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Emmanuele Francesco Maria Emanuele, PIETRE E VENTO

Posted on: 24/03/2019

Emmanuele Francesco Maria Emanuele, PIETRE E VENTO

Pagine, Roma 2017

 

 

 

di Achille Chillà

Pietre e vento, titolo della raccolta poetica di Emmanuele Francesco Maria Emanuele, è una diade oppositiva che rappresenta regioni e ragioni dell’anima, forze in urto fra loro, stagioni della vita stessa: il vento, racchiude la metafora del moto, dell’elemento cinetico e vitale, che ingravida il mondo in viaggio perenne; al contrario, le pietre simboleggiano la stasi, il depositarsi della materia lungo il tragitto ultra-millenario della Terra ma anche, in riferimento all’esperienza umana, il solido approdo dell’uomo alla maschera sociale più adatta alla sopravvivenza.

La materia è disciplinata in cinque parti, corrispondenti ad ambiti esistenziali come i ricordi d’infanzia e giovinezza, la commozione davanti alla sovrumana bellezza della natura, il fenomeno illusorio dell’innamoramento, la perlustrazione delle pieghe riposte dell’animo umano, la morte.

La prima parte, intitolata Una corsa nel vento, si sofferma su un bilancio esistenziale, come si evince dai versi iniziali del componimento La bandiera: ‹‹Ho seguito la vita / come la bandiera di un’armata. / Ma presto la bandiera si è sfilacciata / con molte delle mie speranze / e dei miei sogni›› (p. 12, vv. 1-5). L’impronta dei primi anni nella natia Sicilia si è impressa in radici incancellabili, che hanno determinato l’intera parabola dell’agire nelle successive stagioni della vita dell’autore.  Il ricordo del ‹‹ […] vento che veniva dal Sud / […] impregnato / degli odori di terre lontane›› (Il volo, p. 17, vv. 14-16) si contrappone alla constatazione dolorosa e indicibile della necessità lapidea della vita in società: ‹‹ Sono stato pietra senza volerlo / e dolore nell’esserlo / ma tutto questo non riesco a fissarlo / nella pagina ››. (La pagina bianca, p. 19 vv. 15-19). Sprazzi vividi di ricordi si alternano a punti e spunti interrogativi sul senso della vita, in assenza di fedi o di analgesici metafisici. Emerge l’importanza della lezione del ‹‹ dolore del mondo ›› (Il dolore degli altri, p.29, v. 16) che consente di comprendere in profondità la condizione dell’uomo. Il sogno nella poesia Tornare del fiume che vorrebbe risalire la china del suo corso al contrario, per far ritorno alle sua sorgente, è il primo termine di paragone di una similitudine che rappresenta l’uomo agognante il ritorno alle età ormai irrimediabilmente trascorse.

La seconda sezione, Lo splendore del creato, celebra la bellezza degli elementi della natura. Se, da una parte, la multiforme armonia che circonda la vita trova piena espressione in queste liriche, d’altro canto, vi fa irruzione il motivo delle ‹‹ catene della vita ›› (L’ancora, p. 47, v. 9) che trattengono l’uomo “inchiodato” ad una esistenza ben lontana dalla dimensione profondamente desiderata. Il collare della necessità si stringe intorno alle aspirazioni più genuine. Quindi, il bagaglio emotivo ed esperienziale incamerato durante l’infanzia e l’adolescenza si deposita nella coscienza, fornendo gli zuccheri necessari al nutrimento dei principi etici in opposizione alle disumanizzanti prassi del vivere associato.

Nel componimento Il soffio, l’accostamento contrastivo tra pietra e vento trova piena esplicazione nel vento che ‹‹ Soffia da lontano›› (v. 1) e si configura come ‹‹ un atto d’amore ›› (v. 5). È ravvisabile una metafora dell’esistere umano, secondo la voce vento in greco antico anemos, che dà vita al sostantivo anima nella lingua italiana, inteso come soffio vitale; nel suo corso esso ‹‹ Si oppone alla pietra, disperde / il fragore del tuono e poi muore, / sibilando, nei borghi di usci impediti / e persiane serrate ›› (vv. 6-9). La descrizione della parabola esistenziale dell’io lirico reca i motivi fondanti della raccolta: il fluire del palpito di vita lungo gli accidentati sentieri del tempo ma in estatica e amorevole comunione con la natura; l’attrito dell’anima vagante nel mistero del suo corso contro la materica ed ineluttabile natura della pietra; infine, la felice metafora degli “usci impediti” e delle “persiane serrate” denuncia la chiusura ermetica degli umani consorzi.

Nella parte terza, L’illusione più grande, circola tra i versi un senso di perdita di un paradiso, di una lontana Età dell’oro irrimediabilmente lasciata alle proprie spalle e attingibile solo nella corsia preferenziale del ricordo. L’effimera consistenza dell’amore ne fa l’illusione più grande e dolorosa.

La quarta parte si addentra Nel cuore dell’uomo: ‹‹ Il mondo è poesia ma l’uomo / lo distrugge con il suo fare›› (Poesia). Il fare dell’uomo si carica di una connotazione violenta che contraddice il verbo greco poiein proprio della poesia, nella sua antica accezione di costruire mura e, quindi, comporre versi.

Nell’ultima sezione, Quando sarà il silenzio, il tema della morte, che cancella le vite a tempo determinato, segna anche il compimento della raccolta e fa emergere la capacità della lingua in versi di attraversare quella soglia nullificante che il corpo e la mente non possono varcare.

Il registro linguistico adottato nei testi poetici preferisce sottrarre parole, rifuggendo ogni ampollosità in una misura costante di sobrietà, in carattere con la volontà di raggiungere l’essenza dell’interiorità umana tanto avversata dalle dinamiche del mondo associato.   

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