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Archive for aprile 2017

Donne d’Armenia: ricordare il genocidio a Bari


due interviste di Maria Scoccimarro

 

In occasione della Giornata della memoria del Genocidio Armeno, celebrata il 24 aprile, pubblichiamo due interviste rilasciate da altrettante esponenti della comunità armena di Bari. Come si sa, il capoluogo pugliese, per iniziativa del poeta Hrand Nazariantz, fu luogo di accoglienza di profughi, molti dei quali si stabilirono in città fondando il villaggio Nor Arax (‘nuovo Ararat’), del quale sopravvivono ancora alcune vestigia. Maria Scoccimarro, laureatasi in Sociologia della letteratura a Bari, con una tesi proprio su L’Oriente e l’Occidente nelle opere di Hrand Nazariantz, ha incontrato Nicoletta Arusiak Timurian, destinataria di alcune poesie e lettere di Nazariantz, e Kaianik Adagian, figlia di Sarkis, l’unico armeno che vive ancora oggi nel villaggio. Dalle due testimonianze si ricava un interessante spaccato della vita sociale ed economica degli armeni di Bari, nonché un ritratto anche privato del poeta che ne fu il nume tutelare.

 

Nicoletta Arusiak Timurian De Tommasi: fascino e solitudine del poeta

Nicoletta, come ha conosciuto Hrand Nazariantz?

Ho conosciuto Hrand al villaggio armeno Nor Arax di Bari: molto spesso mi recavo lì con le mie cugine, per far visita a mia nonna e ai miei zii, soprattutto la domenica, quando tutta la famiglia si riuniva.

Com’era formato il villaggio armeno e qual è stata la reazione dei baresi alla sua creazione?

Nel villaggio ogni famiglia aveva una baracca, ma dopo un po’ molti sono andati via soprattutto verso la Francia. In realtà il villaggio armeno non era molto conosciuto, anzi quasi nessuno ci conosceva. È brutto da dire ma, di fronte a tanta diffidenza, quasi mi vergognavo di essere armena. Soltanto da una quindicina di anni il nostro popolo è venuto alla ribalta, grazie a incontri, conferenze, film sull’argomento.

Che ruolo ha avuto Nazariantz per gli armeni?

Era il nostro patriarca, una figura importante. Eravamo tutti affascinati dalla sua personalità, anche i bambini gli erano affezionati per i suoi comportamenti teneri e dolci. Era uomo di grande cultura, dava molte lezioni private di francese e inglese e anche mio fratello andava spesso da lui. Era un artista a tutto tondo, dal cuore nobile, il nostro punto di riferimento; era, anzi, egli stesso la nostra Armenia, per la quale mostrava sempre una grande nostalgia. Leggi il seguito di questo post »

Andrea Vaccaro, mio grande amore
Guida Editori, Napoli, 2015, 371 pp.

 

 

 

 

di Marta Lentini

mio grande amore, romanzo ambientato a Roma, scritto nel 2006, è un’opera autobiografica di Andrea Vaccaro, scrittore e pittore, che qui si fa cantore di un grande amore, che rievoca, nel suo tragico espandersi, fino alla conclusione attesa, ma pur sempre dolorosa. L’Amore è quello di Andrea, professore di liceo, per Maura, conosciuta adolescente tanti anni prima, e vagheggiata nel suo quotidiano per sempre, fino al reincontro di tanti anni dopo, disturbato e intristito dalla scoperta di un percorso tragico di vita che l’aveva portata alla prostituzione e alla droga. Con  un linguaggio diretto e generosamente descrittivo di ogni moto interiore del protagonista, che si lega indissolubilmente a una Idea filosofica dell’esistenza, e a una visione unitaria di un perché delle cose quasi fatale, e con un andamento tra il poetico e il retorico, Vaccaro ricostruisce fedelmente la storia di un amore sognato, pensato, combattuto, che non viene quasi mai realmente agito. Leggi il seguito di questo post »

Enrico Caruso, Provocazioni minime,

diLemma Edizioni, Capurso (Bari) 2016 *

di Sara Ricci

Tacerò sulle imperscrutabili coincidenze che mi hanno portata ad imbattermi in questo “oggetto” e sulle conseguenze di tale fortuito e fortunato incontro: mai interferire con le intenzioni, dichiarate o meno, dei Tessitori Indipendenti di Trame Potenziali (TITP), categoria fortemente sindacalizzata di strenui difensori della libertà di costrizione (e costruzione). Non posso occultare tuttavia il mio stupore di fronte alla scoperta di ciò che solo in apparenza potrebbe sembrare un libro. Ne ha in effetti l’aspetto esteriore: è dotato di copertina particolarmente gradevole al tatto, leggermente ruvida. Le impercettibili increspature della carta lasciano presagire asperità di contenuti, parole che scavano nella mente del lettore gallerie infinite, con pazienza e determinazione. Parole appuntite, arrotondate, aguzze, morbide: ciascuna adatta a modellare l’immaginario, il sogno, il suono. Ha un peso specifico di 0, 405 g e un IMC (indice di massa cartacea) pari a 1,68 (non si intravedono dunque pericoli di ipertrofia dell’Io o esuberi di materiale scrittorio): per rendere l’idea siamo in ideale equilibrio tra formato tascabile – per tasche gargantuesche – ed elegante volume da portare sempre con sé per placare la sete improvvisa di poesia, che, come affermano ormai i nutrizionisti di ogni corrente filosofica, è bevanda ipervitaminica e densa di nutrienti per il corpo e per la mente e andrebbe consumata quotidianamente in quantitativo non inferiore ai 500ml/Kg. Inoltre, il rivestimento esterno, di un bel colore neutro ma non neutrale, si adatta a tutte le stagioni e a tutti gli stili senza alcun problema di abbinamento. Una forma geometrica troneggia sulla copertina, criptico indizio, oscura premonizione: un esagono che reca, sulle sue facce, frammenti di versi, scintille di parole.

Apro il volume e scopro che la forma riappare, colorata, piena, vitale: contenuta, o meglio tenuta a freno da solchi nella carta che fungono da sostegno. Leggi il seguito di questo post »

Il ritorno alla fisicità e l’illusione della leggerezza.
Intervista a Tommaso Pincio

 

 

a cura di Anna Acquaviva

Dodici e-mail, un aereo, due bus, una valigia azzurra, un registratore, un taccuino, un foglio con delle domande; un bar, un caffè, una cioccolata calda, una ragazza, uno scrittore e poi Roma, la città eterna. La mia intervista a Tommaso Pincio è il risultato di una prima corrispondenza epistolare nata via e-mail con lo scrittore, il quale ha accettato con estrema gentilezza di incontrarmi per questa chiacchierata, svoltasi a Roma il 28 dicembre 2016, presso la sala da tè di un bar ‘palermitano’ della capitale. Le domande formulate nascono dal desiderio di soddisfare le mie curiosità sui legami che la vita e le opere di Pincio intrecciano con il mondo reale e con quello virtuale, approfondendo aspetti anche distanti dall’ambito letterario. Mi accorgo che con le sue risposte l’autore ha deciso di regalarmi qualcosa di sé, il suo personalissimo punto di vista sulla società attuale.

È noto al pubblico dei lettori che lei utilizza uno pseudonimo per firmare le sue opere. Da cosa nasce questa esigenza? Perché ha scelto di chiamarsi Tommaso Pincio?

C’è una motivazione che per anni avevo rimosso. La scelta della pseudonimia è nata dalla difficoltà di vivere nel mondo in cui allora ero inserito, quello dell’arte; darmi un nuovo nome è stato per me un modo per ridarmi un’altra vita. Le sembrerà un po’ assurdo, ma il mondo dell’arte è molto piccolo e ristretto. Vivevo come un problema la mia posizione nel mondo dell’arte, non sopportavo più certe dinamiche in cui pure mi ero pienamente inserito: ero il direttore di una galleria molto importante a Roma, ma questo lavoro era un ripiego rispetto alle mie ambizioni da ragazzo, poiché la mia massima aspirazione, all’epoca, era quella di fare il pittore. Lavorare in quell’ambiente era il ricordo costante del mio fallimento e fonte di frustrazione continua. Quando ho iniziato a scrivere romanzi, avevo in realtà alle spalle già testi di critica artistica che sono confluiti nel libro Scrissi d’Arte, ma sentivo l’esigenza di scrollarmi di dosso questo mio passato, tutto ciò che esso comportava, e per questo, per ridarmi una nuova identità da scrittore ho adottato uno pseudonimo. Tommaso Pincio nasce dalla volontà, non so quanto consapevole e conscia, di darmi il nome di uno dei personaggi del mio primo romanzo, M., lo stencil Tommaso Pincio [col termine stencil si indica la personalità di un individuo abituato a pensare in maniera piatta, che non prevede imprevisti; n. d. r]. Scelsi questo nome perché al suo interno è contenuto un riferimento topografico importante per me, legato alla città di Roma. Il Pincio è un luogo molto legato alla mia infanzia, che ancora oggi frequento con piacere. Il nome Tommaso, invece, nasce dall’affinità che sento con san Tommaso. Se non ci fosse stato questo riferimento così esplicito a Roma non so se oggi mi chiamerei Pincio, forse no. Anche se molti collegano il mio pseudonimo al nome di Thomas Pynchon, la scelta non ha nulla a che vedere con questo scrittore americano, che è per me un autore importante, ma molto distante dal mio modo di scrivere e lontano dalla scelta dello pseudonimo. Leggi il seguito di questo post »


«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

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