfredo Giovine e i dialettali del sodalizio “La Putèca” di San Marco in Lamis (Fg). Il principale difetto di questi gruppi, oltre che dei singoli autori, è però spesso quello di non tener conto delle altre parlate più o meno prossime della loro stessa area linguistica. Ne deriva una babele di scritture che, oltre a non giovare alla comprensione, finisce per compromettere proprio quella dignità di lingua che ogni dialetto ha e che molti di costoro, così facendo, credono di difendere.

A tale difetto e ad altro intendono sopperire decreti legislativi regionali e manuali ortografici come la Grafia Veneta Unitaria. Manuale, a cura della Giunta regionale del Veneto (Venezia, La Galiverna, 1995), redatto da una apposita commissione di esperti sotto la guida di Manlio Coltelazzo.

È comunque utopico credere di poter mettere tutti d’accordo su un sistema trascrittivo unitario, per quanto assennato e non privo di gusto. In Piemonte, dove ormai si è affermata la grafia del poeta Pinin Pacòt, c’è sempre qualcuno che preferisce ignorarla. Né va trascurata la libertà espressiva intrinsecamente legata alla poesia, in nome della quale un poeta milanese come Franco Loi – nato a Genova da padre sardo e madre emiliana – può derogare dalla tradizionale grafia adottata a Milano. Deroga che ha senso in quanto c’è una regola prestabilita e comunemente accettata. Sono a tutti evidenti le incertezze di scrittura dello stesso napoletano, riconosciuto dall’Unesco come seconda lingua d’Italia e tutt’altro che uniforme, non dico tra Giambattista Basile ed Eduardo, separati da tre secoli, e tantomeno tra i dilettanti del web, che addirittura ne ignorano le vocali attutite, ma tra i maggiori poeti del Novecento, da Salvatore Di Giacomo ad Achille Serrao. Incertezze e difficoltà anche maggiori affrontarono il tursitano Albino Pierro e la sanfelese Assunta Finiguerra, la quale, non contenta della ë di Puozzë arrabbià’, mi telefonava chiedendomi una soluzione alternativa, che accettò e utilizzò fino alla fine dei suoi giorni. Altre soluzioni furono necessarie quando Giovanni Tesio, confidando nelle mie attitudini linguistiche – ne avevo dato prova nel 1986 con una grammatica storica del dialetto di Monte Sant’Angelo-Mattinata, ispirata agli studi di Clemente Merlo e Gerhard Rohlfs –  mi affidò il coordinamento editoriale delle Edizioni Boetti & C. di Mondovì. Tesio, dopo l’uscita del mio poemetto La préte de Bbacucche, tra l’altro molto attento alla fonetica del dialetto, riassunta nella paginetta Segni e suoni (e al tempo stesso sensibilissimo alle istanze della poesia e del gusto – così mi diceva) lamentava che l’antologia mondadoriana Le parole di legno, redatta insieme a Mario Chiesa, avesse trascurato questo aspetto. Decise allora che ogni volumetto della collana (in cui vedevano la luce, dopo di me, Giovanni Rapetti, Remigio Bertolino, Sandro Zanotto, Carlo Regis, Bianca Dorato, Amedeo Giacomini, Luigi Bressan, Franco Loi, Santo Calì, Stefano Marino e, con diverso coordinamento, Achille Serrao, Nino De Vita, Pierluigi Cappello, Ivan Crico e ancora Bertolino) avesse i suoi Segni e suoni e che mi adoperassi a uniformarne la grafia, cosa che feci con interventi e a volte decise incursioni (segnando l’accento tonico sulle sdrucciole, vigilando su quello fonico, eliminando quello superfluo, riducendo al minimo eventuali segni diacrici e così via), a cui i poeti, devo dire, si sottoposero tutti di buon grado.

Ora, dopo l’uscita del mio Altro Volgare. Per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto-meridionali (Milano, La Vita Felice, 2015), il cui saggio introduttivo anticipavo in “incroci” n. 31, genn.-giugno 2015, e il cui aggiornamento è nel blog “Poesia e dialetti” (https://fgranatiero.wordpress.com/), non posso che salutare con vivo compiacimento la piena adesione di Luigi Ianzano con il volumetto Spija nGele, «Scruta il Cielo» (Borgo Celano, Fg, Caputo Grafiche, marzo 2016) alla mia proposta grafica relativa ai DAM, acronimo che sta per Dialetti Alto Meridionali, parlati in un’area geografica che va dall’Abruzzo e Molise alla Campania e alla Calabria settentrionale, passando per la Puglia e la Lucania, sino a sfiorare alcune aree limitrofe delle Marche e del Lazio, in altre parole in quell’area grossomodo rappresentata dal vecchio Regno di Napoli, dominato per un secolo e mezzo dagli Angioini e caratterizzato dalla cosiddetta e muet dei francesi. Proposta seguita da un’antologia in cui vengono ritrascritte, secondo l’uso dei dialettali maggiori, ascoltati nella loro pronuncia (o in quella di loro concittadini dialettofoni), strizzando l’occhio ai progressi della dialettologia, alcune poesie di ventiquattro poeti storicizzati, dalle origini a oggi, suddivisi per regione – Abruzzo: C. De Titta, G. D’Annunzio, M. Della Porta, A. Luciani, U. Postiglione, V. Clemente, A. Dommarco, O. Giannangeli, G. Rosato, C. Savastano; Basilicata: A. Pierro, A. Finiguerra; Calabria: D. Maffia; Molise: E. Cirese, G. Rimanelli; Puglia: F. S. Abbresca, E. Consiglio, D. Lopez, A. Nitti, P. Gatti, F. P. Borazio, L. Angiuli, F. Granatiero;  Campania: A. Serrao – e idealmente racchiusi tra il romano G. G. Belli e il salentino N. G. De Donno, rispettivamente esemplari dell’area mediana situata a nord e di quella meridionale estrema posta a sud, le quali non sono toccate dallo schwa (e muet), tratto linguistico tipico dell’area intermedia dei DAM. Proposta a cui hanno aderito alcuni dei poeti inclusi, tra cui lo stesso Angiuli, e ben salutata da altri di diverse regioni, oltre che dal linguista Gian Luigi Beccaria. Proposta a cui aderisce ora il poeta Luigi Ianzano, abbandonando le scelte della “Putèca” – di cui è stato presidente – e dimostrando così la sua francescana umiltà e l’apertura a una linea di condotta che lo avvicina all’esempio dei grandi.

Non per nulla Luigi Ianzano (San Marco in Lamis 1975), laureato in legge e docente di scienze giuridico-economiche, è anche un francescano secolare. Egli con il volumetto Spija nGele, «Scruta il Cielo» (Borgo Celano, Fg, Caputo Grafiche, marzo 2016), si sgancia dai temi più strettamente legati al paese e alla poesia più tipicamente dialettale del suo precedente più importante Tarànta mannannéra, «Taranta messaggera» (2005), per privilegiare i temi della famiglia e degli affetti e in modo particolare quello della fede, su cui è incentrata l’ode epico-religiosa Come ce mbizza la cèreva, «Come si porta la cerva», la quale ha come Leitmotiv lo stupore per ciò che Dio opera fuori e dentro l’uomo.

La raccolta, come la poesia eponima, è dedicata ai figli, a cui si rivolge con l’affettuoso allocutivo «papà», «pa’»: «Spija ngele, papà, quanda stédde / ce tenne massera cumbagnija», scruta in cielo, figliolo (è il tuo papà che ti parla), quante stelle stasera ci tengono compagnia.

Di Ianzano – già lo segnalai nel saggio introduttivo a una mia antologia, Dal Gargano all’Appennino. Le voci in dialetto, Foggia, Sentieri Meridiani, 2012 – colpisce la scrittura pensosa, che mira all’essenziale, e l’uso singolare di una rarissima forma metrica, la quinta rima, peraltro autonoma rispetto alla strofa del Crescimbeni o del Regaldi.

Tale struttura, già presente in singole composizioni della Taranta, con il doppio quinario di Prèta pe pprèta e con l’endecasillabo de Lu sscéme ’lu pajése, ma con diverso schema metrico, sembra derivare da una terza rima con verso centrale sciolto, adottata in Ggenijosa luna, il primo testo di Spija nGele, recuperato dalla Taranta.

Ma è nella Cèreva, poemetto di 360 versi in 72 strofe, che la peculiare quinta rima assume la sua forma definitiva. Essa è in endecasillabi, come si conviene a un contenuto alto, e i versi formano una sorta di scrigno. La strofa presenta un verso centrale sciolto, che funge da nucleo, un rivestimento interno in rima, assonanza, consonanza o annominazione, formato dai versi pari, e una cornice esterna chiusa da rime o paronomasie, rappresentata dal primo e dal quinto verso.

Si prenda un esempio a caso: «Te laudeja, Gnoreddì, chi te troua, / te pennella avvunite allu crijate, / sole e lluna, vendima e jjacquarija, / matra terra e lli fòchera attezzate. / L’òme no mbò hiatà lu nòme toua» (vv. 15-20), Ti loda, Signore Iddio, chi ti trova, ti dipinge tutt’uno con il creato, sole e luna, vento e pioggia, madre terra con i fuochi attizzati. L’uomo non può fiatare il tuo nome.

Come si può notare, lo scrigno strofico si apre su uno scenario di elementi primordiali nominati in termini decisamente e significativamente arcaici, prediligendo «vendima» a «vénde», «jacquarija», che è anche rugiada, a «jacqua» o a «chiòve», il neutrale «fòchera» al semplice «fóche», «hiatà» [çatà] pronuncia più conservativa di «scjatà».

I versi citati fanno esplicito riferimento a un salmo biblico (22, 7), alle Confessioni di Sant’Agostino (I, 1.1) e alle Fonti Francescane (263, 1-22). Tutto il poemetto è intessuto su una base di almeno 145 concetti o immagini elaborate da fonti che vanno dal vecchio e dal nuovo Testamento all’enciclica Deus caritas est, dalla costituzione pastorale Gaudium et spes alla Regola dell’Ordine Francescano Secolare. È bene, però, subito precisare che la profonda cultura religiosa, lungi dall’impastoiare la capacità creativa dell’autore, è come una guida che gli impedisce di perdersi, come una grazia che irrobustisce l’afflato lirico: «Dallu patrone la vita accumenza, / cu nn’acqua bbenedétta crésce sanda, / ce annetta e cë refina e, sdurluciuta, / ce sparte cu lla grazia a tuttë quande / e tandë jè grasciosa ché cë avvanza» (vv. 21-25), Dal suo padrone la vita comincia, con un’acqua benedetta cresce santa, si netta e sedimenta e, illimpidita, si sparte con la grazia a tutti quanti, e tanto è generosa che ne avanza.

La poesia di Luigi Ianzano ha il saio dell’umiltà e la sapienza delle Sacre Scritture. Essa suona come un richiamo alle origini, e le «origini della poesia – a ricordarcelo è uno studioso comunista come Concetto Marchesi – si fondono spesso con i canti e i rituali religiosi». Ne è prova il fatto che, non solo la Bibbia, ma anche i Veda, i Carmina Fratrum Arvalium dei Romani e gli altri grandi libri religiosi sono tutti scritti metricamente. E «il rapporto del poeta con la parola» ha detto Franco Loi in un convegno su poesia e religione, «investe tutta la sua persona, la sua vita». Quella del poeta è «una coscienza della poesia che va alla radice della propria umanità, che dà alla parola il valore di una scelta». Scelta, di parola e di vita, che il poeta sammarchese affida a questi versi: «Sta chi cavadde e sciarabbà ce avvanda, / chi furgeja spenétte e ppalettò, / chi ce crede, chi pure ce lu jenne / ma glòria léqueta stipa pe mmo; / i’ strégne Patre Figghie e Spirde Sande. (vv. 61-65), Chi di cavalli e carrozze si vanta, chi ostenta monili e soprabiti, chi si presume, chi anche è qualcuno, ma gloria effimera mette in serbo; io mi stringo al Padre al Figlio e allo Spirito Santo.

 

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