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Gabriella Cinti, MADRE DEL RESPIRO

Posted on: 16/09/2017

Gabriella Cinti, Madre del respiro                         

Moretti e Vitali, Bergamo, 2017, 160 pp.

 

 

 

 

di Marta Lentini

Questa raccolta di poesie di Gabriella Cinti, mitografa, saggista e voce essa stessa della poesia lirica greca, nasce forse dall’ esigenza di scavare ancor più nell’oggetto della propria inesausta e inesauribile ricerca letteraria e filosofica, non solo facendosene cantatrice appassionata, ma inglobandolo nella propria storia, e facendo così, di un vissuto che si è studiato nella sua appartenenza ad altri e antichi tempi, ad altri e mitologici saperi, il proprio vissuto, rivivificato dalla urgenza di dirsi e di rivelarsi.

L’indagare filologico e archeologico della ricercatrice cede il passo all’avventura spirituale della creatrice; il suono cercato e interrogato degli antichi, consueti, e cari versi si invera e si rinnova nella coscienza di un nutrimento nuovo dell’anima, che si ispira e si arricchisce, impadronendosene, dei sentimenti cantati in un mondo lontano, che si fanno contemporanei alla nostra esistenza e al nostro sentire, e quindi nuova e perenne voce di una nuova coralità e di una nuova mitologia del nostro tempo. L’Invocazione, la Sofferenza, l’Amore, l’Ispirazione, il Canto si fanno Eterni perché rivivono, continuamente riprodotti nell’in-canto del proprio Tempo. E assurgono a icone del sentire di tutti i contemporanei, pur provenendo da voci lontane, piene di mistero, di echi, di assonanze e dissonanze perpetue. Ma queste assonanze e dissonanze non sono altro che la traduzione lirica del dualismo irrisolto che è nell’Uomo, sempre alla ricerca di una rassicurante invocazione alla Madre, che sebbene provenga da una archeologia dei sentimenti, si fa archetipo del nostro essere figli di una civiltà evoluta ma in dissolvimento, che ci lascia scoperti, indifesi e indifendibili dinanzi al mistero, per cui ci consola il grido e il sussulto dell’antico Inno.

Ma la poesia lascia affiorare anche presenze negate, e rivela assenze silenziose, che macerano il sentire profondo della poetessa, portandola ad accostarsi al mistero della vita in atteggiamento di rispettosa e quasi ineffabile attesa, di umile e provocatorio ascolto. In I miei giorni improbabili si avvertono persino echi di Montale: ‹‹ma non raggiunge mai alcun confine/ mentre spoglio gli eventi/ nella ricerca del segnale inatteso…›› (p. 51). Struggenti i versi di Almeno il vento: ‹‹Il tuo doppio astrale dispensa sorrisi/ ma devo pensare la curva delle labbra / nebulata da siderea distanza. Ti scorre Icore nelle vene/ e fiumi di stelle stillano il tuo sorgere…›› (p. 25).

Nel ricordo sfaldato dal tempo prende forma un ‘tu’ cui la poetessa sembra rivolgere un domandare sfinito dal dolore, dal silenzio, dall’attesa di ricongiungersi. È un chiedere aiuto con levità, con stanca ma ostinata dolcezza, mentre più buio è il senso della poesia Rito di congedo: qui la tristezza della morte intesa nell’accezione di strappo, amputazione, è ritratta in tutta la sua natura crudele ed è annunciata fin dai primi versi: ‹‹L’ultima compagine strappata da immobile raffica, gira a vuoto/ nel respiro scucito/ mi stampa in fronte/ il crisma sonnambulo del non essere›› (p. 26).

Ma quella che sembra una poesia nata da una vertigine, da un dolore colmo al punto da trasfigurarsi in tenerezza, è A dirti: ‹‹Ti sporgi nel mio respiro/ e pensi il mio pensiero/ tremi il mio tremore/ sorridi il mio sorriso›› (p. 101). E così il cerchio si chiude, e la poesia compie il percorso a ritroso, e da Inno corale e invocazione ancestrale all’Eterno Femminino si fa desolato e quasi sorda confessione del proprio personale dolore.

 

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