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Mariella Sciancalepore, TERGIVERSO. PAROLE NEI CORRIDOI

Posted on: 01/09/2018

Mariella Sciancalepore, TERGIVERSO. PAROLE NEI CORRIDOI

Grecale Edizioni, Bari 2018

 

 

 

 

di Giovanni Laera

L’ultima raccolta poetica di Mariella Sciancalepore, insegnante e cercatrice di poesia, si addentra nei corridoi della malattia, esplorando con sincerità ogni meandro, ogni singolo cantuccio di dolore. In questa audace operazione gli occhi della poetessa restano aperti, la lingua non teme l’espressione franca, i piedi – benché esitanti – non cessano di andare.

   L’autrice è anche insegnante certificata del Metodo Caviardage, che consente di ricavare una poesia da una pagina di testo annerendo le parole che non vengono usate nella composizione poetica. Tale metodo, che pure in Tergiverso cede il passo alla poesia tradizionale, torna utile in chiave critica per analizzare i versi e il linguaggio dell’intera raccolta. È come se la poetessa, partendo dalle pagine della propria vita, avesse annerito la moltitudine di parole che vorticano nei pensieri angosciosi del malato, riducendo la lingua alla scarna essenzialità del dettato poetico.

   Il titolo Tergiverso, a tal proposito, è esemplificativo. Esso ha origine nello sguardo privo di infingimenti di chi scrive, che si fissa sul «mondo che corre» perennemente incalzato da un tempo ridotto a un «oggi infinito». Ci si trova così davanti al «frangiflutti del destino / che non prendiamo in mano mai», di cui ci sfugge il senso. Ma ‘tergiverso’ può essere letto anche come una forma verbum + nomen, in cui il verbo ‘tergere’ indica l’atto di asciugare e contestualmente pulire il verso, riducendolo a poche, misurate sillabe, tutte pregne di significato. Ciò che Mariella Sciancalepore non fa mai è, invece, tergiversare dal punto di vista etimologico del termine, ossia ‘voltare le spalle al nemico’. Di contro, la scrittura assolve al compito di guardarlo in faccia, quel nemico, senza abbassare mai lo sguardo, resistendo pervicacemente a tutte le avversità del fato.

   Le liriche della raccolta, brevi e monostrofiche, sono spesso caratterizzate dal ricorso all’iterazione di interi versi. Tale procedimento anaforico, così frequente in particolare nelle prime due sezioni (Distrazioni e Dittonghi), oltre a insistere sulle note del pathos, serve anche a configurare il verso ripetuto come corridoio centrale della composizione, da cui si diramano gli altri versi a disegnare la pianta esatta del dolore. La possibilità di perdersi in questo labirinto è sempre in agguato: non a caso la terza sezione è intitolata Derive. In essa l’autrice, oltre a delineare uno scenario spoglio, fondato sulla sottrazione («Nessun impedimento / a vivere / senza santi e navigatori»; «vivere senza sconti / e senza formule magiche / è la nostra sorte»), rimodula la sua voce: così l’ironia si fa aspra e pungente; la comunicazione superficiale dei social network, lungi dal raggiungere l’autenticità della sticomitia classica, è parodiata nel monologo («Sei sempre nei miei pensieri. / Su feisbuk? / Ti mando un bacio. / Anch’io ti mando»); l’anglicismo è venato di sarcasmo; la malattia impone il suo j’accuse («Io accuso. / Io non scuso»).

   I risultati migliori di questo volume si registrano quando alla durezza dell’asettico ambiente ospedaliero Mariella Sciancalepore contrappone il calore degli affetti e della vita quotidiana, alla forza della «mareggiata» il «bisogno / di non essere isola». I corridoi di questo labirinto di Cnosso che è la malattia vengono sostituiti da un’idea di casa da costruire con la persona amata, partendo dai simboli di una terra rappresentata per sineddoche («Stanotte raccoglierò calcinacci / e tu costruirai un muretto a secco»), con accenni di tenerezza quasi lamarquiana: «Faccio casa / dove tu sei / e se non ci sei / faccio casa / di cartone / sotto un ponte / e ti aspetto». Ancora, alla diagnosi fredda dei dottori la poetessa risponde con il proprio vissuto («sono questi i dettagli / per cui vivo»), alla nudità richiesta al paziente fa da contraltare l’umanità del pudore che «resta gentile e indomito / come un camice verde sottile che non ripara / come un plaid ristretto dai lavaggi / estrema difesa di femmina».

   Nelle ultime poesie l’unica risposta possibile alla geometrica regolarità dei «corridoi del dolore» è affidata alle parole, cui la poetessa si consegna interamente senza alcun fine consolatorio: «Salviamo le parole / anche quelle che feriscono / che non perdonano / e le parole ci salveranno». L’autrice ritrova «in mezzo al fango» il potere salvifico del logos e, con esso, una fede incrollabile nella poesia, non importa se letta, scritta o cercata «sul dorso dei libri impilati».

   Solo la poesia – sembra suggerirci Mariella Sciancalepore – sa farsi medium di verità e bellezza, pausa dalle tragedie senza catarsi della vita, progetto fondato sulle crepe dell’esistenza: «La vita è nelle pause / nelle pagine sgualcite dall’uso / negli orli ricuciti / nelle tazze sbeccate, / è nella cura che ripaga / è in questa ferita / che si rimargina piano /e non ripara».

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