incroci on line

Maria Grazia Palazzo, Andromeda

Posted on: 17/02/2019

Maria Grazia Palazzo, Andromeda

Quaderni del Bardo edizioni, Sannicola (LE) 2018.

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

La classicità continua a funzionare da inesauribile matrice di narrazioni, donandoci figure mitiche che consentono in ogni tempo di traguardare la Storia con occhi sempre nuovi. L’Andromeda del titolo è il prototipo della vittima innocente. Vittima due volte: prima della scriteriata madre che si vanta di essere più bella delle Nereidi, ninfe di Poseidone; poi vittima del padre che, per conservare il regno, obbedisce al dio istigato dalle ninfe e la espone ignuda sugli scogli in balia di un mostro marino. Lì la scorge Perseo, di ritorno dalla vittoria su Medusa, ne resta incantato e la libera, a patto però di poterne fare sua sposa. Come dire, un trofeo fra gli altri. 

Vi sono qui tutti i cliché della divisione per sessi fra i ruoli mitografici: da un lato le qualità valoriali “passive” della donna, che la rendono vittima e/o oggetto di desiderio predatorio e/o di patteggiamento tra poteri maschili (verginità, bellezza, pudicizia, riservatezza); dall’altro i caratteri “attivi” dell’uomo, che lo rendono eroe e, come tale, protagonista della Storia (coraggio, forza, intraprendenza).

 Tuttavia non sono i miti, l’oggetto primario di questa raccolta di liriche. Le figure archetipiche servono qui solo come exempla convenzionali, tanto è vero che questa e molte altre figure ricorrenti nel testo non vengono neppure narrate o spiegate: bastano i loro nomi a sottendere la narrazione già nota, che però serve all’Autrice per stigmatizzare, con indignazione tutta femminile, l’implicito squilibrio storico nelle relazioni uomo-donna. Come (altro esempio) nel caso di Penelope, archetipo di sposa eroicamente fedele a un marito impegnato da decenni a fare l’eroe altrove, e plausibilmente morto.

L’oggetto primario, esplicito e ripetutamente dichiarato sia nel corpo testuale che nel copioso paratesto a corredo, è dunque il ruolo della donna nella Storia. Ruolo non comprimario, si sa, ma subordinato. Ruolo fatto di tanti ruoli di volta in volta negati o imposti, consacrati o esecrati dalla dominanza maschile. La frequente evocazione delle figure mitologiche risponde qui, paradossalmente, all’intenzione di demitizzare proprio quel ruolo subito dalle donne, pur se eroine, allo scopo di prefigurare un possibile esito rovesciato del mito stesso. Solo così si può cogliere il senso dell’auspicio «Lotta allo strapotere di Perseo» nel verso che chiude una delle liriche (Artemisia docet) maggiormente proiettate nel nostro stesso futuro, nell’attesa di una nuova palingenesi storica.

Intorno a questo asse tematico (relazione uomo-donna) s’avviluppano, spesso negli stessi versi, riferimenti  alla storia individuale dell’io poetante e alla storia collettiva dei nostri giorni, incursioni nella Storia Sacra, squarci lirici, immagini drammatiche, accenni ad un mondo migliore tutto da costruire. Questi ultimi appaiono più frequentemente nelle liriche che si trovano oltre la metà della raccolta, segnando in tal modo un percorso di crescita, che va dalla visione negativa della Storia alla speranza che il mondo cambi.

«La storia del mondo ammonisce/ che a torto ognuno crede/ d’essere vittima e non carnefice./ Oltre le colonne d’Ercole si teme/ nuovo spargimento di sangue.» La rappresentazione della Storia, accennata per nomi famosi, conflitti, salti e lampi epocali, è complessivamente accompagnata dalla tonalità tragica che costituisce la cifra stilistica unitaria di questa scrittura poetica: il personaggio del Corifeo allude con evidenza proprio alle prime tragedie greche. Persino graficamente vengono evidenziati in corsivo i suoi interventi, distinguendosi così dagli altri versi, ed è plausibile identificare la voce del Corifeo con quella dell’io poetante, quale nunzio di conflitti subiti e di speranze nutrite dall’intera comunità umana. Ancora più evidente appare l’intonazione tragica di queste liriche per l’inserimento in esse di versi attinti da poetesse infelici: Dickinson, Plath, Ruggeri e Rosselli. Infelici per solitudine, per aridità affettiva del mondo intorno a loro, e tutte, tranne la prima, infelici fino al suicidio.

L’attesa di un possibile mutamento si fa strada gradatamente, come si diceva, nell’incatenarsi delle liriche l’una all’altra. E se dapprima prevale la coscienza dell’utopia, della tremenda difficoltà di ribaltare nel privato e nel pubblico i poteri costituiti, in seguito si fa man mano più robusto e necessario un concreto impegno etico in direzione del cambiamento. Impegno non solo personale ma collettivo, riferito a tutte le donne strette in un “patto generazionale”, come opportunamente annota Diana Battaggia nella Prefazione. Anzi, il mutamento non riguarda solo le donne, ma il genere umano nella sua interezza: investe la ridefinizione dei valori relazionali, propone una qualità della vita sociale che non sia legata al denaro, all’apparire, alla violenza e alla sopraffazione di qualunque genere; che non sia legata al potere di pochi. Ecco che, allora, un’autentica emancipazione femminile, ancora tutta da definire e porre in essere, chiama in primo luogo le donne alla responsabilità dell’impegno: «È chiaro, si tratta di liberare/corpi di carne, non solo celesti/ universi femminili, corifei silenti,/ polmoni nuovi a universali monchi.»

 Da questo sguardo, spinto verso un orizzonte lontano ma possibile, è esclusa dunque una guerra fra i sessi, una “caccia all’uomo”: «Qui non si fa processo al maschio singolare/ ma si invoca una cosmogonia nuova». Si prefigura quindi un’alleanza sotto il segno della ragione e dell’amore. Senza affettazioni, senza certezze, ma con determinazione. In ciò le donne sono chiamate anche alla responsabilità di agire: «Madri di noi stesse, ricevete, date/l’ora battesimale del coraggio./È il tempo decisivo dell’essere donne,/ infinito generativo di sguardoazione.» (il corsivo è nel testo)

In passi come questo l’appello ideologico-educativo si fa scoperto nella stessa tessitura testuale: balza fuori chiaro dal flusso tumultuoso di immagini, da versi  che altrove piovono apparentemente privi di nessi concettuali e qualche volta perciò suonano sibillini, sempre però sostanziando di evidenza tattile un discorso altrimenti impoetico. E già fuori dal testo vero e proprio sono una prova di quest’ansia compartecipativa le numerose note e soprattutto la Nota dell’autrice in coda, quasi a volersi assicurare che il proprio messaggio arrivi chiaro al lettore e non deformato da una qualche oscurità espressiva. 

In sintesi, l’onere di costruire un discorso poetico coerente con materiali tanto diversi e con un empito etico sempre teso (che piega talora i versi al grido di battaglia) correva un serio rischio di superfetazione retorica. Il rischio mi pare scongiurato: il messaggio resta chiaro, la tessitura espressiva lo sorregge e le liriche non risultano frammenti sparsi, ma un insieme organico con una struttura ben concepita. 

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