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Francesco Tateo, PONTANO POETA

Posted on: 07/01/2019

Francesco Tateo, PONTANO POETA

Edizioni del Rosone, Foggia 2017

 

 

 

 

di Francesco Giuliani

Francesco Tateo, per molti anni docente di Letteratura Italiana nella Facoltà di Lettere di Bari, che ha guidato a lungo come preside, ha da poco dato alle stampe un nuovo, stimolante volume dedicato all’umanista Giovanni Pontano. Lo studioso, com’è noto, ha concentrato i suoi interessi proprio sul periodo umanistico-rinascimentale e una nota del volume in questione ricorda che i suoi interventi pontaniani risalgono già al 1969, quando ha curato un’edizione critica del De magnanimitate, per l’Istituto Nazionale di studi sul Rinascimento. Ora, dunque, con questo Pontano poeta, che reca un esplicativo sottotitolo, Carmi scelti e frammenti con traduzione italiana, ha aggiunto un’altra tessera al mosaico dei suoi studi. In questo modo, ha messo in gioco non solo la sua indiscussa perizia di studioso, ma anche il suo orecchio di traduttore e di versificatore, affrontando una sfida non semplice.

Pontano è un nome fondamentale dell’Umanesimo meridionale, di quel mondo che ha trovato il suo centro intorno alla corte di Napoli, in un periodo storico tra l’altro denso di eventi storici, alcuni dei quali decisamente dirompenti. Il suo pregio e insieme il suo difetto per gli uomini d’oggi è quello di aver scritto quasi esclusivamente in latino, una lingua che purtroppo non trova quasi più ospitalità neppure in Italia, e questo rende l’umanista nativo di Cerreto, in Umbria, un autore da guardare da lontano, con diffidenza, riservato solo agli addetti ai lavori. Ma proprio intorno a questo punto centrale ha lavorato Tateo, realizzando un volume che offre i necessari sussidi alla comprensione e che, nello stesso tempo, porta allo scoperto la modernità e, comunque, la proficua accessibilità del latino del Pontano.

Il volume è preceduto da un’introduzione nella quale viene ripercorsa la fortuna critica di Pontano, assestatosi nel Novecento come un minore, nel quadro della letteratura italiana, studiato per le sue liriche, ma anche per i suoi trattati in prosa, che qualcuno ha persino anteposto alle prime. Tateo pone l’accento sul poeta con l’obiettivo di tradurlo in versi, e in questo modo si distanzia da un importante precedente, rappresentato dalle traduzioni di Liliana Monti Sabia, contenute nel quindicesimo volume della Letteratura italiana della Ricciardi, del 1964, riprese poi in due volumetti editi dalla Einaudi, apparsi nel 1977. La Monti Sabia nella sua corposa e preziosa antologia ha optato per la traduzione in prosa, anche se alcune parti sono state rese in versi, seguendo dei criteri non sempre in verità inattaccabili. Tateo, da parte sua, così motiva la sua scelta: «Poiché la nostra intenzione […] è di esemplificare la poesia pontaniana nella varietà e proprietà dei suoi generi, che implicano una scelta metrica, si è esclusa la traduzione in prosa, la quale può avere il pregio di essere al servizio del testo latino in senso essenzialmente contenutistico, e riservare talora la possibilità di una maggiore corrispondenza della ‘lettera’, ma tradisce uno dei maggiori impegni del poeta, che nel nostro caso è uno straordinario studioso della varietà metrica e della resa ritmica[…]».

Di qui il ritorno, come si legge nelle pagine di Nota sulla traduzione, alla metrica barbara, ai criteri di trasposizione della metrica quantitativa in accentuativa, che sostengono l’operazione di Tateo. Certo, in effetti la prosa può in qualche passaggio risultare più chiara e diretta, specie per chi non conosce il latino del testo originale, che in ogni caso viene doverosamente affiancato alla traduzione; ma il lettore più attento ed esperto potrà senza sforzo gustare e apprezzare il senso delle scelte poetiche di Tateo, la capacità di imitare, umanisticamente parlando, il modello prescelto, senza stravolgere l’orizzonte di riferimento, come ad affermare una volta di più la valenza dei precetti umanistici. Si pensi, ad esempio, ai distici elegiaci, per i quali non si può non pensare all’esempio carducciano, con i quali si apre la prima parte dell’antologia. L’eleganza delle scelte, le inversioni preziose, persino certe concessioni alle necessità della metrica, tutto converge verso l’armonia complessiva e sostiene il senso dell’operazione, dimostrando come la poesia di Pontano abbia ancora una sua vitalità e una sua ragion d’essere, anche al di là del mero quadro della letteratura italiana ufficiale.

Il latino umanistico, con i suoi tanti e vitali richiami alla tradizione classica, da Catullo a Orazio, da Properzio a Virgilio, comunica ancora, sia pure in un’indispensabile veste linguistica ‘volgare’, la gioia dell’amore e dell’abbandono ai sensi, ma anche il valore della famiglia e degli affetti. Il riferimento è alle liriche del De amore coniugali, che Pontano dedica alla moglie, con le celebri Nenie, capolavori composti in un latino che diventa lingua degli affetti, dei vezzi e delle azioni di ogni giorno, senza però perdere la sua sostanziale compostezza. La ninna nanna al piccolo Lucio ha ancor oggi un suono dolcissimo, che ammalia il lettore. La Monti Sabia ha preferito a suo tempo cedere temporaneamente al fascino del verso, traducendo i distici con dei doppi ottonari; Tateo invece resta fedele alla sua scelta complessiva, diversificando la resa dell’esametro e del pentametro nei versi doppi italiani, e ci sembra una soluzione più organica e coerente.

Quello che è certo è che il piccolo Lucio, destinato a morire prematuramente, rivive ancora mirabilmente per i lettori del terzo millennio, e questo risultato dovrebbe spingere molti a rivedere i propri pregiudizi sui poeti umanistici e sulla loro capacità di trasmetterci ancora la loro lezione.

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