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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 25/03/2017

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di Antonio Lillo

 

 

DISACCORDI, Antologia di poesia russa del ‘900, a cura di Massimo Maurizio, Stilo (Bari 2016)

Segnaliamo sempre con gratitudine operazioni importanti come quella rappresentata da Le Ciliegie, collana di antologie poetiche diretta da Daniele Maria Pegorari per l’editore Stilo. Negli ultimi mesi sono stati prodotti volumi preziosi sia per la veste grafica che per l’accuratezza dello sguardo e l’approfondimento delle materie e dei panorami affrontati. In particolare qui segnaliamo il volume disAccordi, antologia curata da Massimo Maurizio che presenta e traduce testi spesso inediti di poeti rappresentativi dell’odierno panorama poetico russo.

«È morto il 26 del mese scorso./ Ha scritto in tutto una sola poesia, molto brutta» (Linor Goralik). Per capire appieno l’importanza dell’opera è necessario segnalare come, degli autori antologizzati, il più vecchio è nato nel 1964, quindi si parla della generazione compresa fra i trenta e i quarant’anni. Sono poeti che descrivono un Paese alle prese con la difficile eredità comunista o spesso a confronto con l’odierna e non pacificata situazione sotto il governo di Putin. «La più antica iscrizione russa in cirillico:/ su un recipiente con petrolio o burro della crimea/ è inciso: CHECAZZONESO» (Pavel Gol’din). O ancora: «Putin e Merkel hanno parlato al telefono/ Hanno discusso della situazione in Crimea e in Ucraina/ Putin ha acconsentito a inviare gli osservatori dell’OCSE/ Kostja scrive da Chanty-Manskijk: mi ha sempre incuriosito –// Cosa si dicono veramente// No, dico, come/ gli dice lei: Vova, sei rincoglionito di brutto/ io sono una fica incartapecorita e ti dico che ti sei rincoglionito di brutto/ forse anch’io ho voglia, Vova, di spaccare la faccia a qualcuno, ma mi trattengo// Kostja dice – smettila» (Elena Kostyleva). Poesia fortemente politica dunque, calata nell’attualità ma senza rinnegare la tradizione, spesso sarcastica nei toni come nel dettato fino a toccare la satira, poesia priva di filtri e di orpelli, animata da una urgenza che spesso manca alla più affettata produzione occidentale. Se ne ricava, leggendola, la sensazione di un’intensa vitalità, che pretende non soltanto attenzione ma vera e propria partecipazione, una chiamata alle armi a cui non si può che rispondere con entusiasmo: «…e si mossero, si mossero là, dove/ li incontrò il poeta in persona, di altezza media, con la testa rasata/ come una lampadina, con gli occhiali tondi, senza segni particolari,/ propenso a filosofeggiare, autore di alcune raccolte,/ il titolo di una delle quali è tradotto come “Sfiorati dall’Eternità”,/ ma a me pare che si possa semplicemente tradurre come “Toccati/ dall’Eternità”. O fugacità istantanea. E non intendo la colla» (Sergej Timofeev).

Raffaele Niro, L’ATTESA DEL PADRE, transeuropa (Massa 2016)

«nel nome del padre// s’accoppiano/ le lumache// cadono/ i capelli/ ai soldati// le cicale/ cantano/ le fedi// la parola/ s’invola// è/ polline/ nell’aria// e/ s’impasta/ nel pane// diventa/ verbo/ il sostantivo// miracolo/ d’espressione». L’ultima felice raccolta di Raffaele Niro si evidenzia quasi come una particolarità nel ben più grave panorama poetico italiano, in parte per la sua capacità di meditare, con commozione e pudore, sui sentimenti di gioia e stupore vissuti di fronte al sopraggiungere della paternità, in parte per i suoi evidenti meriti strutturali. La sua è infatti un’opera studiatissima sul piano formale ma di grande respiro, caratterizzata dalla scelta di una scrittura minimale, concentrata in poesie brevi ma allo stesso tempo liquide, che rifuggono i più classici espedienti del verso italiano quali ad esempio rima o accenti per raggiungere un carattere sapienziale da cui traspirano umori orientaleggianti. Si comincia coi versi dedicati allo scorrere del tempo nell’attesa naturale del parto per giungere ai Versi per la madre, attraverso un percorso circolare che rafforza il sentimento di un passaggio, concretizzato nelle poesie centrali per il figlio, o meglio da padre a figlio e viceversa in un dialogo costante e delicato: «l’arpa dell’orecchio/ è una chiocciola/ di sessantaquattro corde/ che vibrano l’intensità/ dei tramonti ritardati/ nel collo di tua madre». Va infine notato come una della caratteristiche più evidenti in tale brevità dei testi sia lo spazio restituito alla carta nuda: spazio vuoto della pagina che diventa significante attraverso delle scelte tipografiche ben precise. Tutto il libro esprime in questo mondo, nella parola scritta e in quella non scritta, una luminosità e un’ampiezza di pensiero e sentimento che ha pochi paragoni nella nostra poesia contemporanea.

Luigi Oldani, HAIKU ITALIANI, Samuele (Fanna 2016)

L’idea di scrivere degli haiku “all’italiana”, brevi componimenti che mettessero insieme uno stile giapponese ben codificato ed essenziale con l’immaginario tematico italiano assai più colorato e vivace, è di per sé affascinante. L’ambizione, anzi, era proprio quella di esprimere con maggiore ricchezza l’immaginario italiano attraverso lo stile giapponese proprio in virtù di un diverso modello espressivo che ne esaltasse le differenze: «La bellezza alza/ sul tuo volto foglie/ d’acero rosso» e ancora, giocando sulle variazioni, «Santo Spirito/ e cadono le gialle/ foglie d’incenso». Non è la prima volta che un autore si mette alla prova imponendosi un linguaggio caratterizzato da regole formali assai rigide, ma nel caso degli haiku – genere peraltro assai apprezzato nel nostro paese – e pur con qualche necessaria licenza metrica, è una lotta particolarmente ardua, per l’assoluta diversità fonetica fra gli idiomi di riferimento ma anche per la differenza concettuale che passa fra quella poesia, l’haiku del passaggio delle stagioni che assume un particolare significato solo in Oriente, e il ben più romantico paesaggio italiano dei giardini notturni, qui spesso raffigurati per fuggevoli impressioni: «Primo novembre/ la pioggia finissima/ tengo il respiro» oppure «Come kimono/ d’ottobre, il fruscio/ di sottobosco». Ironicamente, si tratta di due diversi tipi di simbolismo che si incontrano, talvolta di sovrappongono, qualche altra si confondono con naturalezza più o meno riuscita. Nondimeno l’operazione, nel suo insieme, ci appare riuscita, e ancora più apprezzabile per quanto lo stesso Oldani ammette nella nota finale alla sua raccolta: che lo scopo ultimo del libro era proprio quello di raggiungere una essenzialità che è prima di tutto lavoro di ricerca sull’uomo, «comprensione profonda, senza arroganza e senza intellettualismi». Una ricerca insomma che va ben oltre il verso scarno, al centro di una spiritualità necessaria soprattutto per aggirare la distanza fra l’io scrivente e la causa scatenante del verso, quel qualcosa che viene prima della poesia stessa, alla radice dell’intuizione artistica: «Di ogni fiore/ ogni petalo esiste/ per tutto il tempo».

Sergio Pasquandrea, UN POSTO PER LA BUONA STAGIONE, qudulibri (Bologna 2016)

È Fabio Franzin, nella prefazione al libro, a offrirne una prima pregnante descrizione: «una raccolta matura, che convince sia per il dettato, aspro certo, ma preciso e necessario, sia per il tema che affronta: la corporeità ferita di una realtà che sembra aver perso fiducia anche verso ogni sua possibile, auspicabile cura». Terza raccolta pubblicata da Sergio Pasquandrea, ma contenente tratti dalle prime due, il libro anticipa molti dei temi presenti nelle opere successive, ma attraverso un taglio per certi versi più emotivo, meno distaccato nello sguardo, meno “sublime” con soluzioni per certi versi più dirette, descrittive, viscerali e talvolta “crudeli”, come già si evince dal testo in apertura, Sotto la fasciatura, che ha valore quasi programmatico: «pelle morta – nera/ quella nuova/ di un rosa commovente. L’indice/ leggermente obliquo ingrossato alla nocca/ ottuso al sangue». Del resto la poetica di Pasquandrea è già perfettamente delineata: una indagine meticolosa ma impossibile da concludere sul rapporto col proprio io, sull’insanabile equilibrio fra mente pensante e corpo inteso nei suoi istinti primordiali, nella sua instancabile forza vitale «perché il corpo non ci appartiene// (e la mente nemmeno)», e al contempo fra io e ambiente, che di volta in volta accoglie o rifiuta, abbraccia o travolge l’individuo. Il posto per la buona stagione vagheggiato nel titolo diventa quindi la promessa di un Eden ma in minuscolo, con understatement tutto anglosassone e tipico di Pasquandrea, un luogo necessario, forse improbabile da ritrovare, ma di cui almeno ci si possa accontentare. Non per nulla, scaramanticamente, chiude la raccolta un bel capitolo dedicato agli affetti, chiamato appunto De Consolatione: «ma a te dissi soltanto: fra un po’/ il peggio è passato/ e mi bastò che tu avessi sorriso».

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