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Francesca Della Toffola, Accerchiati incanti

Posted on: 30/09/2018

Francesca Della Toffola, Accerchiati incanti

Edizioni Punto Marte, Borgo San Vittore gennaio 2018.

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura; la natura è grande, la ragione è piccola», afferma Leopardi nello Zibaldone (p.93). E dopo parecchie altre pagine: «L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura» (p.189-190). I tre elementi (ragione, natura, arte) messi a confronto in questi “pensieri” tornano ancora una volta a sfidarsi in un rapporto dialettico, e con un esito artistico che il poeta recanatese non poteva certo immaginare, in questo libro fotografico. Ammesso sia vero che l’arte non può superare la natura, è altrettanto vero che non smette mai di provarci, di competere con essa. Anche se spesso esagera e prevarica, scartando l’arte e affidandosi unicamente alla tecnica, l’essere razionale che è l’uomo ha assolutamente bisogno di questo sforzo.

L’ennesima prova ne è, dicevamo, questo libro fotografico firmato da Della Toffola. La vivida sorpresa spiazzante che ti prende mentre lo sfogli ti fa trascurare la chiave di lettura celata nel titolo. È solo dopo aver fruito del piacere puramente visivo offerto dalla composizione fotopittorica delle immagini e dalla loro resa cromatica, è solo dopo che scopri nella loro successione il filo del discorso. Il quale comincia dal titolo, appunto, che appare subito un ossimoro, giacché il cerchio descrive un’area definita, rimanda alla circolarità, alla ciclicità, alla perfezione, alla razionalità; laddove l’incanto è sogno, evasione, fascinosa visione ineffabile e inafferrabile. Corre subito alla mente l’«incantamento» evocato da Dante (Guido, i’vorrei che tu e Lapo ed io…).

Dunque abbiamo qui, nelle immagini circoscritte ma anche evidenziate dal cerchio, lo sforzo artistico di mettere a fuoco la sequenza d’un sogno evocato dalla ricostruzione razionale della memoria; prima e dopo, sotto e sopra la quale il sogno continua, non ha inizio né fine. Ma non lo si vede, letteralmente non lo si può ‘comprendere’ (dal latino cum-prehendo, afferro l’insieme). Chi guarda può solo immaginarlo tutto intero. Come guardare al vetrino ingrandito centinaia di volte uno dei tanti segreti della materia invisibili ad occhio nudo. Entro quel disco perfetto è racchiuso quindi un mondo, la cui parte visibile esprime speranzosa ricerca dell’io in un ritrovamento raggiunto e suggerisce una pace ritrovata. La materia iconica ricorrente è, infatti, costituita dal corpo femminile (si intuisce che si tratta dell’autrice stessa dal risalto cromatico della sua chioma ramata) che va incontro e si concede alla natura lussureggiante da cui viene abbracciato, assimilato, pacificato. In alcune immagini il corpo appare intero nell’atto di affondare e sciogliersi negli elementi vegetali; in altre appaiono solo delle parti (mani, piedi, spalle, bacino), mentre le altre si intuiscono già dissolte e fuse nella natura circostante, presentandone stesse forme e stessi colori.

Da questo dissolvimento della carne in vita vegetale viene esclusa ogni pagana sensualità, così come ogni inquietudine o dramma. Attraverso la figura umana rivolta alla terra o al mare e non a chi guarda, ma soprattutto attraverso il caldo cromatismo che ricorda Renoir, le immagini riescono rasserenanti, segnano un percorso praticabile per tornare alla Grande Madre, mostrano il desiderio di annullamento in essa, di riscoperta armonia. L’incanto del titolo acquista perciò profondità e vigore semantico da questa compenetrazione di natura umana e vegetale; l’identità uomo-natura torna ad essere ciò che in fondo dev’essere: un’integrazione ordinaria, normale, che ci riguarda tutti dall’inizio alla fine dei nostri giorni, sebbene sia resa visibile e possibile solo in virtù dell’arte, dato che ne abbiamo rimosso e smarrito la coscienza.

Convergono in questa poetica complessa più qualità: una immaginazione svincolata da stereotipi, una consumata perizia nella tecnica fotografica e compositiva; una riflessione filosofica sul rapporto uomo-natura, una non comune sensibilità pittorica e infine buone letture di poesia (come dimostrano il titolo e l’esergo). In altri termini: ragione, natura e arte.

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