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CLAUDIO RODRÍGUEZ, DONO DELL’EBBREZZA

Posted on: 03/10/2016

 rodriguezCLAUDIO RODRÍGUEZ, DONO DELL’EBBREZZA

PASSIGLI, FIRENZE 2015

 

 

 

di Alida Airaghi

 

Claudio Rodríguez (1934-1999) è forse, tra i grandi poeti spagnoli del 900, quello meno conosciuto e letto in Italia. Quindi bene ha fatto l’editore fiorentino Passigli a proporre la sua straordinaria raccolta d’esordio, Don de la ebriedad, pubblicata nel 1953, quando l’autore aveva appena diciannove anni. Salutato dal suo maestro Vicente Aleixandre come «pieno di purezza e umanità. Così sano nell’anima così pieno di cuore», il giovane Rodríguez si impose subito all’attenzione della critica e del pubblico per la sua prepotente ed energica originalità, che si rifaceva a Rimbaud e ai mistici spagnoli piuttosto che ai poeti europei contemporanei. Scarsamente interessato  all’auscultazione del suo io e alla celebrazione autobiografica, il poeta poco più che adolescente esprimeva una forte esigenza etica e spirituale verso l’immersione panica e vertiginosa nella bellezza della natura, verso la nobiltà dell’eros e il dovere testimoniale della poesia. 

   L’ebbrezza decantata nei suoi versi non è tanto quella dei sensi, quanto il tumulto dell’anima, l’emozione non controllabile del pensiero che contempla il mistero della pura esistenza, e si interroga su di esso, quasi sopraffatto dalla gratitudine e dallo stupore. Maestri a cui rifarsi sono allora tutti i grandi interpreti dello spirito, dagli evangelisti ai filosofi greci, da Teresa d’Avila a John Donne a Rilke.

“Siempre la claridad viene del cielo”: con questo luminoso endecasillabo si apre la prima sezione del libro, che così continua: “è un dono: non si trova tra le cose / ma molto sopra ad esse, e le pervade / di ciò facendo vita e opere proprie // … Oh, chiarità assetata di una forma, / di una materia atta a disvelarla / pronta a bruciarsi nel compiere l’opera”. 

L’assillante interrogarsi sulla creazione, sul desiderio di essere che anima uomini, animali e piante, facendoli nascere e morire, crescere e trasformarsi anche nella pura incoscienza materiale, rende il poeta quasi un veggente, scorporandolo da se stesso, portavoce di quanto non sa esprimersi e si limita a vegetare, a ruotare nel cosmo, a vibrare nel pulviscolo della luce:

“La quercia, sì, cosa saprebbe mai / senza me della morte? Esiste forse / l’intimità, il suo istinto, il vero / della sua ombra più di ogni altro fida? / E la mia vita è certa in quelle foglie / sempre a svelare in parte primavera?”

Punti di domanda e punti esclamativi si rincorrono nei versi di Claudio Rodríguez a indicare entusiasmo, curiosità, rapimento, in una tensione lirica che non ha nulla di studiato o artefatto, ma sembra precipitare continuamente nell’assillo del dover dire, del dover comunicare al lettore la propria emozione, scandita da una musicalità incline al canto spiegato.

Con una partecipe e approfondita prefazione di Pietro Taravacci, questo volume sa restituirci la voce della poesia più limpida, quando si innalza oltre la sua stessa finitudine e materialità:

“Neanche il mitico ovile delle sere / sa invadermi così. Temo il tuo amore, / ampia navata del dolore, e campo. / Ma ora sono lontano, così tanto / che se anche muoio nessuno mi piange. / Mi appare certo ormai che il nostro regno / non è di questo mondo. Che montagna / potrebbe elevarmi? Che preghiera?”; “ Ci sono troppe cose infinite. / Per incolparmi ci son troppe cose”; “Come il terriccio sopra i campi, basta, / basta al mio cuore una semina lieve / per darsi all’estremo. Così basta / non so perché, alla nube. Che efficacia / ha l’amore. “; “Sarà dentro il tempo. Non la mia / e non la più importante: ma la prima. / Sarà l’unica volta del creato. / Semplicità di fare che non sia / questa la prima e l’ultima! Alba, fonte, / mare, colle alfiere in primavera, / siate essenziali!” 

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