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Andrea Vaccaro, mio grande amore

Posted on: 19/04/2017

Andrea Vaccaro, mio grande amore
Guida Editori, Napoli, 2015, 371 pp.

 

 

 

 

di Marta Lentini

mio grande amore, romanzo ambientato a Roma, scritto nel 2006, è un’opera autobiografica di Andrea Vaccaro, scrittore e pittore, che qui si fa cantore di un grande amore, che rievoca, nel suo tragico espandersi, fino alla conclusione attesa, ma pur sempre dolorosa. L’Amore è quello di Andrea, professore di liceo, per Maura, conosciuta adolescente tanti anni prima, e vagheggiata nel suo quotidiano per sempre, fino al reincontro di tanti anni dopo, disturbato e intristito dalla scoperta di un percorso tragico di vita che l’aveva portata alla prostituzione e alla droga. Con  un linguaggio diretto e generosamente descrittivo di ogni moto interiore del protagonista, che si lega indissolubilmente a una Idea filosofica dell’esistenza, e a una visione unitaria di un perché delle cose quasi fatale, e con un andamento tra il poetico e il retorico, Vaccaro ricostruisce fedelmente la storia di un amore sognato, pensato, combattuto, che non viene quasi mai realmente agito.

Ed è l’incompiutezza del legame il segno distintivo degli incontri con Maura, che resteranno nella mente del protagonista come frammenti onirici, tutti protesi verso un finale che l’autore, disperatamente, con giochi stilistici e con autoinganni mentali, cerca di ricordare ma apre alla possibilità di modificare, per immaginarne una diversa conclusione. La frequentazione di Andrea e Maura è asimmetrica, per lei il loro è un tenero  legame d’amicizia, per lui è da subito Amore più forte di dubbi e paure, e per questo Andrea supera l’angoscia e il panico di ‘sporcarsi’ con la sieropositività di lei. Chi legge viene risucchiato in una vertigine profonda, quella del senso di costante smarrimento del protagonista innanzi alla natura di questo sentimento, viscerale e totalitario, eppure angelicato e proteso verso slanci irrefrenabili, alternati a ritrosie e paure paralizzanti. Ed è quest’ambiguità il tratto ricorrente in ogni incontro del protagonista con Maura, che dapprima appare sfuggente, sebbene teneramente assetata di affetto, poi sempre più lontana, dispersa nel logorio che l’eroina e la malattia producono nel suo corpo. ‹‹Ricordo ancora il buio irreparabile di quella notte, la tenebra che gradualmente avvolgeva e cancellava tutte le cose, agro-dolce perché c’era lei›› (pag.39). Odisseo contemporaneo, Andrea attende. Insegue Maura, ma ne rispetta i dinieghi e la asseconda, e ne vagheggia il ritorno, pur se questo avverrà nella cornice plumbea di un marciapiede. ‹‹L’amarezza montante causata dall’estrema precarietà degli incontri, brevi, minati dal subito scivolare di lei nel sonno o comunque nell’ incomunicabilità della fattezza e l’estrema difficoltà nel ritrovarla ogni volta, mi stavano segnando sempre di più›› (pag.71). L’amore narrato in queste pagine, pur vissuto in una oscurità invincibile, si nutre di una vicenda costante di speranze e rinunce, risultando all’occhio del lettore il vero protagonista del romanzo. L’epilogo si preannuncia già ab initio, nei lampi dei chiaroscuri caravaggeschi nei quali si dipinge il profilo fisico e spirituale di Maura, dalla bellezza esile ma ingombrante, che sin da subito tutto avviluppa e incanta, pur presagendo nel suo ‘essere’ tracce di nefaste rovine. ‹‹Immaginavo quell’angelo che precipita capovolto a testa in giù lungo l’incavo della sua schiena occupandone i due versanti›› (p.35). L’abisso che il lettore coglie è il senso del pericolo imminente, la provvisorietà che non nasce solo dalla mancata reciprocità del sentimento, ma dalla paura reale di perdere la donna amata nel senso letterale del termine. In una sorta di corsa inerte gli eventi precipitano, ma sono come rivissuti dal protagonista nel momento stesso in cui li descrive, perché in effetti egli li ha aspettati e temuti così a lungo che ora il loro apparire sembra una scena  di un dejavu. Quando tutto è concluso, una poesia accorata esprime il rimpianto e ripercorre la discesa agli Inferi narrata nel finale, dopo che si è dipanato tutto il percorso doloroso di attese e sacrifici, ma anche di fughe e negazioni. ‹‹La morte protegge l’esilio›› (pag. 367), questa sorta di aforisma lapidario e intenso segna l’ultima parte del romanzo, quella in cui si manifesta un disperato bisogno di verità, cui Andrea dedica il ripercorrere a ritroso il sentiero triste degli ultimi giorni, attraverso una specie di reticolo di premonizioni che avevano annunciato l’inevitabile ‹‹la tua bellezza – amore – era ineguagliabile/ era irrinunciabile ma irraggiungibile /così nel vuoto immenso – ora ricordo…Una notte…›› (pag.359)

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