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Intervista a Tommaso Pincio

Posted on: 01/04/2017

Il ritorno alla fisicità e l’illusione della leggerezza.
Intervista a Tommaso Pincio

 

 

a cura di Anna Acquaviva

Dodici e-mail, un aereo, due bus, una valigia azzurra, un registratore, un taccuino, un foglio con delle domande; un bar, un caffè, una cioccolata calda, una ragazza, uno scrittore e poi Roma, la città eterna. La mia intervista a Tommaso Pincio è il risultato di una prima corrispondenza epistolare nata via e-mail con lo scrittore, il quale ha accettato con estrema gentilezza di incontrarmi per questa chiacchierata, svoltasi a Roma il 28 dicembre 2016, presso la sala da tè di un bar ‘palermitano’ della capitale. Le domande formulate nascono dal desiderio di soddisfare le mie curiosità sui legami che la vita e le opere di Pincio intrecciano con il mondo reale e con quello virtuale, approfondendo aspetti anche distanti dall’ambito letterario. Mi accorgo che con le sue risposte l’autore ha deciso di regalarmi qualcosa di sé, il suo personalissimo punto di vista sulla società attuale.

È noto al pubblico dei lettori che lei utilizza uno pseudonimo per firmare le sue opere. Da cosa nasce questa esigenza? Perché ha scelto di chiamarsi Tommaso Pincio?

C’è una motivazione che per anni avevo rimosso. La scelta della pseudonimia è nata dalla difficoltà di vivere nel mondo in cui allora ero inserito, quello dell’arte; darmi un nuovo nome è stato per me un modo per ridarmi un’altra vita. Le sembrerà un po’ assurdo, ma il mondo dell’arte è molto piccolo e ristretto. Vivevo come un problema la mia posizione nel mondo dell’arte, non sopportavo più certe dinamiche in cui pure mi ero pienamente inserito: ero il direttore di una galleria molto importante a Roma, ma questo lavoro era un ripiego rispetto alle mie ambizioni da ragazzo, poiché la mia massima aspirazione, all’epoca, era quella di fare il pittore. Lavorare in quell’ambiente era il ricordo costante del mio fallimento e fonte di frustrazione continua. Quando ho iniziato a scrivere romanzi, avevo in realtà alle spalle già testi di critica artistica che sono confluiti nel libro Scrissi d’Arte, ma sentivo l’esigenza di scrollarmi di dosso questo mio passato, tutto ciò che esso comportava, e per questo, per ridarmi una nuova identità da scrittore ho adottato uno pseudonimo. Tommaso Pincio nasce dalla volontà, non so quanto consapevole e conscia, di darmi il nome di uno dei personaggi del mio primo romanzo, M., lo stencil Tommaso Pincio [col termine stencil si indica la personalità di un individuo abituato a pensare in maniera piatta, che non prevede imprevisti; n. d. r]. Scelsi questo nome perché al suo interno è contenuto un riferimento topografico importante per me, legato alla città di Roma. Il Pincio è un luogo molto legato alla mia infanzia, che ancora oggi frequento con piacere. Il nome Tommaso, invece, nasce dall’affinità che sento con san Tommaso. Se non ci fosse stato questo riferimento così esplicito a Roma non so se oggi mi chiamerei Pincio, forse no. Anche se molti collegano il mio pseudonimo al nome di Thomas Pynchon, la scelta non ha nulla a che vedere con questo scrittore americano, che è per me un autore importante, ma molto distante dal mio modo di scrivere e lontano dalla scelta dello pseudonimo.

In Hotel a Zero stelle ha affermato che le capita spesso di non identificarsi più con il suo reale nome e che si sente più a suo agio quando utilizza lo pseudonimo. Il suo pseudonimo le ha cambiato la vita? Come ha condizionato i suoi rapporti sociali?

Non credo che i rapporti con la gente cambino in base al nome che si sceglie di avere. Penso, però, che siano le persone a cambiare atteggiamento nei miei confronti quando si rapportano con me che ho deciso di mutar nome. Questo capita soprattutto con le persone che conosco da una vita e che fanno fatica ad accettare che io abbia deciso di darmi una nuova identità. Ho iniziato a utilizzare lo pseudonimo nel ’96-’97, anni in cui pian piano ho iniziato a cambiare vita e relazioni, a lasciare il mondo dell’arte per quello della letteratura, distaccandomene definitivamente nel 2005, anno in cui ho smesso di lavorare in galleria. Quando ho iniziato a frequentare il panorama letterario, cominciai a utilizzare lo pseudonimo, quindi le persone che ho incontrato in questo ‘nuovo mondo’, mi hanno conosciuto direttamente con il nome di Tommaso Pincio, non vivendo il trauma del cambiamento del nome.

C’è ancora qualcosa che le permette di identificarsi con il suo nome anagrafico?

Io non mi identifico né con il nome anagrafico né con lo pseudonimo; non è così importante per me il nome.  Mi identifico con le esperienze che ho vissuto, con i luoghi che frequento, con le persone che incontro, con i libri che leggo, non mi identifico con un nome. Ritengo che identificarsi in un nome sia molto pericoloso, perché potrebbe comportare molti problemi. Il nome è portatore di tante cose, di tante storie esterne a noi che, a volte, possono diventare ingombranti. Pensi ad esempio al nome di una famiglia e il bagaglio che esso porta con sé: quel tipo di legame familiare può diventare una catena.

Ritiene che il suo pseudonimo condizioni le modalità di approccio dei suoi lettori al testo?

La presenza o meno del nome reale dell’autore non è un ‘problema’ dell’autore in sé, ma dei lettori. È una domanda a cui dovrebbero rispondere loro. Sicuramente la risposta sarà determinata dalla conoscenza che hanno dell’autore del libro che stanno leggendo, per questo il lettore dovrebbe essere avvertito, in qualche modo, che sta leggendo un testo scritto da un autore che si firma con uno pseudonimo.  Chi conosce Thomas Pynchon può compiere facilmente un parallelo fra me e lui per assonanza, ma non è scontato che ciò avvenga perché i romanzi di Pynchon in Italia hanno scarsa circolazione. Non penso, però, sia un problema per i lettori trovarsi dinanzi a uno pseudonimo. Ci sono moltissimi scrittori nella storia letteraria, anche molto famosi, che hanno scritto sotto pseudonimo. Pochissimi sanno che anche George Orwell è uno pseudonimo, ma ciò non disturba il lettore che è interessato ai suoi libri e non al nome in sé. La questione dello pseudonimo o delle altre forme autoriali è un problema che rimanda a una questione più generale: quanto sia importante per il lettore conoscere la personalità dello scrittore, nel momento in cui si immerge nei suoi libri. Il lettore ha solo un rapporto ‘cartaceo’ con lo scrittore, per questo è inserito in uno spazio letterario lontano dal mondo reale, così che la stessa idea dello scrittore diventa, in un certo senso, ‘mitica’.

In Hotel a Zero stelle scrive: «Io non sono un io, non sono un individuo individuabile», ma lei ora è qui davanti a me precisamente nella qualità di uno scrittore chiamato Pincio. Chi è oggi Tommaso Pincio? Cosa deve sapere di lei e della sua scrittura un lettore?

Non spetta a me dirlo. Nessuno scrittore o persona che ‘produce’ qualcosa che poi gli altri useranno, può avere la pretesa di indicare come il ‘prodotto’ debba essere utilizzato. Qualunque creazione umana deve essere interpretata liberamente, e penso che, soprattutto in letteratura, la cosa interessante sia proprio questa. Lo scrittore produce un libro, ma non sa come esso potrà essere percepito e che percorso compirà. È un po’ come il rapporto padre-figlio: il libro appena uscito lo si accudisce, lo si segue, ma poi va per la sua strada, segue percorsi che lo stesso autore non può prevedere. Io posso avere un’intenzione ben precisa quando scrivo un libro, ma non pretendo che il libro segua la mia intenzione e venga recepito come tale dal lettore, anzi sono conscio che il mio libro seguirà una propria strada. Per questo non riesco a definirmi come scrittore: mi sento in continua evoluzione e ciò fa nascere in me la difficoltà di autodefinirmi. La scrittura, la letteratura è vivere in una ricerca continua, soggetta a continue mutazioni.

In effetti rispetto ad M. ho notato che il suo modo di raccontare e di scrivere è cambiato: M.e Panorama sembrano due romanzi agli antipodi. Come definirebbe i cambiamenti nel suo modo di scrivere?

Sicuramente il mio modo di scrivere storie è cambiato in questi anni e credo che il mutamento sia dovuto all’acquisizione di una maggiore consapevolezza nella scrittura: attraverso la narrazione mi è stato pian piano sempre più chiaro che cosa si può comunicare e come lo si può fare attraverso la parola scritta e il racconto. M. è stato concepito in modo ‘artistico’, è un libro ‘concettuale’ con tantissimi riferimenti al mondo dell’arte; può essere letto come un romanzo, ma ciò che volevo comunicare realmente è come pensano gli artisti. Gli artisti concepiscono le loro opere per pochissime persone, mentre lo scrittore non ha un pubblico così ristretto. Se l’artista utilizza un linguaggio più concettuale, avanguardistico, perché sa di comunicare per un pubblico ristretto, che lo comprende e ne accetta il linguaggio, lo scrittore ha un altro problema, può decidere a chi rivolgersi, però teoricamente parla a tutti e fa qualcosa che fanno tutti, perché tutti noi raccontiamo costantemente delle storie. Quando ho scritto M. ragionavo ancora come un’artista, come una persona che vuole parlare a pochi, non avevo ancora ben chiaro il vasto mondo dei lettori, ritenevo che quello sarebbe stato l’unico romanzo che avrei scritto, invece da M. in poi mi sono sempre più lasciato andare, producendo dei libri che sono differenti fra loro. Ho cercato di avere un approccio sempre nuovo e differente al testo, raggiungendo di conseguenza un pubblico più vasto rispetto a quello dell’arte.

Qual è secondo lei il ruolo che dovrebbe svolgere uno scrittore oggi? È ancora possibile produrre letteratura impegnata?

No, purtroppo no, non credo che la letteratura abbia più questo ruolo. Il mondo è molto cambiato, la domanda ricorda un tempo passato in cui il libro era l’unica fonte di conoscenza e tutto il sapere passava attraverso le pagine dei libri. Adesso non è più così; prima, se si voleva conoscere qualcosa, si poteva o vivere un’esperienza diretta o leggere un libro. Oggi il ruolo dello scrittore e della letteratura è molto cambiato; probabilmente chi scrive compie quest’atto con lo stesso spirito del passato, ma chi legge lo fa con un approccio diverso. La lettura non è più un luogo così assoluto ed esclusivo, ma uno dei tanti spazi che l’individuo può occupare, scegliendo di arricchirsi o svagarsi. Eppure il libro occupa ancora un luogo simbolico proprio per questo suo passato mitico, per il suo peso simbolico molto forte. Sono quasi certo che la cultura passi ancora attraverso la parola scritta, ancorché cambiata a sua volta. Basti pensare al modo in cui oggi si scrive: ormai scriviamo come se parlassimo, a partire dai social e dai messaggi. È interessante osservare l’impulsività dei commenti su Facebook: qui la scrittura non è, come dovrebbe essere, una forma di comunicazione mediata, ma diventa una comunicazione diretta.

Lei non è uno scrittore da molto ‘social’: affianca l’attività di scrittore a quella di giornalista, ma pubblica poco su Facebook e si tratta soprattutto di ‘squarci inediti di storia’. Qual è il suo rapporto col web? Come lo utilizza? Quanto è le utile per entrare in contatto con i suoi lettori?

Io non voglio entrare in contatto con i miei lettori e penso che gli stessi lettori debbano fare altrettanto. Penso sia sano mantenere una distanza fra i lettori e chi ha scritto qualcosa che ci piace o non ci piace. Quando si legge un libro è come se quel libro diventasse nostro, lo scrivessimo noi; ce ne impossessiamo ed esso entra a far parte della nostra persona. Entrare in contatto con lo scrittore penso sia una forma di restituzione di quel qualcosa che il libro ci ha regalato, ci ha lasciato, non è un arricchimento ma una perdita. Il discorso di internet e dei social è diverso.  I social sono un luogo in cui posso vedere come scrivono, si esprimono e pensano le persone. Gli scrittori si guardano attentamente attorno e succhiano e mangiano la realtà e Facebook, per questo, è un posto interessante, perché mi permette di conoscere e osservare tante persone. L’uso che io faccio dei social non si vede, sono un fruitore che passa più tempo a osservare che a postare. Quando posto qualcosa lo faccio perché mi sembra un atto doveroso: osservando molto gli altri e prendendo molto da loro, pubblicare quelli che lei chiama «squarci inediti di storia» per me vuol dire restituire o regalare un po’ di quello che ho sottratto. Le foto che posto fanno parte di quel materiale che ho accumulato in questi anni, che a causa della virtualità non ho stampato, non ho fatto propriamente mio, ma ho relegato in cartelle abbandonate sul mio pc. Postare delle foto o pubblicare degli articoli mi sembra un modo per ricambiare il mondo del web per ciò che apprendo e sottraggo a lui; inoltre ciò mi permette anche di far conoscere qualcosa di nuovo e di inedito a chi mi segue, conferendo dignità a quel materiale salvato.  

Quindi le è capitato di essere stato ispirato da storie lette sul web? Per la storia personale di Ottavio Tondi, ad esempio? Secondo lei la virtualità condiziona le nostre esistenze?

Sono stato ispirato moltissimo dalle storie lette sul web e sui social, come per la vicenda personale di Ottavio Tondi. Il web è un ‘succhia-tempo’ mostruoso, mangia concretamente il nostro tempo e divora tutto ciò che passa al suo interno, come se nulla accadesse all’esterno. Secondo me è estremamente  negativo l’uso che a volte si fa dei social e del web, la gente ormai esprime le proprie emozioni positive e negative solo attraverso quel canale, che non ci permette di lasciar sedimentare dentro di noi alcun sentimento e annulla le idee. Molte volte le persone esprimono sui social la propria indignazione politica, ma la rabbia che emerge è espressa solamente attraverso le parole: non ci sono idee concrete, non c’è azione. Nei decenni scorsi la rabbia doveva trovare dei canali di sfogo, era occasione di incontro e di dibattito sui grandi ideali. Oggi i grandi ideali vengono vomitati, tutto diventa labile e frazionario. Il paradosso più grande è che il web dovrebbe essere il luogo della libertà indiscussa, ma di fatto ci rende schiavi di un sistema non visibile che favorisce la conservazione dello status quo. Fino ad oggi non ho visto una vera idea politica nascere dal web; i social sono solo mezzi di comunicazione slegata dall’utilità pratica. Ho vissuto il mondo ‘prima di internet’ e posso dire che, paradossalmente, il mondo prima del web era più libero rispetto a quello di oggi, perché era produttore di voglia di libertà e di idee.

Ottavio Tondi e tutti i protagonisti dei suoi romanzi sembrano essere vittime inconsapevoli degli eventi e della società in cui sono inseriti: perché costruisce personaggi non eroici, che preferiscono accettare passivamente il loro destino piuttosto che risollevarsi o provare a riscattarsi?

Forse ciò è dovuto al rapporto che io ho con le cose. Trovo difficile credere che le persone riescano a cambiare la realtà con la loro iniziativa. È vero, i miei personaggi non sono degli eroi, forse perché io stesso non  lo sono e nella nostra società non vedo degli eroi. Sicuramente ci sono delle personalità che si impongono sugli altri, però è altrettanto vero che l’individuo subisce passivamente ciò che il destino ha in serbo per lui. La sottomissione agli eventi, alla propria condizione esistenziale era vissuta allo stesso modo anche in passato, ma  non veniva raccontata, si preferiva raccontare l’‘eroe’ e le sue gesta. Nel nostro mondo accade qualcosa di strano, perché siamo tutti spettatori e attori nello stesso momento: attori che non salgono mai sul palco, ma sono sempre seduti nelle poltrone con i riflettori costantemente puntati addosso. Questo stato di cose produce un profondo senso di frustrazione quasi inconsapevole. Non so dirle bene da dove nasca questo mio modo di caratterizzare i personaggi dei miei romanzi, che non riescono mai a imporsi sul loro destino, non sfondano mai quella parete che può metterli al centro delle cose. Ormai il protagonista indiscusso è il pubblico, non più le star; si diventa famosi anche non sapendo far nulla e non so come la cosa potrebbe evolversi, perché viviamo in una fase transitoria. Se faccio un paragone con il passato, mi rendo conto come anche essere giovani oggi sia veramente complicato: certo anche negli anni Settanta lo era, ma oggi lo è di più, perché è evidente che solo una piccola parte riuscirà a ottenere un lavoro dignitoso e vivere tranquillamente. 

Barilli, in un bell’articolo che le dedica, definisce i suoi personaggi un «perfetto concentrato di autismo, persone che non riescono a rapportarsi con la realtà e sembrano trovare un posto solamente in un immaginario spazio sfinito».  Cos’è per lei la realtà? E cosa lo spazio sfinito?

Lo spazio sfinito è prodotto dalle parole, dalla lingua. La sfinitezza dello spazio parte da due presupposti: che il mondo non è più percepito grande come un tempo e che oggi non c’è più nulla da scoprire. C’è un’idea di stanchezza che non riguarda solo lo spazio, ma coinvolge il tempo e la storia. Quando ho scritto Lo spazio sfinito, l’idea di spazio che l’uomo aveva alla fine degli anni Novanta era stata completamente disillusa; infatti la fine del secolo scorso dalla mia generazione viene percepita come un’epoca morta. Per me lo spazio sfinito è proprio questo, un’epoca finita e sfinita, in cui viene meno l’idea di una società di tipo legalitario, la figura dell’hippy e del comunismo, la fine di una favola che per decenni ci è stata raccontata e presentata come possibile. Per quanto riguarda la mia idea di realtà, ritengo che siano i sogni la parte più importante di essa, è grazie ai sogni che la realtà è tale e si muove. Quando nascono i desideri o i grandi sogni, gli uomini si muovono producendo qualcosa di reale e vero.

La società che è sullo sfondo dei suoi romanzi è sempre indifferente, caotica e distratta. Panorama sembra essere il ritratto del mondo culturale del nostro Paese, in particolare di quello editoriale, sempre più schiavo di insane politiche economiche. Come giudica l’editoria italiana? Ritiene che il libro digitale e le nuove tecnologie possano apportare delle migliorie in quest’ambito?

Panorama non racconta il mondo editoriale italiano nel dettaglio, ma ne dà una visione globale. Gli scrittori lo fanno sempre, prendono dal mondo ciò che gli serve per inserirlo nel loro libro. Il mondo editoriale italiano è il paesaggio del romanzo, il giusto sfondo in cui inserire un personaggio come Ottavio Tondi. Ironicamente mi diverto a sbeffeggiare questo mondo, ma senza alcuna pretesa di poterlo stigmatizzare o criticare in alcuna maniera. Per quanto riguarda il libro digitale, io sono personalmente poco vicino ad esso. Penso che la lettura sia destinata alla digitalizzazione, sugli schermi passerà tutto e sulla carta rimarrà solo ciò che è veramente valido per noi. Il vero problema dello spazio digitale non è la mancanza di odore, ma è la perdita di fisicità, che per me è preziosa. Se il libro diventa virtuale e non ha una sua fisicità, noi perdiamo concretamente la percezione di quello che abbiamo; inoltre, il libro cartaceo comporta delle scelte, perché selezionare un libro, capire quale tenere e quale lasciar andare, ci aiuta a comprendere che cos’è importante per noi e chi siamo veramente. Bisogna riscoprire e ritornare alla fisicità delle cose, i millennial di nuova generazione frantumano la consistenza del mondo, illudendosi che la loro leggerezza sia libertà, ma si tratta di una finzione. Oggi una delle parole più usate è ‘facilità’ ma, in realtà, se una cosa è facile vuol dire che non è tua, perché le cose che vogliamo e che valgono non si conquistano facilmente.

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