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Giuseppe Rosato, Il mare

Posted on: 20/01/2018

Giuseppe Rosato, IL MARE

Di Felice, Martinsicuro (Te) 2016

 

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Giuseppe Rosato, in tanti anni di operosa attività poetica (sia in lingua che in dialetto), ci ha abituati al suo passo di esperto viandante esistenziale. Sappiamo che quando smette la sua penna satirica, si fa coinvolgere completamente in un’altra dimensione, fatta di profonde risonanze sentimentali e di acute inchieste memoriali. È successo, poi, che dopo la morte della sua amata consorte, Tonia Giansante, anch’ella scrittrice, Rosato abbia come di più sentito il limite del tempo, ma anche l’invito a sconfinare in un altrove che tende inutilmente a voler assumere una sembianza riconoscibile.

Nel libro più recente, Il mare, il grande elemento liquido gioca un ruolo preminente, che permette più compiutamente di tentare un’allegoria superiore dell’esistenza. È un approdo nuovo per l’autore, lui che proviene da un paese interno come Lanciano, avvezzo alle carezze della neve e alle sferze dell’inverno, che gli consente di rappresentare simbolicamente partenze e approdi, viaggi e naufragi, e che è anche, però, capace di configurare l’oscillazione perpetua tra quiete e inquietudine, tra calma e tempesta, tra generosità dell’alta marea e riservatezza della risacca.

Se sull’orizzonte del mare, poi, si insedia l’immagine del tramonto, ecco che la poetica di Rosato, incline alla crepuscolarità e alle infinite sfumature tra luce e buio, ritrova la sua linfa più propria. L’ottica del tramonto sembra quella più adatta a riassumere la finitudine umana, la precarietà puntuale del giorno anche più luminoso, la traiettoria di ogni destino costretto ad ammainare le vele: «Restino / ancora per un poco al vento e al sole /o le dilani subito la pioggia / il loro tempo è giunto, ad altri il mare / volge le sue lusinghe». Il mare diventa, in tal modo, il nuovo parametro di Rosato, che si espone coscientemente con tutto il suo bagaglio di esperienze all’insondabilità di questo viaggio periglioso, come attratto irresistibilmente nel suo mistero. Esso rinvia a dimensioni cosmiche, a un altrove che divora identità, ricordi, sembianze e le mescola nelle sue acque colossali.

È l’accettazione delle potenzialità dell’inchiesta poetica, ma è anche il riconoscimento del limite del sondaggio esistenziale, esposto alle correnti ‘subacquee’ dell’ignoto. Certo è che il simbolo del mare offre uno strumento inusitato di rappresentazione, anche della durata illimitata del tempo di fronte all’istante puntiforme dello scatto fotografico di un’immagine di affetti familiari. Tutto si fa altro tempo e altro spazio, e solo la memoria ritesse distanze alternative al nulla, sbocca a una primavera in cui fiorisce un altro ciclo naturale.

Ma qual è il vero viaggio dell’Ulisse contemporaneo, quello fatto con nave o quello tentato attraverso gli abissi della coscienza? Rosato risponde: «Non sono mai partito per conoscermi / come si dice che si debba fare, / non sono mai partito per conoscere / il mondo e i suoi mondi innumerevoli, troppi per non lasciarne troppi incogniti […] Non so / di me che cosa avrei saputo / quando mi fossi messo in viaggio, / quale felicità sarebbe stata / ad aspettarmi per il tempo estremo». Siamo agli antipodi del turismo consumistico, se l’autore crede a un viaggio tutto interiore, tutto umanistico, che sappia portare alla luce il luogo riservato a una superiore saggezza, venata di un moderato stupore per il dono della vita, per tutto ciò che nei propri limiti la ha arricchito.  

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1 Response to "Giuseppe Rosato, Il mare"

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