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Antonio Lillo, LA NOSTRA VOCE NON SI SPEZZA

Posted on: 22/09/2018

Antonio Lillo

LA NOSTRA VOCE NON SI SPEZZA

Stilo Editrice, Bari 2018.

 

 

 

 

di Giovanni Laera

Alcuni lettori accoglieranno con stupore la notizia che il nuovo libro di Antonio Lillo non è una raccolta di poesie. Lillo ha saputo costruirsi negli anni una meritata fama di poeta, cui va aggiunto il lavoro da direttore editoriale di Pietre Vive, giovane e preziosa realtà dell’editoria pugliese. La nostra voce non si spezza segna un nuovo corso nella carriera letteraria di questo scrittore. La poesia viene infatti momentaneamente messa da parte per la prosa di nove brevi – talora brevissimi – racconti da leggere tutti d’un fiato e poi rileggere con attenzione, per comprendere appieno quelle voci che chiedono asilo ai nostri sogni di lettori.

   Eppure, lo stupore di chi conosce a fondo la poesia di Antonio Lillo sarà senz’altro contenuto. Il talento narrativo di questo autore era già evidente nella scrittura in versi, entro un’idea di poesia che – come Lillo stesso afferma in Bestiario fiorito (Pietre Vive 2016) – resiste «avvinghiata / ferocemente al quotidiano». La resistenza e l’attaccamento feroce alla quotidianità sono tra i caratteri essenziali anche di questi racconti, che sembrano riprendere abilmente in prosa un discorso interrotto in versi. Lillo indossa ancora una volta le vesti di «contastorie» e lo fa senza dimenticare gli insegnamenti della poesia, in primis l’attenzione al linguaggio, l’economia della sintassi, la scelta esatta della parola – esatta perché è questo che fa la poesia: esige.

    Tutti i nove racconti de La nostra voce non si spezza sono scritti in prima persona. D’altronde, il lavoro che è all’origine di questo libro è memoriale e insieme dialogico (pensiamo al valido lavoro di editing di Giovanni Turi), personale e collettivo allo stesso tempo. Non a caso l’aggettivo possessivo del titolo è plurale: l’io dopo un faticoso lavoro di scavo ha la forza di farsi noi, testimonianza sincera di una generazione lacerata «tra sogno e necessità». Lillo riesce nel miracolo di raccontare il piccolo mondo di una provincia del Mezzogiorno senza rimestare nel tino della retorica e di certo vittimismo strapaesano. Solo così, solo attraverso un’operazione onesta e coraggiosa l’autobiografia arriva a raccontare i lettori. La voce di Lillo diventa allora la nostra voce, il paese che racconta è quello in cui viviamo: la villa, la piazza, le strade, il Tabacchi che incontriamo nei racconti interrogano costantemente la nostra memoria, impongono di trovare un senso al nostro esserci.

   Il sogno e la necessità, dicevamo, e tra queste due condizioni, una lacerazione. Tra le pieghe della ferita spuntano due occhi che osservano il mondo. Uno sguardo, quello dell’io narrante, immerso nella realtà del paese (la necessità) eppure leggermente estraneo, altro per sensibilità e vocazione (il sogno). È questo sguardo, trasognato e nel contempo acuto, a conferire malinconia ai personaggi che popolano queste pagine. Il protagonista di Labbra come petali di rosa, ad esempio, cerca di ripercorrere a ritroso le orme della propria inquietudine esistenziale. Facendosi guidare dai sogni, arriverà a scandagliare il fondale delle dinamiche familiari e sociali in rapporto alla figura dell’omosessuale Franco. Ancora, in Una storia di cani la vicenda è filtrata dallo sguardo eccentrico di un bambino che solo attraverso l’iterazione del trauma della perdita riuscirà a prendere consapevolezza della condizione precaria dell’esistenza.

   La necessità fa sì che il sogno si converta in parodia: la guerra civile evocata in un racconto assume le sembianze di uno strampalato atto teppistico; la grande rapina ai Tabacchi si risolve in una comica, pietosa scena di provincia. La linea di demarcazione tra sogno e incubo, inoltre, non è mai così netta. C’è sempre un filo sottile, un crinale che sembra presagire la caduta: la felicità del rondone che riprende a volare evoca la tentazione del passo estremo; l’esistenza stessa del personaggio rischia di scomparire, obbedendo al richiamo delle maree della società liquida.

   L’omogeneità dei racconti e la coerenza stilistica e linguistica con cui sono confezionati non devono far pensare a una monotonia di fondo dell’opera. Tutt’altro, l’adozione di un registro linguistico modulato sul sermo cotidianus e il minimalismo quasi carveriano della scrittura si intrecciano a una pluralità di influenze letterarie che pure non si attivano mai in una dinamica intertestuale manifesta. E così la ricostruzione dell’infanzia attraverso i sogni del primo racconto sembra quasi imprimere alla materia narrata una lievitazione cortazariana, in cui il protagonista è contestualmente sé stesso e un estraneo, scrittore e insieme lettore scosso del suo itinerarium mentis. Ancora, in uno dei migliori racconti del libro, L’uomo ombra, le ossessioni e il modo di vivere del personaggio scomparso («detective selvaggio» per sua stessa ammissione) sembrano affini a quelli dei poeti lumpen di Roberto Bolaño. Nondimeno, l’evanescenza di questo detective e delle tracce che lascia in chi resta sembra conferire alla storia un’inquietante atmosfera austeriana. Il detective diventa il ricercato, ma la sua vera identità rimane un mistero impenetrabile.

    Proprio la questione identitaria (e, sullo sfondo, sociale) affrontata dai personaggi sembra permeare tutto il volume, mettendone in moto la macchina narrativa. Il soggetto si rivela tale nei due significati del termine, è ‘colui che compie l’azione’ ma anche il subiectus ‘assoggettato’, sottomesso nella filiera ubiqua del potere. Per giunta, nel contesto familiare i protagonisti sono sempre i figli, le cui azioni sono influenzate o addirittura dettate da padri ingombranti e brontoloni, vittime anch’essi dell’iniquità e della spietatezza delle dinamiche socio-economiche cui sono sottoposti.

   Anche per questo ci sentiamo di consigliare vivamente la lettura del libro: perché in esso Lillo ha saputo restituire una voce netta e riconoscibile a quella che l’autore stesso aveva felicemente definito in poesia «prole testarda / scontrosa e gracile al peso / ma tenacemente attaccata alla vita».

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