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Perchè vale la pena ricordare Wajda?

Posted on: 25/10/2016

Perchè vale la pena ricordare Wajda?

La Storia raccontata attraverso il cinema di Wajda

 

 

 

 

di Marta Marika Bonanno

Dottoranda presso l’Università di Varsavia

Fin dall’inizio, Wajda sapeva che il suo cinema sarebbe dovuto essere polacco. Oggi si parla di frontiere da superare, di co-produzioni europee, di universalismo, invece la generazione dei grandi maestri degli anni ’60 era legata alle proprie radici. Bergman si trovava meglio in Svezia circondato dagli attori del suo teatro[1]; come immaginare Fellini se non immerso nella realtà italiana, oppure Kurosawa (maestro a cui Wajda si è ispirato nei suoi lavori) senza la tradizione giapponese? Tarkowski senza implicazioni russe o Resnais senza la base francese? I vecchi maestri dell’universalità imparavano nei propri cortili, dalla tradizione spirituale delle proprie nazioni, ed è per questo che il cinema di Wajda ha messo le radici nella realtà polacca, raccontando delle vicissitudini, della libertà e di tutte le persone impigliate nella storia nazionale: quasi ogni suo film è una prova per descrivere l’identità dei polacchi.

Wajda non evitava i temi difficili, ha sfruttato ogni occasione per raccontare la realtà circostante e riempire sullo schermo le ‘macchie bianche’ della storia polacca. Gli anni ’70 sono per Wajda anni eccezionali. Innanzitutto Człowiek z marmuru, un grande affresco politico che denuncia la falsità del comunismo. Wajda pensava a questo tema già agli inizi degli anni ’60, quando Jerzy Bossak gli aveva raccontato la storia di un muratore stacanovista ai tempi di Stalin, capo di un grande cantiere, ma successivamente buttato giù dal suo piedistallo, cosa a cui si era ribellato. Wajda aveva pensato già in quegli anni che avrebbe dovuto essere una donna a scoprire tutta la verità su Birkut, per questo sceglie Agnieszka (Krystyna Janda), chiamata così perché il regista conosceva Agnieszka Oszecka che studiava all’Accademia di Łódż e prese da lei ispirazione.[2] Poi però il film non fu girato perché vietato dalla censura. Wajda sosteneva che le parole erano pericolose, divulgavano l’ideologia ed erano le prime a cadere sotto censura. È forse per questo motivo che il cinema polacco è, prima di tutto, un cinema dell’immagine. Allora, come si può censurare Cybulski che muore lentamente e silenziosamente in una discarica?

Wajda con il suo cinema non fa altro che colorare tutte le ‘macchie bianche’ lasciate dalla Storia. È un mezzo che viene usato da lui per informare e denunciare tutti gli orrori che da sempre hanno fatto parte della storia polacca ma che sono sconosciuti alla gente, poiché sono stati sempre nascosti. Scrive delle pagine di Storia che andrebbero aggiunte ai nostri libri scolastici, questo è il suo scopo, Wajda ha scelto di diventare regista proprio per questo. È diventato un paladino della giustizia, andando contro la politica e le autorità, che molto spesso avevano vietato la pubblicazione dei suoi film. Ha combattuto, proprio come i suoi protagonisti, una guerra senza armi, senza pistole o bombe, ma con la cinepresa e la pellicola, nella maggioranza dei casi vincendola, in modo da riuscire a pubblicare i suoi film e urlare la verità in tutto il mondo. Ha ricevuto molte critiche sul suo modo di narrare la storia, sui suoi personaggi, sulla ossessione continua della morte. Ma credo che siano proprio queste caratteristiche che lo distinguono da tutti gli altri, rendendolo unico nel suo genere.

Perché vale la pena ricordare Wajda? C’è una caratteristica che gli appartiene, è quella nostalgia positiva che mi ha subito colpito guardando per caso qualche suo film e che si è consolidata man mano che mi avvicinavo di più alla sua sfera, attraverso la traduzione dei testi e la visione dei film. Wajda non fa nulla senza consapevolezza e nulla in superficie. Tutto ha un suo senso di esistere, una logica e un posto preciso. Anche il gesto minimo compiuto è unico e ha valore. All’accademia ho imparato una cosa importante, scrive l’autore, a osservare il mondo che mi circonda.[3] Come mi ha fatto notare Silvia Parlagreco, scrittrice nonché traduttrice di alcuni dei testi autografi di Wajda, è una frase con cui siamo cresciuti tutti, ma non so a quanti di noi sia sembrato troppo ovvio, troppo semplice, perché valesse la pena impararlo davvero.

Comprendiamo attraverso queste parole lo spirito con cui Wajda ha girato i suoi film, fatto di forza, coraggio, amarezza, disillusione, disperazione, ma soprattutto di quella determinazione straziante che l’ha portato a denunciare, come meglio poteva, la dilaniante verità che aveva visto e vissuto: un eroismo che costituisce il sale dei film di Wajda.

[1] Monika Nahlik, ”Katyń w czasach popkultury”, in: Tadeusz Lubelski,  Maciej Stroiński, Kino Polskie jako kino narodowe, Korporacja Ha!art, Kraków 2009,  p. 339

[2] Barbara Hollender, Od Wajdy do Komasy, Prószyński i S-ka, Warszawa 2014, p.12

[3] Introduzione di Silvia Parlagreco,  Andrzej Wajda – Il cinema, il teatro, l’arte, con la collaborazione di Mauro Corso e Francesca Fornari, Lindau 2004

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