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Onofrio Pagone, IO NON HO SBAGLIATO

Posted on: 21/12/2018

Onofrio Pagone, IO NON HO SBAGLIATO

Giraldi, Bologna 2016.

 

 

 

 

di Chiara Cannito

Un’affermazione dura perentoria, decisa, che durante la lettura del romanzo si comprende, motiva e sostanzia. La protagonista che Onofrio Pagone racconta magistralmente compie delle scelte nella sua vita che mai rinnega, mai ricusa, mai rimpiange. Io non ho sbagliato è tante cose insieme: tranche de vie, romanzo di formazione, autobiografia. È forte e fragile come la protagonista, sofferto e sorprendente nello stile, tenero e terribile nella trama. Giocando tra queste ossimoriche emozioni, si dipana la storia di una giovane rumena che scappa, incinta, dal suo paese per dare un futuro migliore a se stessa e al figlio nella città di Bari, dove già vive sua madre. E qui inizia il dramma. È una narrazione che mette i brividi, fa riflettere, apre il cuore, ma anche la mente. Tutto è racchiuso in quegli occhi della copertina: che aggrediscono con la loro dolcezza, che ti sfidano con la loro fragilità, che ti braccano con la loro muta richiesta di aiuto. Prova Pagone, e vi riesce bene, a contaminare generi e linguaggi, immagini oniriche e impietosi interni.

Proviamo a percorrere adesso la trama del romanzo descrivendola per ‘quadri’. Ad accompagnarci in questo tour è Marc Chagall.

Il violinista – 1911 Dusseldorf, olio su tela

Primo quadro: Il violinista, ovvero l’infanzia rubata.«Quella volta con Gheorghe fu bellissimo. Sentivo il vento nelle mie orecchie ed era come una voce amica che sussurrava […]. Nulla poteva presagire cosa ci sarebbe successo». Il violino che era stato per la giovane donna metafora di un amore adulto, capace di ridisegnare i destini incrociando vite e intrecciando sogni, si rivela un’illusione. La voce del violino getta la maschera: era bugiarda. False e ipocrite quelle dichiarazioni di amore eterno. Archiviata l’infanzia la giovane donna si trova a pensare il suo essere mamma. Contro tutti e contro tutto.

Notturno – 1947
Mosca, olio su tela

Secondo quadro: Notturno, ovvero il viaggio dalla Romania a Bari. «Il camionista mi accolse con un rimprovero […]. Tirai giù la cerniera della tasca e recuperai quei cento euro pattuiti. La certezza di partorire passava attraverso quella banconota verde pallido».A galoppo di un cavallo, la giovane donna supera la notte delle paure illuminata dal candeliere del passato abbandonato. Quel cavallo rosso è tante cose: il camionista che le garantisce la copertura della prima tratta cui deve giocoforza aggrapparsi e di cui deve fidarsi pur avvertendone la malafede, è la scampata violenza carnale, è il nuovo mezzo a bordo del quale sale per giungere a Bari. Rosso come il sangue che trattiene a fatica e nel quale è avvolto il suo bimbo («quel bambino: lui era il mio salvacondotto, il mio passaporto per la felicità»), rosso come le ferite che comincia a registrare e classifica come tasselli di una crescita umana e intimista. In primo piano è il gallo: l’inganno che l’aspetta, meschino e imprevedibile. E quel cielomare verdeblu è «Il mare di Bari […] quell’orizzonte che traccia una promessa e appare lontano come una linea eterna su cui scrivere i desideri e affidarli al cielo».

La nascita – 1911
Collezione privata, olio su tela

Terzo quadro: La nascita, ovvero la maternità negata.«Mi portarono in sala operatoria d’urgenza. Rischiavo io e rischiava mio figlio. […] Il bambino non lo vidi ma lo sentii. […].Lo cercai, agitai le braccia nel vuoto ma fu tutto inutile».Mentre la nonna-matrigna illumina la scena con la lanterna del falso amore materno, la donna distesa sul letto vive la maternità rubata, sottratta, tradita. Negata ancor prima che si inveri nel primo allattamento. La figura nera porta via il bambino, complice una lingua incompresa e incomprensibile che ha nel nero la sua più compiuta e puntuale metafora.

La donna incinta  – 1913
Amsterdam, olio su tela

Quarto quadro: La donna incinta, ovvero la casa famiglia e il processo.«Mi portarono in un istituto. In italiano la chiamano casa famiglia. […] Il Tribunale per i minorenni a Bari […] assomiglia a un girone infernale».La donna indica col dito il bambino dentro di lei ma con lo sguardo insegue quel bimbo lontano da lei. Qui c’è tutto il dramma della parte centrale del romanzo. Per un’incomprensione assecondata da finti tutori (la madre, un prete), la giovane che adesso ha un nome che non è rumeno, Annamaria («scelto nel cestino dei ricordi e degli affetti»), lotta per dimostrare che il suo bambino le è stato sottratto, non che è stato da lei abbandonato. Si staglia la figura femminile di madre tra terra e cielo, tra edifici isolati e cielo infuocato: la diade tra casa famiglia/canonica e piani del tribunale. Un animale sotto il giogo e una testa che spunta curiosa: sono rispettivamente l’avvocato che crede e combatte al suo fianco e i giudici che si affacciano alla finestra della sua vita, con gli occhi neri della legge e il cappello verde della burocrazia. 

L’acrobata – 1917
San Pietroburgo, olio su tela

Quinto quadro: L’acrobata, ovvero in equilibrio tra il Tempo e la Parola.«Le parole sono un valore aggiunto alle emozioni: solo chi ha la parola ha la possibilità di spiegare ciò che il suo cuore prova […] La parola ci rende liberi. […] Il tempo: cos’è il tempo? Ha lo stesso valore il tempo per me, per mio figlio, per un giudice? […] Il tempo è la scommessa della nostra esistenza».«Ricomincio da me» è il motto di questo nuovo capitolo. Come un’acrobata che lotta contro l’ingiustizia della giustizia e l’incomprensibilità della parola, Annamaria prova a costruire il suo nuovo tempo riappropriandosi dell’uso della parola; e, parimenti, a costruire il suo nuovo linguaggio relazionale ed emozionale riappropriandosi del suo tempo, quello di stampo agostiniano («è l’anima che misura il tempo»).

La passeggiata – 1917
San Pietroburgo, olio su tela

Sesto quadro: La passeggiata, ovvero il futuro. «Solo chi crede nei sogni vede i sogni avverarsi». Annamaria giunge a Roma. L’attende Destino: la tiene per mano facendola volare. Raccogliendo il testamento che il padre le aveva consegnato in un fugace incontro in Romania prima che morisse («I genitori possono dare ai figli solo due cose: radici e ali»), Annamaria ci lascia così «Io non ho sbagliato: credo nei sogni e ho avuto in dote radici e ali. Ora posso volare».

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