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Rita Pacilio, Prima di andare

Posted on: 16/10/2016

Rita Pacilio, Prima di andare

La vita felice, Milano 2016, 75 pp.

 

 

 

di Marta Lentini

È un dolce groviglio di sensazioni ciò che suscita la lettura di Prima di Andare, un libro, edito da La vita felice, di Rita Pacilio (poetessa, scrittrice, sociologa beneventana), che intreccia i temi della solitudine, della perdita e del ricordo intorno al nodo centrale dell’assenza.

Il libro alterna poesie a lettere. La “Prima Lettera” è l’espressione di un tentativo di trovare un colloquio mentale con l’amore vissuto durante la giovinezza, attraverso un dialogo in cui un mare, custode dei ricordi, avviluppa e restituisce immagini e scenari tanto sbiaditi, quanto potenti nel risvegliare il dolore. ‹‹Sono io la storia. Sembri lo scialle di mia madre sul collo freddo e bianco, come la barca arrivata sulla riva,sul litorale più vicino agli sciacalli, adesso sei sul mio collo, tra il cervello e le spalle, sei pensiero››.

“Ti scrivo dal mio niente” è invece una raccolta di poesie che raccontano i gesti di una quotidianità permeata da una tristezza invincibile, ma che non cede a se stessa senza prima un sussulto di ritrovata forza interiore. Il tempo si fa alleato di un lavoro di resistenza al dileguarsi della memoria, sembra si dilati per cristallizzare ricordi che, in uno stupore sempre nuovo, permettono di ritrovare il bandolo della matassa, una sorta di rituale perso, di ritorno ad un sentimento ineliminabile. C’è il proposito d’imporsi la lucidità nel verso  ‹‹sarò vigile ogni sera quando le peonie sfioriranno››, (pag.14), ma poi c’è la fatica di accettarsi diversa, inevitabilmente plasmata dagli anni, ‹‹un miscuglio di quesiti spalancati›› (pag.15). In queste poesie persino l’universo sembra partecipe, chiamato ad esser complice di un tentativo di riscattare l’opacità delle cose attraverso un’abitudine al ricordo che ridia vita a forme e oggetti: ‹‹Silenziosamente travaglia / l’universo intero, la speranza rampicante nell’edera s’infiora/ ripete/ miracoli che restano a lungo/ e resistiamo / mentre una tortora solitaria si becca il dorso›› (pag.18).

La “Seconda Lettera” esordisce con un germogliare di sensi, colori e immagini che fanno emergere tutto il buio dell’assenza, come se questa avesse conservato il suo potere accecante in un attimo reso immobile dal tempo. In queste pagine è proprio la memoria degli eventi più dolorosi a esser alimentata e cercata senza scappatoie, senza un rito consolatorio: ‹‹Questa memoria mi ha inseguita, senza pietà›› (pag.23). Il lutto viene raccontato come se fosse un lembo di tessuto strappato all’improvviso da un crudele scherzo dell’esistenza, e il presente, ricostruito con vivace e immutabile fedeltà, cede i suoi lineamenti a un senso di mancanza perenne: ‹‹Ti ricordo assoluto, intero, ti ho ibernato›› (pag.24). Si mischiano i pensieri senili e i sogni, sogni lucidi e ricavati da visioni dell’universo, nella luce effimera di una cometa, Ison, dissolta a causa della vicinanza col sole. Poi, una confessione delicata, eppur bruciante nella sua immediatezza: è la “Terza lettera” che ha come proscenio un freddo mattino di ricordi, intatti nella loro bellezza, custoditi dal dolore vivo per essere trasmessi ancora nella loro integrità: ‹‹la memoria è questa, amare le cose che sono state amate da chi noi abbiamo amato›› (pag. 41). La “Quarta Lettera” è un accorato slancio verso la speranza, è un viaggio sentimentale che ricalca tracce di un passaggio oscuro: dalla ferocia della perdita alla lenta accettazione dell’assenza. La memoria assurge a ultimo mezzo di sopravvivenza, uno strumento per riannodare, anche visivamente, tasselli di un’appartenenza viva, seppur obnubilata dalla nostalgia. La successiva silloge “Dove volano gli uccelli›” regala versi luminosi, contrassegnati da una dolcezza materna, come per esempio la poesia “Con Maria in braccio”: ‹‹qua e là passava fragile il mio peso ardito, sfuggivo per sbaglio alla calma del cuore›› (pag.64). È una poesia dettata dal potere magico di far riflettere il lettore sui sentimenti più comuni, che vengono narrati con poche immagini: l’incanto dell’innamoramento, il presagio, l’invecchiare, il ricordo ostinato.

La “Quinta Lettera” è un dolore raccontato senza orpelli, da ogni angolazione, e sublimato da parole che in un lampo sanno dire tutta l’umanità dell’individuo di fronte alla morte, tutta l’ingiustizia e quel senso di stordimento che invade l’animo nel trovarsi ad affrontarla. C’è il rapporto con la giovinezza, dunque il senso di eternità di chi non s’immagina abbrutito dal tempo, e c’è la coscienza della fugacità, della fine delle attese: ‹‹adesso sono un caso, una casualità, una malattia, una circostanza›› (pag. 72). Quest’ultima lettera si conclude con una riflessione finale che il marito le dona quasi come un testamento spirituale, per preparare una sorta di guarigione dell’animo, e si rivela come invito ad amarsi e amare la vita difendendosi dalla mediocrità: ‹‹allora tu, quando io morirò, devi fermarti e smettere di ascoltare coloro che opprimono curiosità e coraggio…›› (pag.73). Tutta la tristezza e la ricerca delle immagini sbiadite, tutta la solitudine e il vuoto si ricompongono in questo abbraccio ideale, un dono, un’esortazione e una promessa che sono stati dati, dunque, “prima di andare”.

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