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Francesco Granatiero, VARDE. POESIE IN DIALETTO GARGANICO DI MATTINATA

Posted on: 29/10/2018

Francesco Granatiero, VARDE.

POESIE IN DIALETTO GARGANICO DI MATTINATA

Aguaplano, Passignano sul Trasimeno 2016

 

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Un caso davvero singolare di ricerca in quella lingua etnico-mitica che è il dialetto la offre ormai da molti anni Francesco Granatiero, originario del paese garganico di Mattinata. Succede poi, però, che tale ricerca è resa drammatica dalla dislocazione geografica dell’autore, trasferitosi fin dalla giovane età nell’universo urbano e industriale di Torino, cioè in una realtà quanto più lontana, per natura e cultura, dalla sua provenienza meridionale e contadina. Non si spiegherebbe altrimenti quel suo lessico che sembra inghiottire nei suoi suoni arcaici e misteriosi l’eco di un passato ancestrale, rivelando di quanto sforzo, di quanto sismico scuotimento psicologico deve essere capace l’immaginazione del singolo per resuscitare i fantasmi di un altrove che la coscienza è costretta a nascondere.

La ricerca di Granatiero, che è meglio chiamare ‘passione’ in tutte le sue sfumature semantiche, è la ricerca del senso stesso della vita, anzi del suo dna più inconfutabile fissato per sempre nell’infanzia. È una passione lunga ormai quanto la sua esperienza letteraria, testimoniata da quarant’anni di libri, di grammatiche, di dizionari, di manuali ortografici del dialetto (da segnalare qui soprattutto l’imponente e imprescindibile Vocabolario dei dialetti garganici, Grenzi, Foggia 2012, oggi disponibile anche in versione eBook). Allora, sarà bene attenersi a questa capillare, filologica attenzione verso il dialetto per capirne le ragioni fondamentali, che stanno probabilmente nella vicenda del suo sradicamento dal Gargano e in una riappropriazione pertinace quanto artisticamente vittoriosa della linfa primordiale di una terra insostituibile per la sua consistenza esistenziale.

È, insomma, una faccenda di compenetrazione organica, di benessere ottenuto nell’equilibrio tra pensiero e realtà, tra immaginazione e materia. Granatiero non sa stare senza le sue parole antichissime, e che suonano però come parole inventate all’istante, verso per verso, lungo i versanti scoscesi della sua poesia viscerale e tellurica. In altra sede chi scrive ha inserito l’espressione poetica di questo autore nel gruppo non molto esteso dei visionari, sulla lunghezza d’onda di un Bodini o di un Pierro, proprio a significare la sua facoltà di trascendere senz’altro il dato oggettivo in un vortice di sensazioni e di simboli che riportano direttamente a una matrice junghiana più che freudiana.

Sicché Granatiero oggi appare come un maturo esponente di quella che è stata chiamata da critici autorevoli come poesia neodialettale, poesia di chi usa il dialetto per una funzione tutta solipsistica e con esiti anche apertamente surreali, in piena sintonia con gli autori che operano da Nord a Sud sulle tastiere più innovative e più dialetticamente capaci di interagire con una realtà profondamente cambiata. Il volumetto che ora il poeta pubblica, Varde, intende essere una snella antologia di suoi passati libri con l’aggiunta di una sezione, “Aulive”, già pubblicata su due diverse riviste. Anche i disegni dell’autore che accompagnano il libro sottolineano la rappresentazione dell’ulivo, a farne senza dubbio il simbolo su cui incardinare questa nuova stagione creativa. Non ci si allontana molto dalla verità a vedere nella pianta mediterranea per antonomasia la declinazione della condizione umana, sulle cui caratteristiche (contorsioni, avvolgimenti, vuoti, ruvidità, nodosità) insiste il verso battente di Granatiero, che ancora una volta ritorna sul tragico interrogativo pascaliano dell’uomo sospeso tra i suoi limiti fisici e l’aspirazione all’illimitatezza, vedendo tutto questo fissato nelle forme della sua terra natale. Il basto del titolo (varde) potrà significare allora il peso di un cimento o lo strumento per un nuovo itinerario, ugualmente indicando il compito che spetta a chi prende la responsabilità di proseguire la sfida del futuro e il proprio arricchimento morale. Un basto che Granatiero ha metaforicamente usato anche in veste di vecchio migrante da Sud a Nord, quando abbracciò la sua professione di medico analista, alternandola agli alambicchi della lingua.

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