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LA LETTERATURA OLTRE IL NOBEL

Posted on: 30/12/2016

 

 

La letteratura oltre il Nobel

di Salvatore Ritrovato

Non so quanto valga la pena sollevare polemiche sull’assegnazione del Nobel a Dylan. In fondo, Dylan è anche poeta in senso tecnico, cioè ha scritto poesie e prose che si possono leggere senza imbracciare la chitarra elettrica. La sua produzione è stata più volte edita in Italia, sin dagli anni Settanta, ed è stata di recente sistemata da Alessandro Carrera per Feltrinelli, con il titolo Lyrics; un titolo ammiccante, poiché riporta il lettore colto alle origini della tradizione poetica occidentale, cioè a quella ‘lirica’ greca arcaica che ebbe una diffusione orale e cantata, prima che scritta, ma che sarebbe piaciuto anche a Giosue Carducci che tenne a battesimo la giovane e intraprendente Annie Vivanti suggerendo il titolo della sua prima raccolta di versi, Lirica. Non sono un esperto di Dylan, e non saprei dire se il giovane Allen Zimmerman, che a inizio carriera si ribattezza Dylan in memoria di Dylan Thomas, consolidi la sua vocazione proprio al Greenwich Village, il quartiere universitario frequentato dai poeti della beat generation. Senza dubbio li avrà conosciuti e letti come tanti altri giovani di quegli anni, e con alcuni di essi intratterrà rapporti di collaborazione artistica (per esempio con Allen Ginsberg).

Senz’altro, nell’opera di Dylan, il canale fra poesia e canzone resta sempre aperto, anzi è fondamentale per comprendere il peculiare spessore intellettuale dei suoi testi, così come, mutatis mutandis, per spiegarsi il fenomeno Raffaella Carrà è importante avere un’idea di quanto fosse importante, per l’Italietta degli anni Ottanta, indovinare il numero di fagioli contenuti in un barattolo di vetro. Tuttavia non basta questo per definire Dylan un “poeta”. Così come non bastano trecento testi fra sonetti, madrigali, quartine e altro, per dire che Michelangelo fu un poeta: semmai si dirà fu anche poeta. L’uno e l’altro sono qualcosa di più. Se avessero dato un Nobel per la letteratura all’autore della Cappella Sistina, credo che non sarebbero mancate le polemiche. Oggi, però, non sono pochi a ritenere che, nel Cinquecento, poche voci poetiche sono intense e vere come quella di Michelangelo. Il quale, addirittura, non pubblicò mai un libro in vita, ed è e resta soprattutto un artista. E Dylan? Mi pare a volte che gli andrebbe stretta anche la definizione di cantante folk-rock, per non dire il patetico appellativo di “menestrello”, e sarebbe solo un palliativo quella di cantante eclettico. Io mi accontenterei di definirlo un grande artista, e di collocarlo, se non vogliamo allontanarci dal Novecento, accanto a Chaplin, cui pure starebbe stretta la definizione di attore o di regista! Perché, allora, assegnare un Nobel a Dylan? Già, ma che se ne fa del Nobel? (Quando scrivo queste note, corre la notizia in tutto il mondo che Dylan non andrà a ritirare il premio, ha altro da fare… Ci credo bene!)

   Non trovo del tutto ridicolo questo nobel, non perché potevano darlo a Roth o a Murakami, e invece è stato dato a Dylan, ma perché dimostra che il senso della letteratura che hanno gli accademici svedesi, sin dalla istituzione del premio, nel 1901, è molto lontano dal senso che aveva Smilla per la neve. Se scorriamo la lista dei vincitori, leggiamo nomi che oggi si fa fatica a trovare sull’enciclopedia, scrittori noti solo nei corsi di dottorato, autori che si sono occupati di letteratura per curiosità o passatempo, e autori che ebbero un fugace momento di gloria; nello stesso tempo mancano tanti grandi, straordinari scrittori, ancora oggi noti, amati e letti in tutto il mondo, e sicuramente anche in Svezia. Il primo premio Nobel, nel 1901, fu dato a Sully Prudhomme, che prevalse su Emile Zola e Lev Tolstoj: inutile stilare valori di merito fra questi tre scrittori. Nel 1902 fu il turno di Theodor Mommsen, serio e rispettabile professore universitario di diritto romano, che prevalse su tutti con la sua monumentale Storia di Roma: un saggio lungo, forse di non sgradevole lettura: opus oratorium maxime, così l’avranno giudicato i discendenti di quei Goti che fecero nel 400 dopo Cristo il loro primo giretto turistico in Italia. È davvero importante domandarsi che cosa c’entra la Storia di Roma con la “letteratura”? Dopo qualche nome di perfetto sconosciuto, nel 1922 è la volta di un certo Jacinto Benavente, drammaturgo spagnolo molto accreditato nei salotti bene del continente: prevale sul connazionale, il grande, ma scomodo (con tutti i suoi rovelli religiosi ed esistenziali!), Miguel de Unamuno. Per inciso, il 1922 è anche l’anno dell’Ulysses di James Joyce, che ovviamente non vincerà mai il Nobel. Ma agli accademici di Svezia non dispiacciono le vicende dure e dolorose, come quelle dei contadini, emarginati nelle parti più remote del mondo (dalla Sardegna alla Cina alla Finlandia), protagonisti di storie senza scampo, per cui la borghesia europea forse cerca perdono. Non piacciono, invece, le storie troppo lunghe come quelle di chi va alla ricerca del tempo perduto, o le storie a tinte troppo forti come quelle di chi cerca di congedarsi al termine della notte. E poi, non parliamo di quando la letteratura è l’espressione ultima di un lungimirante progetto politico, come nel caso di Winston Churchill, che aveva già vinto due guerre mondiali e una battaglia campale con i Dervisci, nel 1898, per il controllo del Sudan: Sir Churchill vinse il premio nel 1953, con le sue Memorie, che si fa fatica a trovare non solo in libreria, ma anche in biblioteca. Mentre Winston incassava il premio, Ezra (il grande Pound), reo di aver manifestato antipatia viscerale nei confronti della politica imperial-capitalistica della sua madrepatria, marciva in un manicomio criminale americano. A proposito, vogliamo contare, in oltre cento anni di attività del premio, quanti autori vengono dall’Occidente, e quanti dal resto del mondo? Si tratta di un rapporto di circa dieci a uno: il primo scrittore africano, di colore, a vincere il Nobel è stato Wole Soyinka, nel 1986. Dopo di lui, l’egiziano Naghib Mahfuz. Poi nulla. Riguardo alle donne, tanto di cappello per una giornalista coraggiosa come Pearl Buck, che vinse il premio per aver passato qualche mese di paura in Cina durante l’invasione giapponese e averne raccontato gli orrori, ma è un peccato che l’immensa opera di Marguerite Yourcenar, forse una delle scrittrici più grandi del Novecento (e di tutti i tempi), non abbia meritato la giusta attenzione.

   Ma allora, a che cosa serve questo premio mondiale alla letteratura, e perché gli si dovrebbe dare importanza? Io credo che esso non serva a niente e che non abbia senso parlarne. E allora perché me ne occupo in queste pagine? La ragione è semplice: per confessare che non sento l’assegnazione del premio a Dylan come una sconfitta per la poesia, semmai come una conferma che ogni forma istituzionale di riconoscimento (di cui l’Accademia di Svezia rappresenta la quintessenza planetaria) del valore letteratura e, quindi, della poesia, è ridicola.

   Non ci accaniamo più di tanto. Nutro profondo rispetto per un mestiere così ingrato, ma anche un po’ di invidia per il lauto compenso che penso spetti a chi ha il dovere di leggere tanta bella letteratura. Gli accademici svedesi sono uomini come noi, e come noi possono sbagliare; anche perché non leggono più libri di noi, forse anche meno. E del resto, questo non vale solo per l’illustre commissione di cui essi sono membri, ma per tutte le commissioni di premi e concorsi! Dallo Strega al Goncourt al Pulitzer: chi è senza peccato scagli la prima pietra. A volte ci si azzecca, spesso no. La poesia non salva la vita e non contribuisce al PIL. Come può un’istituzione accademica riconoscere in questo un valore? Al limite ne riconosce il “pericolo”, come capitò, proprio alle soglie della nostra modernità, con Les fleurs du mal di Baudelaire. A questo proposito, ho sempre riflettuto sul premio nobel del 1903, che toccò a Bjørnstjerne Bjørnson, drammaturgo di casa: «Un tributo alla sua nobile, magnifica e versatile poeticità, con la quale si è sempre distinto per la chiarezza della sua ispirazione e la rara purezza del suo spirito». Su chi prevalse? Su un altro drammaturgo: tale Henrik Ibsen. Ora, proviamo a immaginare le eventuali motivazioni di un premio a Ibsen: «Un tributo alla sua straordinaria capacità di stanare il maschilismo di questa ipocrita società borghese». Certo da Bjørnstjerne Bjørnson a Dario Fo a Bob Dylan, ne è stata fatta di strada! La commissione giudicatrice ha provato a superare, negli anni, quella pruderie conformista che appartiene alla sua classe sociale: l’alta-borghesia che, su investitura regale, pretende di giudicare il miglior fisico del mondo, il miglior medico, il miglior letterato, il miglior pacifista… Ma se oggi fossero ancora vivi Kerouac, Ginsberg, Bukowski, avrebbero qualche chance di vincere il Nobel? Non credo. Anzi, è possibile che l’istituzione che ha premiato Dylan o abbia inteso addomesticarlo, giudicandolo come si può giudicare un ragazzo intelligente, anche se magari è un po’ birichino, che ha svolto diligentemente il suo compito, che sarebbe quello di «aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana». Dunque, Dylan è stato premiato non come cantante che rinnova la poesia, ma come poeta che rinnova la canzone?

   A dire il vero, sfogliando i giudizi riservati ai vincitori, sembra di leggere quelli stereotipati che si danno ai ragazzi di una scuola media, che fanno tutte le consegne e si comportano correttamente in classe. Spesso suonano più come un fraintendimento o addirittura un declassamento che come un riconoscimento critico fondato su rilievi puntuali dell’opera che – si spera – sopravvivrà allo stesso autore. Se agli accademici piace la chiarezza, la nitidezza, la laicità, la difesa dei valori umanitari, l’impegno civile, cosa ci si poteva aspettare quest’anno? Che Philip Roth vincesse? Troppo ebreo, troppo anticonformista, antiamericano, antiborghese, sessuomane, politicamente scorretto. Diamo il premio a un altro ebreo americano: Dylan. Ma meno ebreo dell’altro, tanto da cambiare il suo vecchio cognome da Zimmerman in Dylan. Ma che cosa volevano premiare esattamente i commissari? Il tardo erede della beat generation che sa mettere la testa a posto? Io credo che nessuno riuscirà a capire fino in fondo che concetto di letteratura hanno gli accademici di Svezia. Della nostra letteratura, se scorriamo la lista degli autori premiati, hanno capito ben poco. E di quella francese? Tutto il rispetto per gli ultimi arrivati, Modiano e Le Clézio: ma dove sono finiti Char e Bonnefoy? Inutile passare in rassegna altre letterature, il panorama si farebbe sempre più triste, sul ritornello di un ubi sunt.

   L’episodio del Nobel a Dylan ci porta a riflettere, dunque, sui limiti intrinseci di una visione “istituzionale” della letteratura. Chiunque mediti sui grandi vantaggi che il potere ha sull’esercizio della vita culturale, finirà per equivocare il messaggio della poesia e per depistare i suoi lettori, creando false attese, falsi messaggi, false vetrine. La letteratura, in mano alle istituzioni, diventa ideologia, nel senso marxiano del termine, ovvero l’espressione di una falsa coscienza della classe che da qualche centinaio di anni guida la storia del genere umano, e impone i suoi ritmi di ‘crescita’ ai popoli di tutte le latitudini, in nome di ideali di volta in volta chiamati uguaglianza, democrazia, civiltà e così via, ma che si traducono solo in una sperequazione sempre più evidente (come prova il fatto che l’1% della popolazione è più ricco di tutto il resto del mondo). Addomesticare la letteratura, i suoi messaggi, le sue tensioni immorali e amorali, i suoi casi estremi (da Sade a Rimbaud, da Lorca a Céline), questo è l’obiettivo di ogni premio che esige l’etichetta, il cerimoniale, l’inchino, la riverenza, il salamelecco, il discorso politicamente corretto ecc. Non è il prezzo che si paga alla celebrità, ma lo scotto di appartenere a una classe che ambisce a vedere riconosciuta la sua leadership anche nelle sue apparenti contraddizioni. Quanti scrittori, in questo momento, rischiano la vita per un romanzo che ha dato fastidio a un governo totalitario? Quanti addirittura perdono la vita per delle semplici poesie d’amore pubblicate in un paese in cui è vietato scambiarsi un bacio al parco? Perché non dare un premio a questi autori? Perché non fanno vetrina e non alzano l’audience? E quanti complici di questo perverso sistema di cooptazione istituzionale della letteratura si annidano fra quegli scrittori che si lamentano ogni volta che la Letteratura non viene rispettata come si deve? Non si tratta di avere una concezione più “allargata” della letteratura (così come si sente dire, confusamente, da più parti), onde includere nella prossima antologia della poesia italiana del Novecento anche Mogol, Conte e Capossela, in attesa che a X-Factor venga premiato un De Angelis o un Magrelli. E non si tratta neanche, semplicemente, di saper distinguere chi scrive versi, e chi “in” versi: due arti nobilissime, ma diversissime. Io direi che si tratta di rendersi conto di quanto valga poco, per non dire niente, la poesia in mano alle istituzioni: come un’ombra che intravediamo dietro un paravento, ogni sua parvenza è calcolata per ottenere un certo effetto. Chi ama davvero la poesia la vada a cercare per strada, se ha voglia di fare due passi, o in una biblioteca accogliente, se vuole stare un po’ in pace, o in un bar affollato o solitario, come gli piace, o in una giornata di mare, o in una passeggiata in montagna senza meta, insomma lontano da tutti quei luoghi in cui l’istituzione trasforma, alimentando la coazione narcisistica, il dono della poesia in un premio alla poesia.

 

 

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4 Risposte to "LA LETTERATURA OLTRE IL NOBEL"

Leggendo l’intelligente e puntiglioso articolo di Salvatore Ritrovato, trovo il rovello di un intellettuale – se la parola esiste ancora – alle prese non tanto con il “caso Dylan”, ma con la definizione e il senso stesso del fare letteratura oggi: il che si porta dietro problemi di definizione, di valore, di uso, e altri elementi che emergono soprattutto nel finale. Qualche anno fa, quell’Alessandro Carrera che Ritrovato cita come probabilmente il massimo esperto italiano di Dylan (e della canzona d’autore che in Dylan trova il capostipite) mi spiegava le motivazioni profonde e concrete per cui Dylan non avrebbe mai vinto il Nobel. Correva, se non erro, il 2010. Poche cose sono cambiate da allora, e quindi occorre scavare a fondo per comprendere le ragioni della scelta.
Inutile sottolineare l’importanza di Dylan per la canzone d’autore a venire, definizione che fa convivere songwriters di così diverse tradizioni musicali per quanto ci si possa solo riferire alla cultura occidentale; è probabilmente più importante collocarlo al centro delle rivoluzioni culturali di inizio anni Sessanta (ma anticipate dal fermento degli anni Cinquanta, con la nascita della cultura giovanile), anche se Dylan non accettò mai, né allora né in seguito, alcun ruolo istituzionale, alcuna etichetta e definizione, fedele al suo controverso e scomodo ruolo di guru e ispiratore totalmente libero – e, verrebbe da aggiungere, non di rado temerario ma anche refrattario ad assumersi ogni responsabilità esplicita: come avrebbe detto il nostro Bennato nel suo testo più dylaniano, “Sono solo canzonette”, che associerei a Rainy Day Women. Il che spiega almeno in parte la reazione di Dylan al ricevimento del Nobel, a confermare anche quanto dice Ritrovato sulla istituzionalizzazione della letteratura vista in chiave di borghesia illuminata che l’Accademia rappresenta.
Forse, però, è più interessante collocare Dylan lungo quel filone di “poesia” (teniamo provvisoriamente il termine) extravagante, che prende le mosse da Whitman e che è basata sull’oralità (e su un alto tasso di retorica verbale) piuttosto che sugli stilemi fino a quel punto necessari per la riconoscibilità della poesia, per la sua letterarietà. Attraverso la querelle in absentia con Pound, il quale alla fine decise di “fare un patto” con Whitman (con i suoi contenuti ma anche con la sua forma), quell’idea di poesia (e non solo poesia) filtrò fino al movimento beat degli anni Cinquanta, e di lì diventò la forma base per la già citata canzone d’autore, saldandosi all’altro filone, prettamente musicale, della folk music che nel Novecento mantiene Woody Guthrie e Pete Seeger come punti fermi. Leggendo Paterson di William Carlos Williams, poeta poundiano per quanto distante da Pound almeno politicamente, ci rendiamo anche conto di come, poco prima degli inizi di Dylan, la poesia modernista americana si sia saldata alla voce di Whitman (e a Joyce, ma questa è un’altra storia).
Il nodo letterario è intricato: il Modernismo anglosassone da un lato si configura come iperletterario e tradizionalista, e dall’altro rappresenta la più coerente linea di innovazione del Novecento (e non solo), puntando alla “struttura musicale”, al rifiuto della logica narrativa, all’incorporazione di materiali extrapoetici e persino extraletterari e altro ancora; vediamo però come possa ospitare tensioni verso l’oralità e verso una forma per nulla basata su quegli elementi di coerenza e coesione testuale che danno tradizionalmente la riconoscibilità di un testo poetico. E avvicinandosi al parlato, al linguaggio della tribù, emergono gli elementi più genericamente retorici (quelli, in fondo, delle ballate medievali), puramente ritmici e tonali. Sono questi elementi che Dylan inserisce nei suoi testi. I quali, sia detto chiaramente, non sopportano una lettura “poetica”. Prendiamo la canzone di Dylan forse più nota ed emblematica, Like a Rolling Stone (1965). Il famosissimo ritornello recita:

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Anche eliminando la ripetizione che lo apre, non si può non definire cacofonica la serie di assonanze, anche se perfettamente funzionanti come testo di canzone. Lo stesso si può dire dei tanti testi surreali – uno su tutti, la lunghissima Sad-Eyed Lady of the Lowlands (1966, che Dylan definì «probabilmente il miglior pezzo che abbia mai scritto»), la cui imagery (specie nelle “descrizioni” della donna) è tanto svincolata dalla logica da esercitare un puro fascino verbale che, per la poesia, è quasi sempre deleterio: «With your mercury mouth in the missionary times» («Con la tua bocca di mercurio nei tempi missionari»), il verso di apertura, (geniale e perfetto come verso di canzone) basta da solo a dare un’idea.

Il dubbio che mi assale però è questo: non sarà il riconoscimento a Dylan, così fuori tempo massimo e inaspettato, una pietra tombale sulla quella cultura giovanile che era nata come profonda scoperta di sé e della propria alterità, e si è infine dissolto nel mare magnum del Mercato Onnipotente, in cui siamo tutti consumatori (naturalmente, informati, ecologisti, politicamente corretti e quant’altro) piuttosto che cittadini? Intendo, questa scelta non sembra una sorta di peana per qualcosa che non è più, seppellito con una certa vena di elegia, ma anche forse con un po’ di sollievo, da parte di una borghesia illuminata e vincitrice di fronte alla quale è ormai impossibile proclamare (per non dire praticare) alcuna alterità?

Mauro Ferrari

Beato te che hai ancora il dubbio; ahimè credo proprio che la poesia (di Dylan o anche fosse Pamuk o Le Clézio) non sia compresa nella sua totalità ma solo attraverso alcune figure in grado di aprire strane brecce nelle emozioni collettive di chi è deputato a giudicarle.

Se si guarda alla parola Istituzione per comprenderne meglio il significato in senso assoluto, una buona definizione è quella che la vede quale “Regola di Comportamento oggettivata in strutture diverse che riflettono psicologia, cultura, usi e costumi degli esseri umani”. Ora, tutta la nostra vita è pervasa da un ordine sociale più o meno buono, efficace, necessario, funzionale, discutibile, ingiusto, elitario, massificato, discriminante, occlusivo… eccetera eccetera, oscillante tra valori e disvalori. Come ogni cosa a questo mondo c’è un lato positivo e uno negativo. I premi sono dei semplici riconoscimenti alla micro selezione di umanità che si è distinta. Possiamo ragionare sul pensiero che ha portato ad assegnare a questo o a quello una ricompensa prestigiosa, o alla pretesa di riequilibrare le sorti di una cultura che inevitabilmente si afferma sul numero, sulla visibilità, (sulla fortuna? sulla manipolazione?) ma rimarrà sempre un discorso sterile. I cambiamenti fertili o avvengono o non avvengono, o si fanno o non si fanno. Solo si trasformeranno in altre istituzioni con i propri meccanismi. Magari più aderenti alle realtà sotterranee o più corrette, ma sempre fallaci. La letteratura è tale solo se istituzionalizzata, diversamente è un universo frammentato di cose bellissime ma disperse, entropiche. Niente però ci vieta di cercarle e mostrarle, piantarle affinché crescano rigogliose, diffonderle con coraggio.

Scrive Eugenio Lucrezi. A inizio millennio auspicai, innanzi a testimoni, che il Nobel per la letteratura venisse assegnato, negli anni a venire, a tre autori: Vargas Losa, Roth (Philip) e Dylan. Me ne manca uno (forse il primo, nella mia lista) ma non fa niente; i due premiati onorano le arti a meraviglia, chi ama le arti ringrazia l’Accademia di Stoccolma, che ovviamente certi anni sbaglia (la politica!), ma poi alla fine la imbrocca, eccome! Solo chi non conosce la produzione di Bob Dylan può storcere il naso. A leggere i suoi testi per musica, che ha indefessamente stilato dai primi ’60 ad oggi, c’ è da rimanere stupefatti per la capacità infinita di raccontare storie, di svariare dal realistico al surreale, di inventare, inventare, inventare. Noi italiani non l’abbiamo letto, e capiamo poco, all’ascolto: chi lo capisce, chi lo legge, conosce la verità: Dylan è un immenso poeta, popolare e d’avanguardia insieme. Pochi hanno raccontato i tempi come lui. E inventa con tale forza perché si è nutrito delle letture giuste. La Bibbia e Shakespeare, tanto per cominciare. Pochi Nobel per letteratura sono più meritati. Alla faccia della folla dei tanti poeti asfittici e dei narratori di condominio che stanno in lista d’attesa.

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