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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 15/07/2017

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di Antonio Lillo

 

 

FRONTIERE anno XVII, Numero 33, gennaio-dicembre 2016 (San Marco in Lamis 2016)

Frutto dell’attento e costante lavoro del Centro Documentazione sulla Storia e la Letteratura dell’Emigrazione della Capitanata (CDEC) di San Marco in Lamis (FG), presieduto da Matteo Coco, e dell’impegno di Sergio D’Amaro come direttore responsabile, «Frontiere» è una delle poche riviste italiane che si occupi di letteratura e storia dell’emigrazione. Nata nel 2000 come semestrale, dal 2007 la rivista ha un’uscita annuale, l’ultima delle quali nel 2016 col numero 33.

La rivista si segnala per la veste grafica asciutta, essenziale ma moderna. Così per le sue scelte editoriali mai scontate. L’ultimo numero, in particolare, è dedicato alle tragedie sul lavoro degli emigrati di Mattmark (1965) e Marcinelle (1956), a cui si è scelto di dare un taglio laterale, per certi versi letterario più che propriamente storiografico, recuperando e rimettendo in circolo un articolo d’epoca di Dino Buzzati abbinato a una intervista originale al cantautore Adamo, figlio di emigrati. A questi due pezzi si aggiungono alcune altre testimonianze tratte dal volume La catastròfa di Paolo Di Stefano (Sellerio): «Insomma, mio padre muore lì a 1035 metri sottoterra e quindici giorni prima nasco io al paese. Mia madre a un certo punto riceve un milione con cui si è fatta la casa, poi gli hanno richiesto indietro il milione e gli hanno pure pignorato la casa. C’è una lettera del Ministero del Lavoro del 17 dicembre 1956 dove mi dicono che mi donavano un milione come orfano. Ma potevo ritirarlo solo alla maggiore età: così se prima ci prendevo una casa come aveva fatto mia madre, nel ’77 ho potuto comprà niente più che una macchina e ho preso una Dyane 6».

Seguono un’intervista inedita a Gregory Corso a cura di Roberto Ruberto, un approfondimento su Francesco De Sanctis, scrittore e critico ma anche emigrato, a 200 anni dalla nascita, una sezione dedicata alla bibliografia dello scrittore italoamericano Joseph Tusiani, più vari interventi critici su argomenti che vanno dalla chiusura dell’anno dedicato a Carlo Levi (2015) all’anniversario per l’uscita delle Storie ferraresi di Giorgio Bassani.

Anila Hanxhari, TIRO A SORTE LA LIBERTÀ, Tabula Fati (Chieti 2016)

«La mente è un popolo, diceva mio nonno/ mio nonno è una barricata/ ha sviluppato l’ascendenza del silenzio nei calli/ mastica la parola sotto i baffi con i melograni/ ho lasciato il tempo nella casa di mia madre/ la parola di mio nonno è una arredocasa/ sposta i barili lì c’è la patria/ ci gioca la luce prima di andare in sposa/ io invece sono il gioco preferito della soglia/ del calesse e degli sportelli».

Poesie di grande potenza visiva quelle di Anila Hanxhari, che partono tutte da una sorta di innesco rimbaudiano, una illuminazione sulla realtà da cui si scaturisce un moto lavico che investe nel magma linguistico qualsiasi immagine sia stata catturata dalla retina dell’autrice, oggetti del quotidiano come della memoria, rimescolandole in un tutto nuovo che assume a tratti una dimensione sorprendente e visionaria: «Non so se tutti i mali scappano/ perché sono confine e tappabuchi/ scappano per l’origine rovesciata nel tavolo/ delle madri/ e chi può competere con la mia metamorfosi/ che inventa i serial killer dell’autoritratto/ estrai il cuore, aprilo,/ non ci sono foglie ma corpi in movimento». Poesie, dunque, assolutamente viscerali, tutte giocate sull’accostamento imprevisto e sull’aggiramento di alcuni nessi logico-sintattici che a tratti fanno pensare a Marianne Moore, come ben evidenzia Rondoni nella presentazione del volume, a tratti ad Amelia Rosselli, anche per il bilinguismo che certamente influenza la Hanxhari, albanese approdata in Italia dove vive da decenni; e da cui si origina il suo particolare verso libero, emotivo, prosastico ma fortemente ritmico, talmente preso dall’impeto di dire, di raccontarsi tutta e subito, da caricarsi di un «fervore adolescenziale» (Rolando d’Alonzo nell’introduzione) che di continuo riscopre e si riappropria del mondo. In tal senso, meritano un plauso particolare le figure rievocate dei nonni dell’autrice, di grande fascino, descritti con pochi versi incisivi ma che fanno da veri e propri traghettatori lungo la raccolta, oltre a fornire un continuo punto di riferimento morale quanto genetico: «mia nonna ha fatto resistenza alla vita/ non alla vecchiaia/ ha vissuto a lungo tutta la notte fino all’alba,/ protestando,/ insegnava a essere giovane nella resistenza».

Erminio Alberti, LA VITA, LE GESTA E LA TRAGICA MORTE DI SERLONE D’ALTAVILLA DETTO SARRO, Samuele (Fanna 2017)

«Nel mondo abbiamo solo due certezze: // noi e lo scritto. // La parola viene esatta/ solo quando ci attraversa/ senza sosta,/ senza ratio,/ pensa a Paolo di Tarso:// soffia lo pneuma e ne facciamo gramma,// resta impressa/ la Parola e fa sostanza,/ fa radici/ e prospera:».

Come già esplicato nel titolo, il poemetto narra le gesta del condottiero normanno Serlone d’Altavilla: «Eccolo: conte di forse più di mezza Sicilia, fatto nobile a Geraci, arrivato nel 1060 da Hauteville-la-Guichard, messo alla testa degli armati calati dal Nord per impossessarsi della splendente isola dei Credenti, s’adopera – e con lui Ruggiero – nella zizzania che alligna tra i siciliani per trovare la morte nel 1070 a Nissoria, presso Hagar Sârlû» (dalla prefazione di Pietrangelo Buttafuoco). Ecco, dunque, che la seconda racconta di Alberti rappresenta, ancora più di una conferma, un grande passo avanti rispetto al precedente Malascesa (Samuele), di cui conserva lo spirito notturno e pensieroso, il forte accento lirico, a cui si accosta adesso una maggiore volontà di sperimentazione sul verso, tutto basato sull’accentuazione degli spazi vuoti in chiave significante, ma con in più un grandissimo lavoro di ricerca sulla voce epica o favolosa della sua terra, l’orgogliosa Sicilia, che di volta in volta si fa coro oppure controcanto di un travaglio interiore avventuroso: «Fuggiranno gli anni miei più belli, fuggiranno,/ fuggiranno via insieme al vento;/ se li volerà via lo stesso vento/ che si portò via quel gran leone/ che dormiva fiero su Cerami./ Gli anni miei andranno via come le pietre/ rubate dal catello di Capizzi».

Salvatore Bommarito, CUNTUNERA SCIROCCU, Pungitopo (Gioiosa Marea 2016)

Anch’egli siciliano alla sua seconda raccolta, quella di Bommarito è un’opera di forte impronta espressionistica, sospesa in un presente fuori dal tempo, e immersa in una oscurità senza uscita e illuminata a tratti da pochi intensi bagliori, quasi dei colpi di biacca sul chiaroscuro di una tela, tanto è forte l’impressione pittorica delle sue immagini che alternano quadretti d’atmosfera a storie famigliari, con una decisa connotazione orale accentuata dalla scelta del dialetto, dai toni cupi e ritmici: «Si moru a cu a lassu sta buattedda ‘i sardi?/ nca pari nenti ma ci vosi me patri/ e u patri ’i me patri cch’i muggheri/ p’un confùnniri u discursu/ e lassarimìrlu schittu comu u riciveru,/ c’a raccumannazioni ca u salatu ’i casa/ è n’autra cosa… || Se muoio a chi la lascio questa boattina di sarde?/ che sembra niente ma ci volle mio padre/ e il padre di mio padre pure con le mogli/ per non confondere il discorso/ e lasciarmelo sempre come lo ricevettero,/ con la raccomandazione che il salato di casa/ è un’altra cosa…». Eppure, più che di poesia di memoria, si può parlare nel suo caso di una sorta di immersione avernale, di una dimensione d’oltretomba che avvolge irrimediabilmente, e con accenti di sottile brutalità, il paesaggio emotivo dell’autore, formicolante di personaggi emersi tanto dal suo privato quanto dal folclore e dalla leggenda esemplare di Cola Pesce. In questa dimensione al contempo personale e favolosa, Bommarito innesta un codice simbolico legato all’epopea di quel mondo elementare e quasi ferino della Sicilia antica: il vento, il mare, la pesca, il fuoco, il pane e la ricotta, la cucina coi suoi poveri attrezzi, i gatti con la loro avidità e tutta la fame dei poveri, ma soprattutto il lume, la lampada, la luna e qualsiasi riferimento alla luce sempre necessaria perché: «mancu na sfilazzedda | nemmeno uno spiraglio di luce…» è dato. 

 

 

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