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Joseph Tusiani, IN UNA CASA UN’ALTRA CASA TROVO

Posted on: 14/04/2018

Joseph Tusiani

IN UNA CASA UN’ALTRA CASA TROVO

Bompiani, Milano 2016

 

 

 

 

di Francesco Giuliani

Dal 1988 al 1992 Joseph Tusiani ha dato alle stampe, per i tipi di Schena di Fasano, una trilogia narrativa autobiografica. I tre volumi, intitolati rispettivamente La parola difficile, La parola nuova e La parola antica, formavano un corpus di circa mille pagine, offrendo un’imponente e significativa testimonianza degli effetti prodotti sul protagonista e sui suoi familiari da un evento dirompente e insieme persino banale, almeno in certi periodi e in certe aree geografiche, quale l’emigrazione. Sono dei libri che ancor oggi si leggono con interesse, ma che, nello stesso tempo, presentano dei vistosi difetti, rappresentati soprattutto dall’eccesso di notizie e di informazioni, che portava Tusiani ad affiancare dati rilevanti a pagine di interesse esclusivamente familiare o locale, che talvolta davano persino l’impressione di immodestia e di gratuita ostentazione. Tra tante parole, insomma, si perdeva il senso dell’operazione, il motivo per il quale un compito e raffinato intellettuale come Joseph Tusiani aveva scelto di rivolgersi al lettore.

Ora, a distanza di anni, questo difetto d’origine è stato eliminato nel migliore dei modi, grazie alla pubblicazione del volume In una casa un’altra casa trovo, sottotitolato Autobiografia di un poeta di due terre, edito dalla Bompiani di Milano nella collana dei “Grandi tascabili”, a cura di Raffaele Cera e Cosma Siani. Il testo, di 446 pagine, è il risultato di un’attenta e paziente opera di revisione e riscrittura, per la quale Tusiani, classe 1924, dunque decisamente in là con gli anni, ma ancora lucidissimo e molto attivo, ha chiamato a collaborare quello che è oggi ritenuto il maggiore studioso della sua opera, ossia Cosma Siani.

Siani, linguista e docente universitario, è nato anche lui a San Marco in Lamis, dunque ha potuto offrire il suo contributo alla realizzazione di un testo che lo ha impegnato intellettualmente e affettivamente, come si legge nella Postfazione, a sua firma. In queste pagine finali è condensato il senso di un magistero culturale che copre tutto l’arco del secondo dopoguerra, fino a oggi, lasciandoci con una morale alquanto amara, con il senso di una smitizzazione del sogno americano, di una riduzione a più modeste proporzioni di quest’avventura esistenziale. Di qui il passo finale, affidato direttamente alle parole di Tusiani: «l’America non era affatto la terra delle mie delicate e anacronistiche trepidazioni ma il paese dell’avventura appassionata e violenta che solo ai suoi concittadini violenti e appassionati offriva un’amplitudine di sogno detta futuro». Lette più volte, queste parole rivelano tutto il loro fondo amaro e si collegano direttamente alla breve introduzione, A mo’ di prologo, che porta la data del marzo 2016, in cui lo scrittore ripensa a quelle affermazioni passate, affidate alla carta dal 1988 al 1992, constatando il senso della labilità, riscontrando la verità del celebre panta rei di Eraclito («Oggi non sono la persona che ero ieri. Cambiamo costantemente e cambia, in noi e con noi, anche la familiare memoria della parola»).

L’uomo muta, dunque, ma resta viva in lui la speranza di comunicare con il prossimo, di lasciare una ricca eredità di affetti e di valori, nel nome della cultura, e in questo senso l’opera di revisione dell’autobiografia trova delle validissime motivazioni, che vengono ben colte da chi si confronta con questo libro, il quale parte pur sempre, e non poteva essere diversamente, dall’evento centrale nell’esistenza di Giuseppe Tusiani da San Marco in Lamis, ossia l’incontro con il padre emigrato negli Stati Uniti sei mesi prima che lui nascesse, e da allora mai più tornato sul Gargano. Giuseppe è cresciuto con la madre, ha lottato con la povertà, ha stretto i denti e si è brillantemente laureato in Lettere a Napoli, discutendo una tesi su Wordsworth, ma ora lo attende una prova ancora più grande, rappresentata dall’incontro con l’uomo che deve chiamare padre e dall’impatto con la realtà americana, così particolare, ricca di possibilità ma nello stesso tempo spietata.

L’autobiografia diventa così un ricordo di vita e un campione sociologico, mostrando le conseguenze del passaggio dall’altra parte dell’oceano in una famiglia che si ritrova, ma non può cancellare il passato. La madre non si integrerà mai nel mondo anglosassone, restando fedele alle sue origini garganiche, e Giuseppe, diventato Joseph, dovrà riconoscere la differenza esistente tra lui e il fratello, Michael Dante, nato nel 1948 e ormai americano a tutti gli effetti, pronto a cavalcare il sogno americano. L’esperienza dell’emigrazione, insomma, viene vissuta in modo diverso dai protagonisti, insieme persone vive e simboli di un’integrazione difficile in un mondo pieno di pregiudizi e barriere, malgrado certe apparenze, in cui comunque Tusiani riesce a farsi strada con le sue gambe. Egli diventa, così, docente universitario senza far parte di baronati e consorterie, pubblica tantissimi lavori di traduzione che nel tempo renderanno la letteratura italiana più vicina a quella americana, ottiene premi e soddisfazioni,

Dal viaggio del 1947 agli anni Ottanta l’autore resta fedele al suo modo di raccontare, mai troppo risentito, sempre portato a rimanere nell’ambito di una misura in fondo di ascendenza classica. Tusiani non censura certe pagine negative, certe vicende storiche come quelle legate al maccartismo, ad esempio, ma tende a ridurre tutto a più debite proporzioni. Restano, in ogni caso, i fatti, la morale e il senso di una vita, che da oggi giungono al lettore nel migliore dei modi, grazie a questa autobiografia.

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