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QUASIMODO GIORNALISTA: UN’OCCASIONE DI RILETTURA NEL CINQUANTENARIO DELLA MORTE

Posted on: 15/12/2018

QUASIMODO GIORNALISTA: UN’OCCASIONE DI RILETTURA NEL CINQUANTENARIO DELLA MORTE

 

di FRANCO  TRIFUOGGI

L’inevitabile concentrazione dell’attenzione generale sul cinquantesimo anniversario dei movimenti del 1968, ha fatto dimenticare, purtroppo, che quello è stato anche l’anno della morte di Salvatore Quasimodo. Prima che si chiuda il 2018 «incroci» vuole ricordare il grandissimo poeta siciliano con la presentazione di un libro di Carlangelo Mauro che del Premio Nobel 1959 è attualmente uno dei massimi studiosi italiani.

L’attività giornalistica di Salvatore Quasimodo presso il settimanale «Tempo», nella rubrica “Colloqui” dal 1964 al 1968, ha trovato in Carlangelo Mauro con il volume Rifare un mondo. Sui “Colloqui” di Quasimodo (Sinestesie, Avellino 2013) un interprete attento, puntuale ed incisivo. L’autore ha curato anche le edizioni integrali dei Colloqui (L’Arca e l’Arco, Nola 2012) e de Il falso e il vero verde (Sinestesie, Avellino 2015), gli scritti giornalistici di Quasimodo apparsi sul settimanale «Le Ore» dal 1960 al 1964. Mauro, autore di apprezzati studi sulla poesia petrarchista del Cinquecento e di lucidi saggi su poeti contemporanei come Fontanella, Volponi, Piersanti, Neri, Cucchi, De Angelis, ha colmato, così, una lacuna (scarsa, infatti, l’attenzione della critica sul Quasimodo giornalista e prosatore, tranne che sui Discorsi sulla poesia), mediante un regesto limpido ed esauriente degli interventi del poeta, sollecitato dai lettori, «su un’ampia gamma di argomenti culturali, sociali, letterari e artistici» caratterizzanti un periodo di «mutamenti epocali nel costume, nella cultura, nelle ideologie, nella politica». Se la parte più cospicua degli interventi riguarda i problemi dei giovani, la contestazione studentesca, il movimento beat, ampio spazio è tuttavia riservato alla questione dell’emigrazione dal Sud al Nord della Penisola, alle evoluzioni del costume nel settore della moda, della società, della condizione della donna, ai problemi posti dall’automazione e dalla cibernetica, e ad altri temi di attualità.

L’analisi di Mauro procede attraverso un discorso organico, distribuito, con equilibrio e acribia, in cinque capitoli, il primo dei quali offre un utile e sapiente inquadramento storico, il secondo la tematica «fondamentale» della rubrica (i giovani), il terzo muove dalla «non protesta» dei giovani alla contestazione studentesca, il quarto investe «la famiglia, la donna, padri e figli», e il quinto l’arte e la letteratura, non senza riferimenti alla traduzione, in particolare dai classici. Il breve ambito di un articolo non può accogliere l’esegesi della miriade di interventi quasimodiani, i cui testi sono spesso riportati, anche se parzialmente, e costituiscono, quindi, un ricca antologia esemplificativa offerta al lettore senza mediazioni di sorta. Giova, comunque, accennare almeno ad alcuni di essi come alle notazioni dell’autore del saggio. Questi rileva opportunamente in Quasimodo la vicinanza tra i due stili e registri linguistici (prosastico e poetico): la poesia nasce spesso da precedenti stesure in prosa.

E precisa che da quegli articoli, «ad apertura di pagina, emergono rapporti tra scrittura giornalistica e poesia, se non una contaminazione tra l’una e l’altra». Nota acutamente che il poeta Quasimodo è sempre dietro il giornalista, quel poeta pieno «di pudore e di rispetto umano», che sa «quale insegnamento si può trarre per lui dalla storia dell’‘uomo’, dalla storia della sua Sicilia costruita dagli apporti di tante razze». E osserva altresì che, con la svolta della sua poetica dal monologo al dialogo, «la ricerca di una nuova dimensione dialogica […] è anche la premessa essenziale dell’atteggiamento del giornalista degli anni ’60».

A proposito della questione dei giovani, con i quali si propone di sviluppare un dialogo aperto e sincero, Quasimodo deplora che essi «sono condizionati da una retorica ormai smessa, o dai miti della brutalità, esaltati dai film e dalla televisione»: egli, che in Uomo del mio tempo ha rivolto loro un appello perché recidano l’insegnamento fallace dei padri sì che si possa «rifare l’uomo» (sintagma che Quasimodo riprende da De Sanctis, come sottolinea Mauro) opponendosi alla violenza, ora ripropone l’appello nella forma «rifare un mondo», più adatto alle nuove generazioni, in forma più complessa e sfumata, «meno radicale», tendendo a comunicare, con l’analiticità della prosa, al lettore giovane «la verità dell’intellettuale umanista contro le “nuvole di sangue” dei Padri della lirica Uomo del mio tempo», e muovendosi più sul piano della morale che su quello della politica. L’autore rileva opportunamente che per Quasimodo «la violenza dei giovani registrata dalla cronaca ha radici, oltre che nel seme di Caino, in una alienazione indotta dall’industria culturale, che impone ad essi una cultura di livello basso», criticata dal poeta anche con le armi dell’ironia, e a proposito della quale vede realizzato il processo, già predetto da Adorno e Horkheimer, «della ripetizione, della serialità insignificante, diktat cui il consumatore non può sottrarsi». L’ironia e il sarcasmo del Quasimodo ludens contro i capelloni nascondono – rileva acutamente Mauro – «il semplice paradigma di chi vorrebbe una elevazione intellettuale, spirituale, morale e conoscitiva dei giovani nella società di massa».

La dicotomia di giudizio – avverte Mauro – registra «una separazione tra ciò che precede – il movimento beat, gli hippies, spesso associati negativamente, la musica pop e rock – e l’evento decisivo della rivoluzione mondiale, nobilitato dall’impegno politico e culturale». Il poeta giunge fino alla «presunta demistificazione di radici borghesi e capitaliste proprio in quella che è considerata l’avanguardia della contestazione americana»; però nei casi in cui il movimento beat «si pone come controcultura e protesta intelligente» lo giudica positivamente: fondamentale è appunto «la discriminante dell’‘impegno’». Egli riconosce, del pari, l’inadeguatezza dell’insegnamento universitario e deplora, nella scuola secondaria, la mancanza di unitarietà nell’insegnamento e di un’educazione integrale. Considera, altresì, la crisi della famiglia e dei rapporti genitori-figli, sulla necessità del dialogo tra i quali, fondamentale per l’evoluzione della società, insisterà  fino al suo Ultimo colloquio spedito da Amalfi poco prima di morire.

Non manca di evidenziare «gli effetti dell’omologazione sul ruolo o, per meglio dire, sulla ‘pelle’ della donna», ritenuta causa non secondaria della disgregazione della famiglia contemporanea. Anche in questo campo, tuttavia – nota  Mauro –, Quasimodo «mantiene una sua duplicità di visione», non del tutto conservatrice; ritiene, infatti, necessaria una ripartizione dell’autorità tra i componenti della famiglia, che secondo lui va anch’essa riformata, ma continuando ad esercitare nella società la sua funzione essenziale, educatrice e formativa. La donna –  osserva Quasimodo – nella sua legittima ansia di emancipazione non si avvede di divenire anello di un apparato produttivo che strumentalizza commercialmente le sue aspirazioni progressiste.

Il giudizio peggiore, però – nota l’autore –, investe l’ipocrisia degli ‘educatori’, il sistema dell’industria culturale, in particolare la televisione e il cinema, «gli antimodelli ‘pedagogici’ forniti ai giovani per il mantenimento dello status quo» (donde essi reagiscono contestando i padri e la società), che «passa attraverso il processo di americanizzazione» ormai consolidato. Per quanto riguarda la settima arte, il cinema d’autore (vedi Fellini, Buñuel, Bergman) viene contrapposto ai film «di serie» o alla «cattiva imitazione dei maestri»; viene deplorato l’uso, in esso, della bellezza femminile, «del sesso come degradazione della donna resa oggetto di piacere», secondo le categorie interpretative proprie della metodologia marxiana. Nella demistificazione della mitizzazione – promossa dall’industria culturale – della donna e della bellezza Mauro rinviene «concetti usuali», come quello per cui il «il mito delle dive serve a compensare frustrazioni» esasperate dal «dominio della macchina».

Nel campo dello sport, invece, Quasimodo contrappone ai miti del divismo il caso del pugile Nino Benvenuti, che, consapevole di essere strumentalizzato dalla pubblicità, e divenire strumento delle rivendicazioni dei bianchi contro i neri, «non rinuncia al proprio valore umano», non pone a repentaglio la propria libertà, «e in questo senso egli è veramente il campione».

Nel settore della poesia, poi, riconosce «un valore più autentico e duraturo» ad opere sperimentali come La tartaruga di Jastov di Giorgio Cesarano, documento di uno sperimentalismo non conformistico, nell’ambito di un discorso di fondo incentrato sul richiamo alle tradizioni ‘popolari’ delle varie nazioni, che «il fenomeno dell’omologazione tende a cancellare». Frequente appare, quindi, la sua polemica con l’avanguardia, nazionale ed internazionale: la poesia – egli ribadisce – «è legata ai motivi tradizionali di una nazione (ma non come epica dialettale e folcloristica), e solo così raggiunge l’assoluto e l’universale – non l’internazionale inteso come equivalenza di voci e monotonia». In questa difesa della sua concezione della poesia – secondo Mauro –, Quasimodo «non riesce a cogliere, anche per limiti temporali oggettivi, l’importante opera di modernizzazione culturale della neoavanguardia italiana, che instaurò un fitto dialogo con le scienze umane e le nuove teorie della letteratura in un orizzonte internazionale, influenzò molti poeti e narratori italiani in una costellazione definibile come «sperimentalismo della neoavanguardia». D’altronde – precisa l’autore – «c’è spesso un’ambivalenza» nei suoi ragionamenti; parimenti anche il suo atteggiamento verso la società dei consumi è da un lato “la protesta attardata del ‘chierico’, dall’altro un residuo di resistenza all’‘integrazione’ che anticipa Pasolini». La morte del poeta tradizionale decretata dalle avanguardie, intese ad occultare la tradizione dentro il linguaggio «della scienza e della meccanica» – osserva Quasimodo riferendosi in particolare al Gruppo 63 – muove in una «direzione di sudditanza alla civiltà neocapitalistica»: una critica che a distanza di quaranta anni lo stesso Sanguineti riconoscerà non priva di fondamento.

In ordine, poi, all’indicazione di Maria Corti circa la necessità di «evidenziare gli stretti rapporti , gli ‘scambi’ tra tradizioni e testi creativi», l’autore precisa che «gli autori tradotti hanno esercitato un’influenza decisiva sul traduttore»: questi è autore, con la traduzione dei lirici greci, di un’opera considerata spesso dalla critica (soprattutto da Anceschi) come ‘autonoma’, «ascrivibile cioè allo stesso Quasimodo».

La riuscita di queste traduzioni, per  Anceschi,  «sta appunto, nel fatto che, pur in una poetica e libera fedeltà al testo, esse sono ormai nel dominio – ma quanto più aperto e disteso – del poeta: sono poesie di Quasimodo». Il rapporto con il modello – ribadisce Mauro – «è un rapporto viscerale, creativo, di imitazione feconda, di nuova creazione, sorta di tradimento e fedeltà, nello stesso tempo, dell’originale, sempre lontano e irraggiungibile, ma al tempo stesso contemporaneo, se permette di ritrovare la propria voce». Con la fede, poi, nella tradizione umanistica a cui si richiama, il siculo greco «rinnova la propria ‘memoria della poesia’, che non muore se è alimentata da nuove capacità di ‘lettura’, di resa dei classici in un linguaggio moderno equivalente»; egli insiste, pertanto, sull’esigenza di adottare, anche nella scuola, traduzioni che non siano più quelle di Monti o di Annibal Caro, ove il volto degli antichi gli appare coperto con una maschera barocca o neoclassica. Interessante, in tale ambito, la polemica – che chiude il saggio – del poeta con la professoressa dell’Università “Federico II” di Napoli Lidia Massa Positano, famosa esegeta di Saffo, su un luogo dell’ode II della poetessa di Lesbo a proposito di una questione di metrica.   

Un saggio, dunque, questo di Carlangelo Mauro, condotto con serietà metodologica, rigore argomentativo ed equilibrio esegetico, avvalorato da ampiezza di documentazione e ricchezza di notazioni critiche come di riferimenti bibliografici, che può ben definirsi non solo utile, ma indispensabile a quanti vogliano vedere esplicitate e discusse, per approfondirle e ripensarle criticamente, le opinioni, le riflessioni, le reazioni del poeta giornalista nei riguardi degli eventi e dei problemi del suo tempo.

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