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Il Premio Nobel a Dylan: la letteratura accoglie la canzone d’autore

Posted on: 10/11/2016

 

 

 

Il Premio Nobel a Dylan: la letteratura accoglie la canzone d’autore

di Sara Notaristefano 

Dalla curatrice di “Note di poesia. Canzoni d’autore in lingua italiana, inglese e francese”, antologia di testi per canzone edita da Stilo, una riflessione sull’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan.

 

“Se Bob Dylan può vincere il premio Nobel per la Letteratura, Stephen King deve entrare a far parte della Rock and Roll Hall of Fame” (J. Pinter); “E’ come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias perché c’è una bella musicalità nella sua narrativa” (A. Baricco). Queste sono solo due delle reazioni velenose scatenate dall’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan. La prima citazione proposta non è degna di essere commentata, perché Pinter avrebbe dovuto tirare in ballo uno scrittore la cui produzione abbia qualcosa di lontanamente musicale, come, più correttamente, si è preoccupato di fare Baricco, la cui osservazione, però, lascia intendere che un testo, anche se pregevole, solo perché scritto per un accompagnamento musicale, non sia letterario. Numerose persone, poi, convinte che la letteratura comprenda solo romanzi, poesie e tutt’al più racconti, hanno scritto su Facebook, in perfetto stile “Chissà-dove-andremo-a-finire”, che, di questo passo, saranno insigniti del Premio Nobel per la letteratura anche gli autori di alcune acclamate serie TV!

L’aspetto triste del polverone sollevatosi è che le polemiche non vertono, se non marginalmente, sulla qualità dei testi scritti da Dylan ma sul fatto che lui sia “solo” un cantautore, cioè un artista di serie B o, per scherzarci su, un… “diversamente” poeta. Da ciò si evince che ad alimentare il dibattito sia un pregiudizio di fondo, piuttosto che una rigorosa analisi critica dell’opera di Dylan. Occorre, dunque, ridefinire l’oggetto della discussione, partendo da ciò che viene effettivamente premiato con il Nobel per la letteratura, che, sembrerà banale sottolinearlo, non è un riconoscimento destinato al miglior poeta. Se così fosse, allora si potrebbe anche discutere sull’opportunità di premiare un cantautore, giacché, come ho scritto nel saggio introduttivo a Note di poesia (Stilo Editrice), anticipando, in un certo senso, la decisione dell’Accademia di Stoccolma, la canzone è un’espressione artistica che, pur avendo alcune caratteristiche in comune con la poesia, possiede una propria specificità letteraria. Trattandosi di un premio per la letteratura, piuttosto che gridare allo scandalo perché un cantautore è stato “fatto passare” per un poeta, piuttosto che domandarsi se Dylan sia o no un poeta, bisognerebbe invece capire se costui meriti il Nobel proprio in quanto cantautore. Insomma, i suoi testi hanno dignità letteraria e, più in generale, i testi per canzone sono letteratura? Chi è insorto contro l’assegnazione del Nobel a Dylan ritiene che il testo di una canzone non possa essere considerato letterario, più per una sorta di timore che la canzone sia assimilata alla poesia che per l’estraneità (ancora tutta da dimostrare) del testo per canzone alla letteratura. Di fronte a simili reazioni, mi domando come e perché una base musicale possa impoverire, svilire la parola, anziché arricchirla. Se così fosse, sarebbe incomprensibile perfino la consuetudine con cui molti poeti declamano i propri versi con un accompagnamento musicale durante reading ed eventi simili.

Sarà un mio limite ma proprio non riesco a pensare che la musica contamini la purezza del verso. Dopotutto, la lirica nacque proprio come componimento in versi accompagnato dal suono di uno strumento, la lira; i Salmi testimoniano lo stesso legame tra testo scritto in versi e musica; inoltre, nessuno ha mai espunto dai più prestigiosi libri di letteratura i trovatori, gli “antenati” degli attuali cantautori. Pertanto, la canzone d’autore gode di una propria tradizione che affonda le radici nel passato, in quel passato che, secondo il modo di ragionare di alcuni intellettualoidi, avrebbe il potere di nobilitare tutto.

Si potrebbe obiettare che il testo sia solo una delle componenti della canzone ma questo non implica che esso svolga una funzione ancillare rispetto alla musica; anzi, i cantautori si ostinano a scrivere dei testi perché, evidentemente, la loro musica necessita delle parole, senza le quali realizzerebbero dei brani strumentali.

D’altronde, il legame tra la musica (che è un linguaggio) e il verso (che ha una sua musicalità) è molto stretto, così stretto da indurre, paradossalmente, proprio chi non condivide l’assegnazione del premio Nobel a Dylan ad interpretarla come la legittimazione dell’identificazione tra poesia e canzone d’autore e non come l’inclusione (tardiva) nella letteratura di una forma artistica finora considerata troppo pop per farne parte. Già, pop, un’etichetta che in questi giorni è stata affibbiata a Dylan e alla sua opera con intento denigratorio; come se qualcosa di “popolare”, di rivolto al “popolo” fosse di per sé dozzinale, mediocre. Un’offesa che, in realtà, si può trasformare in un clamoroso autogoal, visto che “popolari” sono anche le radici più illustri della letteratura italiana; basti pensare alla ricerca linguistica di Dante, che scrisse il poema più bello mai concepito non in latino, che, all’epoca, era la lingua incontrastata della cultura e del potere, ma proprio in volgare (dal latino vulgus, appunto, “popolo”). Perciò, se la poesia non ha né gli spazi e neppure la risonanza mediatica di cui gode la canzone d’autore, si tratta di un’imperdonabile incuria nei confronti della bellezza da non imputare ai cantautori o agli accademici svedesi; bensì proprio allo snobismo di coloro che si ergono a paladini della poesia, della Letteratura con la “L” maiuscola (su cui tanto ironizzò Tabucchi, intervistato da Cotroneo in occasione della presentazione di Tristano muore), quella “elitaria”, “seri(os)a”, “aristocratica”. Insomma, la chiusura ermetica nei confronti di altre espressioni artistiche ha la presunzione di salvaguardare l’autonomia della letteratura, condannandola invece a sterile autoreferenzialità. Fortunatamente, la letteratura è viva, viva, malgrado i tentativi di mummificarla; fortunatamente, è forte abbastanza da travalicare i confini che le erge attorno chi si affanna a proteggerla da ciò che, in realtà, non la minaccia; e fortunatamente la letteratura resiste, preservando il proprio specifico, pur se declinato in forme diverse.

Neanche l’obiezione secondo cui il testo per canzone sia realizzato dopo o per la musica è un’argomentazione convincente, perché le peculiarità del processo creativo di una canzone d’autore non escludono affatto che molti testi, spogliati del loro accompagnamento musicale, siano perfettamente autosufficienti e “costruiti” secondo accorgimenti tecnici di cui si serve anche la poesia (un esempio banale: gli endecasillabi della Canzone di Marinella). Anzi, ci sono testi per canzoni, molti dei quali proprio di Dylan, scritti meglio di tanta mediocrità che ha il “privilegio” di essere racchiusa entro una copertina cartacea, in bella mostra sugli scaffali delle librerie più rinomate. E questo mi porta ad un’altra accusa mossa agli accademici svedesi: l’assegnazione del Nobel a Dylan è stata etichettata come una mera operazione di marketing. Può darsi; ma, diciamocelo chiaramente, tanti altri premi letterari non sono passibili della stessa accusa? Tutti i premi hanno dei limiti intrinseci e ritenere che essi costituiscano un riconoscimento oggettivo è un’ingenuità, anche a proposito del Nobel, che rimane – ebbene sì – solo un premio, con il suo prestigio da un lato e le sue “pecche” dall’altro. Queste ultime sono drammaticamente rappresentate non dal (meritato) Nobel a Dylan ma da una gravissima omissione da parte degli accademici svedesi: la non assegnazione del premio a Mario Luzi; quella, sì, davvero scandalosa.

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6 Risposte to "Il Premio Nobel a Dylan: la letteratura accoglie la canzone d’autore"

Rispondo a Daniele (sorridendo, perché ne discutevo animatamente con un docente di scuola & musicista di sua strettissima conoscenza qualche tempo fa): mettiamo che un testo letterario non sia mai stato scritto ma solo declamato a voce e tramandato così fino alla fine dei tempi. Potremmo mai pensare di attribuirgli un maggiore o minore valore letterario perché influenzati dalla voce che lo declama (più o meno gradevole, più o meno abile)? O mettiamo una forma poetica fortemente musicale, un sonetto, o un testo metricamente pensato per essere “cantabile”: non è anch’esso aiutato con decisione dalla musica che genera, che lo rende appunto anche orecchiabile, memorabile? O ancora, a voler esagerare coi paradossi, mettiamo uno stesso testo scritto da un calligrafo su un codice di pregio oppure scarabocchiato a mano da un bambino su un fogliaccio: è il supporto, l’occasione a renderlo più o meno letterario? Pensando e ripensando a questo nobel, e litigando un po’ in giro sulla questione, sono arrivata a credere che buona parte delle polemiche siano legate al timore che si voglia assimilare il testo per canzone (attenzione: non la canzone) al genere letterario che più le si avvicina, per questioni strettamente formali: la poesia, appunto. Ma basterebbe accettare che il “letterario” risieda in molte forme (sottoscrivo le parole di Lino), e che il testo per canzone possa essere letterario o aspirarvi – ci sono tanti testi narrativi e poetici che sono meno letterari di un verso di laura pausini, in fondo. D’altra parte il povero Dylan ha preso il nobel per la letteratura, mica per la poesia, il romanzo, etc.
Un saluto a tutti.

La questione della “poeticità” o meno della canzone d’autore è uno di quei temi che scalderanno sempre i dibattiti letterari. Occuparsene è sempre, in una certa misura, “provocazione”. Non credo (in questo come in molti altri casi) che sia necessario richiamare delle complesse categorie teoriche. Sono del parere che un testo per musica possa (senza esserlo automaticamente, è chiaro) ambire ad esser considerato poesia, perché in molti casi contiene tutto ciò che si richiede all’identificazione di un testo poetico (sul piano della metrica, della retorica e dell’intertestualità). Non di rado utilizzo nei miei corsi universitari alcuni testi per canzone, quando mi servono per “accostare” dei temi che poi svilupperò meglio nella poesia “convenzionale”.
Rimane, però, almeno un dubbio che devo concedere alle riflessioni di un fervoroso avversario della canzone, Valerio Magrelli: quando valutiamo la qualità letteraria di una canzone dovremmo essere sicuri di non essere influenzati (positivamente o negativamente) dalla musica da cui essa è normalmente accompagnata.
Un poeta è “nudo” davanti al lettore, armato solo delle sue parole, da cui deve spremere tutta l’efficacia semiotica possibile; un cantautore, invece, (e questo vale, ad esempio, per “Blowin’ in the wind” di Dylan o per “La cura” di Battiato o per “L’anno che verrà” di Dalla, da me amatissima) è un poeta “potenziato”, non gioca ad armi pari, perché in più si avvale della musica, un artificio extralinguistico in grado di trasmettere molta più emozione rispetto alla nuda parola. Ora, il potere emozionale della musica (molto più di quanto non accada nelle altre arti, comprese quelle spettacolari) è in grado di “alonare” il testo anche quando lo leggiamo, sicché è possibile che la forza di un verso cantautorale non dipenda dalla sua efficacia linguistica, ma dalla memoria musicale che esso custodisce per sempre con sé. Si potrebbe dedurne, pertanto, che un buon metodo per l’indagine intorno alla letterarietà di una canzone sarebbe quello di occuparsi solo di canzoni che non si sono mai ascoltate.
Detto questo, condivido tutte le analisi di Sara Notaristefano e sono molto contento di averle a suo tempo commissionato “Note di poesia” per Stilo: il compito dei libri è quello di indurre la riflessione, la riflessione, la persuasione, la distinzione. In questa varietà di atteggiamenti ognuno ha il suo spazio.

Aggiungerei che alcuni artisti hanno inizialmente scritto e pubblicato poesie per poi, in un secondo momento, esprimersi tramite la canzone d’autore, come lo scomparso Leonard Cohen.

Tutte le volte che l’istituzione letteraria sconfina e imbarca alterità rispetto al proprio recinto autoriproduttivo, ai propri rituali, ai propri automatismi (tic), bisognerebbe brindare, a prescindere…
La storia, la vita, la cultura, la mentalità si muovono veramente quando qualcosa di inedito e impensato e imprevedibile ed escluso entra nel gioco sociale e acquista un ruolo attivo, riconoscibile e riconosciuto.
Dopodiché, la critica ufficiale è invitata a dimostrare che un testo di dylan o di de andrè sia qualitativamente (alias creativamente) “inferiore” rispetto ai testi literaturally correct di un poeta munito di alloro anziché di armonica a bocca o chitarra. auguri bob.
lino angiuli

(sara: sei brava)

Molto interessante… e convincente, quando la l’intelligenza, la preparazione e l’apertura della mente aiutano la comprensione e il piacere di di godere della poesia

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