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Il realismo terminale accende le “Luci di posizione”.

Posted on: 05/05/2017

Il realismo terminale accende le “Luci di posizione”.

Un’antologia di Giuseppe Langella ripropone l’esigenza di un’«estrema avanguardia»

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

A giudicare dalla “Cronistoria” che chiude questo libro, il realismo terminale, movimento poetico fondato da Guido Oldani nel 2010 con la pubblicazione di un manifesto, ha compiuto un cammino non solo di irrobustimento delle fila, ma anche di progressiva chiarificazione teorica. Sul primo fronte vanno ricordati i numerosi poeti simpatizzanti, che raggiungono il numero di cinquantotto nell’antologia Novecento non più. Verso il realismo terminale (La Vita Felice, 2016), ma anche i teatranti, gli artisti visivi e i musicisti, i quali hanno dato vita, in giro per l’Italia, a presentazioni, mostre, concerti, spettacoli, festival e iniziative di impegno civile, ad esempio sulla dignità delle carceri e in difesa delle minoranze etniche e religiose. Sul fronte dell’approfondimento teorico vanno, invece, ricordate le tavole rotonde di Cagliari, Milano e Torino (2012, 2013 e 2014) che hanno prodotto le pubblicazioni La faraona ripiena (Mursia, 2012), il Dizionarietto delle similitudini rovesciate (Mursia, 2014) e poi gli ampi studi di Giuseppe Langella e Amedeo Anelli, apparsi rispettivamente su «La modernità letteraria» (2014) e nel volume Oltre il 900 (Libreria Ticinum, 2016), cui si aggiungerà fra non molto il mio articolo Guido Oldani e il realismo terminale (negli atti del XVIII congresso MOD Scritture del corpo). D’ora in poi costituirà una pietra miliare della riflessione l’antologia Luci di posizione, poesie per il nuovo millennio. Antologia del Realismo terminale (Mursia, Milano 2017), curata ancora da Langella, italianista insigne dell’Università Cattolica e poeta, il primo a condividere il progetto di Oldani e ad armonizzare le intuizioni antropologiche e stilistiche di questi con uno sguardo sia sociologico che storico-letterario.

Qui Langella seleziona appena sei autori, che si dispiegano attraverso tre generazioni: la prima è rappresentata dallo stesso capofila, Oldani (giunto splendidamente ai 70 anni proprio lo scorso 2 maggio), cui seguono tre autori a cavallo dei 60 (lo stesso Langella e poi Franco Dionesalvi e Marco Pellegrini) e infine due poetesse più giovani (intorno ai 45), Giusy Càfari Panìco e Valentina Neri. Si tratta di una campionatura severa, certo passibile di integrazioni in futuro, ma in grado di documentare l’estensione del movimento al di fuori di Milano, con apporti anche dall’Emilia Romagna, da Cosenza e da Cagliari, sicché il cuore problematico del realismo terminale – ovvero la modifica «della nostra percezione del mondo», a seguito dei processi invasivi «della civiltà ipertecnologica, babelica e globalizzata degli anni Duemila» – non appare più un fenomeno strettamente metropolitano, ma è generalizzato fino a richiedere che la poesia faccia «i conti con l’ambiente che avvolge il soggetto e lo fascia».

Due sono i tratti principali che assume il declino del nostro tempo: l’«accatastamento» di «folle che si spostano» quotidianamente nelle nostre città e sui nostri mari e la deformazione grottesca e macchinistica dei nostri atti e delle nostre relazioni. Quanto al primo aspetto, quello dei «paesaggi» sempre più feriti dalle miserie umane, è interessante sottolineare la preoccupazione con cui questi autori guardano a un’umanità trasformata in discarica, cumulo di rifiuti che mai troveranno un opportuno ‘riuso’, cioè un adeguato reinserimento nel tessuto morale, culturale ed economico della nostra società. Gli individui e i popoli che migrano danno luogo a visioni allucinate non perché lo spostamento in sé provochi angoscia, ma perché esso non produce interazione, non fonda un nuovo mondo, ma si accumula in sedimenti inerti e non coesi, pronti a scivolare gli uni sugli altri con pericolosi effetti di sismologia antropica. Il nostro presente (Oggigiorno è, infatti, il titolo di questo testo di Oldani) appare un «mar mediterraneo» circondato da «cemento / con i corpi infilati in tutti i buchi», una visione apocalittica che ricorda inquadrature da campi di concentramento («a vicenda sorbiscono le urine / con le cannucce della cocacola»: p. 25). La stessa allusione stravolta ai Migranti ricompare in un breve testo di Càfari Panìco: «Il mare come un sepolcro di marmo / ripone stracci strizzati straziati / già sepolti non appena salpati / […] zampilla sangue nero e nauseante / che sembra vino andato a male, aceto» (p. 39).

L’altro aspetto, quello della sostituzione della naturalezza dei gesti con l’artificialità indifferente degli oggetti industriali, trova la sua espressione nelle figure di stile che l’introduzione dell’antologia segnala come caratteri distintivi del realismo terminale: «la similitudine rovesciata», «la lingua egemonica» e «l’accumulazione caotica». Il capovolgimento retorico, per cui il «sistema artificiale» diventa termine di paragone per rendere più ordinario ciò che pure dovrebbe avere in sé la garanzia di autenticità e comprensibilità, induce ad esempio la Neri a un’invocazione d’amore che fa piazza pulita di ogni pacifico lirismo: « Fammi sentire il tuo fuoco / come un inceneritore / ardermi il corpo. / Annienterai così / i miei rifiuti» (p. 61). Speculare all’innaturalità delle relazioni affettive è l’impoverimento della lingua d’uso, anch’essa sempre più indiretta, presa in prestito dall’inglese economico, formulare, inespressivo, buono per inviare messaggi che si pensa non debbano più essere suscettibili di sfumature, di soggettività, di interpretabilità: e allora la scrittura realistico-terminale non può non sporgersi su questo baratro antropologico e mimarne i trucchi, come in questi versi di Langella: «Una bomba, la brexit: call of duty. / L’Europa coi motori in avaria / consuma la sua ennesima agonia / su un’altalena infida d’exit poll / […] Game over, / baby, game over: l’urna / è il flipper delle plebi» (p. 89).

«L’accumulazione caotica», infine, è la conseguenza dell’impossibilità di ricavare una ‘narrazione’ organica della realtà, al posto della quale si offre una disgregata enumerazione di oggetti reali, come in questi versi di Dionesalvi, inutilmente alla ricerca dei luoghi di un vecchio amore: «ho trovato che invece è il nodo focale / di un circuito di radioamatori, / no anzi è il sacrario infiorato di un incidente antico di motori / o l’espositore dei faccioni elettorali / o il confine di due terreni l’un contro l’altro armati / o lo sfiatatoio di una caldaia imbufalita / o la linea di snodo delle vespe / o il punto in cui un bimbo trovò un puffo» (p. 49).

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