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«Il latte di Auschwitz»: Edith Bruck e il ruolo del sopravvissuto

Posted on: 25/01/2017

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«Il latte di Auschwitz»: Edith Bruck e il ruolo del sopravvissuto

intervista di Diletta Bonasia

Dal 19 gennaio 2017 è nelle librerie l’ultimo libro di Edith Bruck, La rondine sul termosifone (La nave di Teseo), struggente e bellissimo racconto della malattia vissuta al fianco del marito, Nelo Risi (su cui si veda, in questo stesso blog, il commosso ricordo Di certe cose che dette da Nelo Risi suonavano molto meglio. È morto l’ultimo grande poeta del Novecento, pubblicato il 19 settembre 2015). In occasione della Giornata della Memoria della Shoah, di cui la scrittrice italo-ungherese è una delle espressioni italiane più alte e toccanti, pubblichiamo un’intervista inedita che, nel marzo del 2016, ella ha rilasciato nella sua casa romana a Diletta Bonasia, che alla Bruck ha dedicato la sua tesi di laurea in Sociologia della letteratura, conseguita presso l’Università di Bari.

 

Vorrei partire da Lei come scrittrice: che rapporto ha con i suoi libri e con la scrittura?

Io non rileggo mai i miei libri, dal momento in cui li hanno pubblicati. Non li riapro nemmeno, perché la maggior parte dei libri mi toccano molto da vicino. Non riesco a rileggerli perché mi ricordano quello che ho vissuto e mi fanno male. Per quanto riguarda il mio rapporto con la scrittura, diciamo che per me la lingua italiana è una specie di schermo, di maschera, perché nella mia lingua materna sicuramente non avrei scritto quello che ho scritto, è una lingua che sento molto più profondamente rispetto all’italiano. Una parola in ungherese significa, per me, moltissime cose: se io dico in italiano ‘pane’ per me significa soltanto ‘il pane fatto dal fornaio’, mentre se scrivo in ungherese la stessa parola, essa mi rievoca mia madre che infornava cinque-sei pani alla settimana, rivedo la sua figura, il suo viso, il rosso del fuoco del forno a legna. È un dolore profondo. Già attraverso la parola in sé riesco a rivedere mia madre e mi tocca molto più da vicino, è molto più doloroso. Mentre scrivere in italiano è per me quasi un’autodifesa da quello che scrivo. La lingua italiana è stata anche la lingua che mi ha dato un’identità, e allo stesso tempo per me è più facile, attraverso l’italiano, dire qualunque cosa, anche una parolaccia. Se scrivessi in ungherese non potrei scriverla perché mi vergognerei, mentre in italiano per me è più facile scrivere qualsiasi parola. È una fortuna che io possa scrivere in una lingua non mia.

Pensa che sarebbe stata una scrittrice anche se non avesse vissuto l’esperienza della Shoah?

Primo Levi diceva che era diventato scrittore perché era stato deportato. Io l’ho sempre contraddetto, dicendo che sarebbe stato comunque un grande scrittore e avrebbe scritto ugualmente, ma lui insisteva dicendo che l’esperienza della Shoah lo aveva mosso moralmente. L’indignazione civile e morale è stata sicuramente una grande spinta, però lui era uno scrittore completo, uno scrittore vero. Io avevo dodici-tredici anni e quindi non avevo la mente e la maturità, l’intelligenza e la cultura di Primo Levi. Ero una bambina, ma allo stesso tempo ero molto indignata. Vedevo e capivo il male e mi facevano quasi pena coloro che mi facevano violenza. Ho scritto poesie e raccontini anche da bambina, ho vinto anche dei piccoli premi a scuola e quindi ho sempre amato scrivere, soprattutto poesia. Invece di pregare la sera, quando mia mamma mi diceva «Prega!», io leggevo una poesia. Per me era quella la preghiera. Non so se avrei scritto, però bisogna capire che ciò che abbiamo vissuto non era contenibile e quindi, sicuramente, in parte è stato un grande stimolo il dover raccontare, non soltanto perché è proprio della cultura ebraica il fatto di raccontare tutto ai figli di generazione in generazione, ma soprattutto perché non si può, in nessun modo, digerire quel veleno. Cerchi di buttar fuori almeno una piccola parte del veleno che hai inghiottito, che ha preso il tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore, la tua anima, perché una mostruosità del genere non si era mai avuta: programmare a tavolino quanti individui bruciare al giorno, decidere di fare con il grasso il sapone ecc… non era mai capitato  in quella misura e in quella maniera. Io credo che in questo abbia ragione Primo Levi, che la Shoah sia stato un unicum nel nostro Novecento. Anche se durante la seconda guerra mondiale sono morti milioni di persone – almeno cinquanta milioni – non sono morti per ragioni razziali, mentre gli ebrei sono morti soltanto perché ebrei, per tentare di arianizzare il mondo. Questo non si può paragonare a nessun’altra tragedia. E per questo, rispetto agli altri io sento doppiamente il dolore per le tragedie che continuano ad avvenire oggi, perché quello che hai vissuto ti ha sensibilizzato, ti ha scoperto, ti ha denudato talmente che ogni tragedia la senti tua, vicina. Quello che accade è, per noi, doppiamente doloroso perché vuol dire che la Shoah non ha insegnato niente all’umanità e la morte di coloro che sono stati uccisi in quanto ebrei è stata totalmente inutile. Io vivo molto male il periodo storico attuale.

A parte i romanzi chiaramente autobiografici, in tutti gli altri romanzi fino a che punto i personaggi femminili si riferiscono alla sua esperienza personale, fino a che punto sono simili a lei? E tutte le vicende raccontate fanno riferimento a qualche evento da lei realmente vissuto o sono solo frutto della sua fantasia?

Dipende. In tutte le figure femminili sicuramente c’è una parte di me o di mia madre  o comunque di persone che ho conosciuto. Io conosco abbastanza la natura femminile e sicuramente metto nei miei personaggi i miei pensieri. Realizzo i miei personaggi, sia maschili che femminili, come uno scultore che crea una statua: costruisco una figura e gli do la parola e immagino come potrebbe parlare. I personaggi non sono del tutto di fantasia, perché so esattamente, quando scrivo di un personaggio, come parlerebbe quella persona. È la cosa più bella creare un personaggio dal nulla, e la cosa incredibile è che alla fine credi che sia realmente esistito, che è stato e che c’è! Molte volte parlo dei miei personaggi con i loro nomi come se li avessi conosciuti. Per me diventano personaggi veri. Forse questa è la cosa più bella della scrittura: partorire dei personaggi che ti sembrano veri, anche se, molte volte, sono totalmente costruiti. Dipende anche da chi sono, cosa fanno, e gli dai un pensiero, dei sentimenti, gli dai la parola. Come quando Michelangelo disse alla sua creazione «Parla!» e gli diede una botta sul ginocchio. Diventano persone vive per me, anche quando sono, in parte, inventati. È questa la cosa più emozionante. E se non rileggo i libri, è anche perché credo che questi personaggi vivono, esistono.

In Quanta stella c’è nel cielo la protagonista, Anita, soffre il fatto di non poter parlare del suo vissuto. Anita rappresenta lei stessa? Come ha vissuto questa iniziale chiusura degli altri all’ascolto della vostra esperienza e quando, invece, hanno capito che era importante ascoltarvi?

Partiamo dal presupposto che non è mai stato importante ascoltarci. Questo è il primo libro in cui io parlo del ‘dopo’, di cui quasi nessuno parla. Noi siamo stati accolti come degli avanzi di vita, come dei disturbatori, dei testimoni scomodi. Siamo stati accolti molto male dopo la guerra. Dopo la liberazione siamo stati per mesi nei campi di transito e nessuno ci portava a casa perché noi ebrei ungheresi siamo stati deportati per ultimi. Poi, quando finalmente arrivammo in Ungheria, io immaginavo che il mondo ci avrebbe aspettato in ginocchio, con le braccia aperte, chiedendo perdono. C’era da chiedere un perdono eterno. Invece questo non è accaduto assolutamente. A nessuno importava di noi. Hanno dato a ciascuno l’equivalente di quindicimila lire dicendoci «Andate dove vi portano gli occhi»… Ma «Andate» dove? Abbiamo trovato un mondo distrutto, affamato, città bombardate, la nostra casa distrutta completamente e piena di sterco. Subito dopo la deportazione era stato portato via tutto dalla nostra casa, non che avessimo chissà cosa, dato che noi eravamo molto poveri, come tantissimi ebrei all’est. Io non ho mai conosciuto un ebreo ricco. Era considerato ricco chi aveva un negozietto o un deposito di legname. Quindi non ci volevano e non sapevano cosa fare di noi, neppure la famiglia. Due mie sorelle si erano nascoste con l’aiuto di Wallemberg nella casa protetta svedese, ma non c’era pane, spazio, e mia sorella era già vedova e con un bambino piccolo. L’altra mia sorella stava molto meglio ma ci guardavano come fossimo dei pezzenti, mezzi calvi, mal vestiti. Non ci ha aperto le braccia nessuno, neanche coloro che non erano stati deportati. In più non si poteva aprir bocca, e di questo mi raccontava anche Primo: appena cominciavamo a dire qualcosa, ci interrompevano dicendo che anche loro avevano sofferto, perché erano stati nascosti o avevano affrontato la guerra. Ma non era affatto la stessa cosa! Non si può confrontare la nostra sofferenza con quella ‘normale’ che si vive durante una guerra! Non volevano ascoltare, perché ognuno pensava che la propria sofferenza fosse uguale alla sofferenza altrui. Ricominciava la vita e tutti pensavano ad andare avanti. È stato, forse, il momento peggiore che si possa immaginare perché, durante la deportazione e durante il ritorno a casa, noi pensavamo che il mondo fosse pentito e che saremmo stati risarciti in senso affettivo, ma è successo esattamente il contrario. Era molto doloroso, come quando, ancora prima della deportazione, la mia compagna di scuola, con la quale studiavo, giocavo, dormivo, aveva cominciato a non salutarmi più e a sputarmi addosso. Quanta stella c’è nel cielo, in parte, è anche la mia storia, perché ho vissuto due anni in Cecoslovacchia (dal 1946 al 1948). Lì vivevo da una sorella, che è diventata una zia nella finzione del romanzo, ed ero una specie di serva priva di documenti, quindi era difficile persino uscire per la strada con la paura di essere denunciata. C’era il regime comunista e controllavano i nostri documenti ogni secondo, quindi ho vissuto quei due anni quasi da clandestina. Non era più vita, perché la vita andava ricostruita da capo, ma era impossibile farlo. Ci sentivamo totalmente incompresi, non amati, eravamo come un qualcosa in più, qualcosa di inutile che nessuno voleva. Eravamo un peso in famiglia e un peso per la società perché eravamo testimoni scomodi. Io e mia sorella, con la quale sono sopravvissuta, ci siamo dette tante volte che sarebbe stato meglio morire, perché avevamo lottato tanto per tornare a casa, ma non c’era nessuna casa. Ho peregrinato per anni. È stata una cosa orrenda. Solo dopo tanti anni ho trovato una vera casa, in Italia. Pensavamo che dopo la Shoah ci sarebbe stata una svolta nella storia, ma non c’è mai stata. L’uomo non impara mai. Mia madre, che non era una donna colta, diceva che Dio ha creato l’uomo quando era di cattivo umore e che l’uomo non fa altro che segare l’albero dove vive. Ed è così.

In Lettere da Francoforte la protagonista esige il risarcimento che le è dovuto in quanto sopravvissuta, non per motivi economici ma come riconoscimento della sua dignità e della sua storia. Questo è un sentimento che lei prova o ha provato?

Lettere da Francoforte è una storia agghiacciante. Sono stata per l’ultima volta in Brasile nel 1998 e ho promesso a mio fratello di chiedere quella pensione che danno ai sopravvissuti. Tutti l’avevano già chiesta ma io no, perché quando sono arrivata in Italia sono andata all’ambasciata tedesca che concedeva queste pensioni e per prima aveva risarcito Israele, non noi deportati, e questo non aveva nessun senso. Io mi rivolsi a un console che mi disse che avrei dovuto avere il cancro per poter avere qualche soldo. Lo denunciai su «l’Espresso» e lui fu licenziato, perché la sua era stata una risposta folle. Nel ’98 promisi a mio fratello che avrei fatto i documenti per ottenere il risarcimento, e ho cercato in tutti i modi di mantenere la promessa, anche se me ne sono pentita mille volte, perché per diversi anni sono corsa da un consolato all’altro, e dovevo tradurre i documenti. La burocrazia era pazzesca. Mi hanno chiesto anche una fotografia della sofferenza… Era la richiesta numero sette: «dimostrare fotograficamente la sofferenza»! Hai mai sentito una cosa del genere? Come possono chiedere la fotografia della sofferenza?! È stato un calvario… Nel frattempo, nel 2001, ho ottenuto la prima pensione che era di 250.000 lire al mese. Adesso sono arrivata a 300 euro al mese e hanno deciso di darmi 2500 euro, come unicum, per aver perso gli studi. La lettera è arrivata appena lo scorso inverno: la trovo una cosa vergognosa. In Ungheria hanno addirittura chiuso l’ufficio e l’Italia non dà niente perché non sono stata deportata dall’Italia. Mi sono pentita di aver seguito questo iter burocratico per sette anni, perché i documenti non bastavano mai.

Quindi questo romanzo è del tutto autobiografico?

Assolutamente sì. Ma quando qualcosa ti colpisce non scrivi subito un libro: lì per lì, mentre vivi questa cosa, non pensi che scriverai un libro a riguardo, poi improvvisamente lo fai. Mi è successa la stessa cosa con Nuda proprietà, nato da una lettera di sfratto dalla mia casa. La storia è totalmente inventata, l’unica cosa vera era la lettera. Quando l’ho ricevuta mi è sembrato di ricevere una coltellata, era come se mi cacciassero dal Paese, una seconda deportazione. Nella lettera c’era scritto di lasciare l’appartamento «libero da cose e persone», e per me è stato terribile, ho pianto per una settimana. Era una ferita che ne riapriva tante altre, e da queste si torna a quella ‘Grande Ferita’. Dopo due anni ho scritto Nuda proprietà, un libro che a me piace moltissimo e di questo sono contenta. Mentre vivi un dolore sai solo che hai avuto una coltellata e non sai che da quella maturerà altro, qualcosa di bello. Tutti questi grandi dolori diventano così, in parte, una terapia. Ti fanno talmente male da non poter essere contenuti, nascono tutti dal ventre, come un bambino che matura lentamente e alla fine si trasforma in un libro. I miei libri non nascono mai dalla felicità, ma soltanto da un dolore. La felicità non fa scrivere, la vivi. Oppure scrivi quando sei innamorato, naturalmente poesie d’amore, perché è certo che esiste l’amore, ed esiste anche la luce, anche nel buio più totale. Guai se non ci fosse! In fondo, forse noi stessi creiamo questa speranza, perché altrimenti non si potrebbe andare avanti. Nei campi, la luce per me sono stati quei pochissimi tedeschi che mi hanno, in qualche modo, aiutata: uno di loro mi ha chiesto come mi chiamassi ed era inimmaginabile che in un campo di concentramento un tedesco te lo chiedesse. Quando ti chiamano per un anno «11552», quasi dimentichi il tuo nome. E quando un cuoco mi chiese «Come ti chiami?», ho pensato di svenire perché, in quel momento, c’ero, ero una persona, un essere umano, mi sentivo viva, sentivo di esistere. Un altro mi ha dato un guanto bucato: in quelle circostanze non si può immaginare cosa significhi ricevere un guanto bucato o una gavetta da lavare con un po’ di marmellata dentro o non essere ammazzata da un soldato durante la marcia. Questi quattro o cinque gesti sono stati per me la mano di Dio, se esiste un Dio. Erano le luci, la speranza.

Nel romanzo L’attrice la protagonista nasconde il suo passato di sopravvissuta e crea per sé una nuova identità, forse per proteggersi o nel tentativo di andare avanti, ma senza riuscirci. Lei ha mai sentito questa necessità?

No, mai: ho inventato quel personaggio perché il nostro vissuto è un peso da portare e ho immaginato che una persona voglia rinnegare il proprio passato. Molti non hanno parlato, molti l’hanno vissuto peggio di me proprio perché non hanno parlato e non parlare è la cosa peggiore, perché vuol dire rinunciare a buttar fuori qualcosa che deve uscire. Ho immaginato un personaggio che nasconde il proprio passato e poi, per sfruttarlo e ritornare ad essere famosa, dal momento che era una attrice ormai al tramonto, rivela la propria identità. Quando, però, è costretta davvero a fare i conti con il proprio passato e con la propria identità, non ce la fa, perché diventa vera, diventa lei, e impazzisce. Quando elenca ottocento campi mostra tutta la sua fragilità, non ce la fa. Dei 1634 campi che ci sono stati io ne ho elencati ottocento perché anch’io credevo di impazzire, è insopportabile. Primo Levi una volta mi aveva detto di voler descrivere tutti i campi, ma è rimasta una battuta; sarebbe terribile. Io, in quel periodo, dovevo fare un film in America. Poi l’attrice fece una protesta pro-palestinese e il produttore ebreo ha disdetto il film e mi ha detto di scegliere un’altra attrice per continuare a fare il film. Io non ho voluto e non si è più realizzato il film.

In quasi tutti i suoi romanzi la protagonista è una sopravvissuta, ma nel romanzo Il sogno rapito è la madre della protagonista ad essere sopravvissuta. Questo ha un significato particolare? Lei in chi si identifica?

Mi identifico sia con la figlia sia con la madre. La madre, che ha vissuto la Shoah, non è capita fino in fondo dalla figlia. Io immaginavo di essere nei panni della figlia di una sopravvissuta. Ho dei nipoti, figli di mia sorella, che hanno portato dentro il trauma della madre fin dalla nascita. È molto difficile essere figli di sopravvissuti, almeno per quel che riguarda la mia esperienza. I miei nipoti hanno sofferto per questo, portando dentro il vissuto della madre, dato che mia sorella non li ha mai risparmiati dei suoi racconti, fin da quando erano piccoli. È come se avessero succhiato il ‘latte di Auschwitz’ e hanno sofferto tantissimo. È difficile persino litigare con la madre, perché lei, in quanto sopravvissuta, è una persona totalmente diversa dalla figlia cresciuta in un altro modello di società. Quindi non può essere capita dalla madre, né lei riesce a capire sua madre: chi non ha vissuto i campi di concentramento non può capire. Allo stesso tempo, però, non può rimproverare sua madre perché, in quanto sopravvissuta, diviene quasi sacra. Con una madre che ha vissuto i campi non si è liberi e non si cresce normalmente, perché non puoi farla soffrire ancora, non puoi dire quello che pensi, non puoi contraddirla, perché lei è rimasta lì, nella sua cultura e nel suo vissuto. E quello che la madre trasmette alla figlia la fa ammalare.

Non c’è un tempo giusto per raccontare. Io mi sono sentita spesso molto imbarazzata nelle scuole, perché dovevo raccontare questo orrore a dei ragazzini, bambini di dodici-tredici anni. Quasi ti vergogni del fatto che l’umanità abbia potuto fare qualcosa del genere, e ti dispiace raccontare queste cose, perché ti sembra quasi di togliere loro la speranza nel futuro, di metterli di fronte a un’atrocità tale da colpire i ragazzi più sensibili. Come ho scritto in Signora Auschwitz, quello del sopravvissuto è un ruolo molto ingrato, perché non puoi consolarli o immaginare per loro un futuro migliore, in nessun modo. Ti dispiace raccontare tutto questo e soffri nello spiegare cosa l’uomo è stato in grado di fare contro un altro uomo. Inoltre, quando parli nelle scuole non parli per te, né solo di te, ma parli per ricordare anche Hiroshima, la Jugoslavia, la Cambogia, il Vietnam, per spiegare come passato, presente e futuro diventano tutt’uno. Auschwitz è diventato il simbolo del male, che può comprendere tutti gli altri disastri che accadono. E ti dispiace dire a dei ragazzini di dodici anni quello che hai vissuto sulla tua pelle perché li impaurisci, togli loro un po’ di ottimismo, li rattristi. Io ho visto piangere moltissime ragazze e avrei sempre voluto raccontare qualcosa di più bello per non trasmettere la sfiducia negli esseri umani e nella storia. È un ruolo molto difficile e io stessa ho pianto molte volte, soprattutto quando chiedevano di mia madre: per me è doloroso, soprattutto se, come mi è accaduto, dopo aver parlato per due ore, si alza un ragazzo per chiedermi se mia madre fosse tornata! E a quel punto ricomincio da capo con molta pazienza, anche perché ti dispiace che non ascoltino, e questa è la cosa peggiore, perché vuol dire che i ragazzi possono diventare impermeabili, non ricevere nulla. E invece dovrebbero conoscere questa realtà, dovrebbero imparare per sé, per non essere più razzisti, per rispettare il prossimo nella sua diversità, per capire che ogni essere umano ha lo stesso valore e gli stessi diritti, a prescindere dal colore della pelle o dalla religione, per capire che ogni essere umano va accettato e rispettato nella sua diversità. È questa la cosa più importante da trasmettere ai giovani, ed è ancora più urgente oggi di quanto non fosse dieci o venti anni fa. Oggi l’antisemitismo e il razzismo in generale hanno rialzato la testa e tutto il male sta tornando come una marea che può travolgere quei giovani. Ecco perché loro dovrebbero sapere, conoscere il passato per imparare a rispettare il prossimo, chiunque esso sia, perché dall’odio nasce solo odio, dalla guerra nasce ancora guerra.

Sempre nel romanzo Il sogno rapito la protagonista cerca un incontro tra la realtà ebraica e quella musulmana, tramite la bambina appena nata. Il fatto che alla fine questo incontro non si realizzi ha un significato? Indica l’impossibilità di questo incontro tra le due realtà?

 Proprio così: la donna ebrea del romanzo si identifica con Israele (come ogni ebreo viene identificato con la politica di Israele, anche se non abbiamo niente a che fare con le decisioni politiche del governo) e inevitabilmente l’altra donna, palestinese, diventa il nemico. La protagonista vorrebbe crescere questa bambina appena nata nello spirito di amore e rispetto di ogni essere umano, libera da ogni indottrinamento religioso e culturale. Il sogno è quello di crescere un essere nuovo, ma fallisce perché nessuno riesce a insegnare ciò, né la famiglia, né la scuola e tanto meno la società. Il sogno non si realizza, proprio perché una donna rappresenta Israele e l’altra la Palestina, e appena queste due realtà si avvicinano, succede qualche disastro (ancora oggi accoltellamenti, rapimenti, violenze). Io non credo che sarà possibile una riconciliazione tra Israele e Palestina. Volevo ‘far nascere’ un bambino vergine da pregiudizi, razzismo e odio ma temo sia un sogno irrealizzabile.

Quanta sofferenza c’è nella testimonianza? Lei testimonia più per un’esigenza personale o perché sente il dovere di dar voce a chi non c’è più?

La testimonianza ha un costo enorme e nello stesso tempo è una liberazione per me: parlare è una terapia, starei peggio se non parlassi, da una parte. Dall’altra è un dovere morale: se non parli ti senti in colpa, anche perché la testimonianza è sempre più importante, per dar voce a chi non c’è più. Quando lavoravo a Bergen-Belsen con persone che stavano per morire, come ho descritto in qualche libro, loro mi chiedevano di raccontare, quando sarei tornata, perché il mondo avrebbe avuto difficoltà a credere a ciò che era loro accaduto. Quindi racconto anche per loro. È difficile perché se testimoni stai male, ma stai ancora peggio se non lo fai. E tutto sommato, quando dico di sì, mi sento meglio, sono contenta d’aver parlato, perché negarsi, forse, è la cosa peggiore. Una delle ultime volte, a Brescia, ho rifiutato perché mi avevano chiesto di parlare in una scuola elementare e non me la sono sentita: dipende molto dall’età che hanno i ragazzi. Poi, un giorno, dovetti parlare in tre scuole e questo vuol dire massacrarmi. Finii al pronto soccorso, perché è comunque un riaprire sempre le stesse ferite, ricordare: essere precisi fa male. Negli ultimi tempi ho cominciato a dire di no, perché ho notato che non c’era ascolto, i ragazzi erano impermeabili, non riuscivo più a trasmettere nulla ed è per questo che ho deciso di fermarmi. Ero costretta ogni volta a ricominciare da capo, a soffrire, e non ce la facevo. Però continuo a scrivere, e anche questo è testimoniare, quindi non mi sento così colpevole. In tutti i miei libri torno sempre a quel disastro, in qualche forma, con qualche personaggio, quindi posso dire di non aver mai tralasciato quel ricordo. È paradossale, ma io sento di dire che quello che ho vissuto mi ha tolto quasi tutto, ma mi ha insegnato ad essere migliore. Io non ho mai odiato nessuno e credo di essere salva da qualsiasi pregiudizio, qualsiasi odio o rancore. Una volta, in una scuola, mi chiesero cosa farei se di fronte a me ci fosse l’assassino di mia madre, ma io risposi che non farei niente. Io non sono in grado di punire nessuno e starei mille volte peggio se lo facessi. Non posso immaginare di mandare qualcuno in prigione, perché starei peggio, farei del male a me stessa, non sono un giudice. Non riesco ad essere indifferente alla richiesta di aiuto altrui, chiunque esso sia. Non ho mai chiuso la porta di fronte a nessuno, né ho mai fatto prediche. Nessuno vive per strada per puro divertimento, né dorme per strada per divertimento. Ognuno ha la sua storia.

Con che occhi guarda l’attualità? E quanto è urgente ricordare? Forse oggi più di ieri?

Oggi è importantissimo ricordare, ancora più importante di quanto non fosse venti anni fa. Vivo l’attualità con angoscia e preoccupazione. La società è cambiata, in peggio: mandiamo via i migranti e gli zingari, regnano l’egoismo e l’indifferenza, si alzano ancora dei muri. Nessuno vuole questi fuggitivi ed è straziante anche soltanto guardarli. Non credo che un’Europa con cinquecento milioni di abitanti non ne possa sopportare altri dieci o cinque e non trova una via d’uscita. Perché se la ricchezza fosse distribuita più equamente ci sarebbe da mangiare per tutti, ci sarebbe spazio per tutti. Il nostro è un mondo chiuso nel proprio egoismo economico e anaffettivo. È un mondo senza amore. C’è sempre meno amore e la vita umana oggi non vale niente, è completamente svalutata. Basta pensare a quello che vediamo e viviamo. È drammatico quello che stiamo vivendo oggi e non si è mai avuta un’epoca così, dopo la guerra. L’Africa è ancora piena di dittature e si continua a sfruttare i popoli di quel continente e a farli morire di fame. Essi sono completamente soggiogati dal potere e questo è molto triste. Condiziona le mie notti e le mie giornate, seguo molto tutto e leggo tutto e per me è molto triste e lo sento doppiamente, molto più di qualsiasi persona. Io credo che chi ha vissuto Auschwitz, chiunque sia, partecipi molto di più a quello che accade, perché, in qualche misura, s’identifica con questa miseria umana che sta accadendo in tutto il mondo e con questi profughi che vediamo vivere nel fango. Ieri ho visto una madre che stringeva il suo bambino al petto ed era un’immagine quasi religiosa, mistica, una madre che stringe il suo bambino come se lo portassero via, e così mi è venuto in mente quando siamo scesi, ad Auschwitz, dal vagone bestiame e i nazisti strappavano dalle braccia delle madri i bambini. Ogni immagine del genere ritorna a quell’immagine ed è una cosa tremenda. È molto doloroso e penoso, è un’umanità che fa pena. Non odio l’umanità, ma provo pena. Non mi sono mai vergognata, neanche quando i tedeschi mi sputavano addosso, mai: dovevano vergognarsi loro! Io non avevo nessun senso di vergogna con loro, ma quando sono arrivati gli americani sì: quando ci hanno fatto togliere i vestiti e hanno fatto un falò dei vestiti infestati dai pidocchi e ci hanno riempito di ddt, quello è stato lo sprofondamento nella vergogna più totale. Di fronte al tedesco, invece, anche se avevo tredici anni, pensavo che dovevano vergognarsi loro, e mi chiedevo come poteva quell’essere umano ancora considerarsi tale. Non era umano e non era neanche una bestia, perché le bestie sono mille volte meglio. Non si provava vergogna di fronte a loro, solo un sentimento di pena, come a dire «non sanno quello che fanno». Quando ci portavano a disinfettare e sputavano mirando al seno e al pube, io li guardavo e provavo solo pena, pur essendo ancora una bambina che, prima di essere deportata, giocava ancora con le bambole.

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9 Risposte to "«Il latte di Auschwitz»: Edith Bruck e il ruolo del sopravvissuto"

Testimonianze di vita che diventano Storia dell’Umanità.
Un grazie a Edith Bruck per averci aperto il suo cuore e a Diletta Bonasia che ci ha offerto le parole per ascoltarlo.

Carissima Diletta, è un’intervista preziosa, elegante perché consente di imparare, attraverso il dolore raccontato, come rigenerarsi per mezzo della scrittura , che è memoria ma soprattutto è terapia , per guarire da ogni male. Tu ne hai offerto una prova grande ed evidente.

Intervista toccante di una poetessa, scrittrice e intellettuale straordinaria, e questo blog è una validissima fonte di spunti sempre nuovi e scientificamente validi per noi che operiamo nel mondo della scuola come docenti. Proprio nelle mie classi al liceo ho preparato dei percorsi di lettura in cui erano contenute poesie della raccolta “Farfalle di spine” di Valeria M.M. Traversi, tra cui quelle della Bruck, e i ragazzi han preparato striscioni con varie scritte per ricordare la Shoah, scegliendo proprio dei versi della scrittrice: “…e se ci sarà un’altra vita / sarò una stella gialla / per ricordarvi che c’era una volta / Auschwitz”. Grazie per questa preziosa testimonianza.

Bruck ci dice in quest’intervista che il racconto di memoria è un’invenzione che s’invera mediante l’utilizzo di una particolare lingua, nel suo caso l’italiano. Dice anche – o meglio: lascia dedurre a chi l’intervista la legge – che il medesimo racconto, inverato in un’altra lingua quale nel suo caso sarebbe la lingua madre, l’ungherese, sarebbe un racconto del tutto diverso, anche emotivamente. Quante shoah ci vengono raccontate? Tante quanti sono non solo i redattori, ma i lettori di ciascun racconto che sulla shoah è stato scritto; tante, quante ciascuna delle competenze linguistiche di ciascuno dei lettori. La moltiplicazione dei fatti e delle implicazioni degli avvenimenti tende dolorosamente all’infinito. E dunque è la letteratura lo strumento autentico di rendicontazione della sofferenza. L’amplificazione di brillanza del buio opaco del Male.

…Grazie Diletta. Un ulteriore tassello alla mia personale sete di conoscenza relativa all’Argomento. Complimenti ! Questa intervista è davvero un”pugno” nello stomaco! Ho visitato in primA persona quei luoghi… faceva freddissimo quel giorno,scelsi di farlo per DOVERE MORALE! E mi sentivo un verme; un “verme fortunato” , visitato quei luoghi gelidi “ben coperta” ; tuttavia non smettervo di tremare e non riuscivo a smettere di chiedermi come fossero riusciti a sopravvivere quei pochi (fortunati?) a tali barbarie!!!! A 12 anni il mio primo libro Il Diario di Anna Frank! Un nonno in guerra, per anni lontano dai suoi. Io credo che l’Umanità intera debba vergognarsi… Alla luce di quanto ancor oggi accade, mi sento di dar ragione all’operatore scrittrice: “l’uomo non impara mai”! Tanta tristezza. Grazie ancora

Dedizione,abnegazione, impegno, zelo, sensibilità, acutezza, spirito critico, responsabilità, spessore, inchiostro che imprime vita, ricordi, sentimenti: queste e tante altre le caratteristiche di una penna meritevole e di un cuore appassionato, il tuo, cara Diletta! Un gigantesco plauso!

Innanzitutto, mi complimento con te cara Diletta per aver scelto come oggetto di studio e ricerca, ai fini del conseguimento della tua laurea, un tema così crudo, reale e struggente che riguarda in senso stretto,non solo le vittime di una tale atrocità, ma l’intera umanità. Inoltre, ti ringrazio per avermi fatto conoscere questa meravigliosa scrittrice e per l’aver riportato alla memoria attraverso ella, uno dei crimini per eccellenza, a cui la storia abbia dovuto assistere. Come la Bruck ha più volte ribadito durante l’intervista, ricordare fa sempre male, ti riapre quelle ferite mai realmente chiuse, che sono lì, sulla pelle e nell’anima, brucianti e vive più che mai. Non potremo mai comprendere fino in fondo quanto accaduto, possiamo solo immaginare,anche se non è assolutamente la stessa cosa. Però, purtroppo, sarebbe un ulteriore crimine ignorare, far finta di niente, come se nulla fosse mai successo e per quanto strazio possa comportare un simile ricordo, va fatto sempre, nei secoli dei secoli, in eterno, nel rispetto di tutta quella gente e per il tentativo di espiare in qualche modo, anche se impossibile, un peccato mortale come questo. Che sia benedetto il Giorno Della Memoria e la memoria stessa, perché è il dono più prezioso, ma allo stesso tempo più doloroso, di cui l’uomo sia in possesso. Quindi, ancora GRAZIE.

Bell’intervista di Diletta Bonasia

NON SI POSSONO AGGIUNGERE PAROLE DOPO LA LETTURA DI QUESTA INTERVISTA. VI SONO GRATA PER AVER AVUTO QUESTA OPPORTUNITA’. SE POTESSI CON UN SOLO ABBRACCIO SIMBOLICO COMUNICARE A EDITH BRUCK E A TUTTI GLI EBREI IL MIO DOLORE PER LORO, LO FAREI. GRAZIE

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«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

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il nuovo numero di incroci

eventi: Dante, l’immaginario

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