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Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine

Posted on: 04/04/2019

Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine

Guanda, Milano 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Torino, novembre 2006 è il titolo del primo capitolo di Dolcissima abitudine di Alberto Schiavone, uscito a gennaio per Guanda. Il lettore potrebbe immaginare una storia contemporanea, ambientata nella Torino degli anni Duemila, ma questo libro è tutt’altro. L’inizio del romanzo è la sua fine. Si comincia da un funerale, dal funerale di Aldo, cliente fedelissimo di Rosa e amico di Piera. Cliente perché questa donna è una prostituta, ormai alla fine della carriera. Amico perché Aldo è forse l’unico uomo che abbia saputo avvicinarsi anche al cuore, non solo al corpo, della Madame dai due nomi. Il cuore appartiene a Piera, mentre il corpo è chiamato Rosa. Rosa in arte e artigianato, Rosa virtuosa di quel mestiere antico.

Tornando dal cimitero, Rosa seppellisce la sua carriera ardente e tenace, seppellisce l’attività di una grande lavoratrice che non si è mai permessa nemmeno un giorno di ferie, seppellisce sfilate di corpi maschili passati per la sua stanza. E seppellisce, seppur da lontano, il corpo del suo fedelissimo Aldo, compagno di strada per ben cinquant’anni, un uomo d’altri tempi. E se ogni epoca ha i propri uomini d’altri tempi, ci saranno anche le prostitute d’altri tempi. Rosa ne è un esemplare magnifico e Alberto Schiavone ci concede l’agiografia di questa donna, santa no, ma martire sì, la quale, lavorando per più di metà secolo, ha costruito un impero di ricchezze materiali, ma rinunciando al frutto più bello di quel corpo affittato da tanti: la maternità.

Dunque, chi è esattamente Rosa? Avendo ereditato il mestiere tramandato da madre in figlia, Piera, dotata di un corpo bellissimo e di cappelli biondi, inizia a studiare l’arte del far l’amore non dai libri – tra l’altro è analfabeta e lo rimarrà per tutta la vita – bensì dalla propria madre, osservandola attraverso un buco mentre quest’ultima riceve gli uomini. Questo è il suo rito d’iniziazione. La piccola è predisposta, si fa cambiare il nome, impara in fretta, la vogliono subito, la vogliono tutti e, come se fosse una svista sua e di nessun altro, rimane incinta, cosa inaccettabile per il destino che ha accettato. Ovviamente, la madre insensibile trova un rimedio. Conclude la trattativa con un poliziotto meridionale senza scrupoli e senza figli, vendendogli il nipote, che Rosa partorisce fuori Torino. Una delle pochissime volte, solo due, in cui si è allontanata dalla sua città. Dopo il parto Rosa non sarà più la stessa. Abbandonerà la madre e troverà la sua strada. Per un puro caso, chiamiamolo fortuna, incontra una ragazza, Lilì, e il suo entourage, che le farà conoscere un altro modo di vendersi e poi, piano piano, lei saprà trovarsi quello che basta per una vita ricca e spensierata. I clienti più raffinati e un bravissimo commercialista, fedelissimo a lei e alla sua bravura, che saprà moltiplicare i suoi soldi in maniera sproporzionata. Ecco, in breve questa è la vita di Rosa, direste la vita di tante altre prostitute. Ma no. Rosa è una prostituta d’altri tempi.

Tracciando le vicissitudini di questa donna, Schiavone traccia anche tutto ciò che lei vive e osserva. Padrone di una scrittura matura e convincente, l’autore è uno dei pochi scrittori contemporanei che sa usare l’ironia e la tragicomicità con maestria, avvicinandosi a quella del grande Molière, il che si vede soprattutto nei dialoghi dei personaggi. Questa comicità si mescola con il naturalismo puro e crudo di Zola quando descrive sia gli operai che gli amplessi, senza mai cadere nella volgarità. E poi, come dimenticare un’altra somiglianza con i naturalisti? I destini e i mestieri dei personaggi sono dettati da legami di sangue, così come accade nella parte materna della famiglia di Rosa. C’è un altro aspetto bellissimo dal punto di vista narrativo. Nelle frasi della voce narrante (quasi sempre in terza persona, ma che coincide con il punto di vista della protagonista) si mescolano le voci dei personaggi stessi, come se questi ultimi volessero correggere quello che il narratore dice. Sono dei piccoli inserimenti tra parentesi, dei piccoli rimproveri nei propri confronti e non nei confronti del narratore che, a loro avviso, si sbaglia. In questi interventi minuscoli il personaggio si dà del tu, così come lo fa ognuno di noi quando vuole sgridarsi, darsi uno schiaffo in faccia – «non è tuo padre!», «smettila!».

Questa è una saga della seconda metà del Novecento italiano. È un grande romanzo popolare, dove si intuisce l’anima dell’operaio dei tempi migliori. Dunque, il romanzo è come la sua protagonista, a disposizione del popolo, lavoratrice senza un giorno di tregua. Lei ama i soldi, ama guadagnare. Ama e rispetta anche il suo mestiere, che è l’unico che sa fare (bene), ma che fa anche per combattere il demone della solitudine, del vuoto. Rispetta i clienti, quelli ipocriti li disprezza, così come disprezza sua sorella, altrettanto cattiva e ipocrita. Quello che ama sopra ogni cosa è il figlio ceduto che, però, non ha mai perso di vista. Osservandolo da lontano, seguendo la sua crescita e avvicinandoglisi piano piano, Rosa vive la propria vita divisa tra l’amore per il figlio a distanza e il sesso con altri uomini da troppo vicino. Anche alcuni di loro li ha visti crescere, è stata una specie di mamma anche per loro. Ecco perché molti si sono affezionati a questa donna franca e senza peli sulla lingua. Il suo corpo accoglie non solo corpi maschili, bensì i loro dolori, le preoccupazioni, le viltà, le ansie, le paure, le vanità. Accoglie pure i loro soldi, perché tutti devono pagare, non solo lei, ma anche l’oblio, la possibilità di galleggiare per un attimo, l’oscillare tra la dolcezza e la realtà. Oltre al figlio, c’è un altro personaggio con il quale Rosa instaura un rapporto di affetto. È la sua inquilina Isabel, donna misteriosa ed enigmatica. Vive sotto il piano di Rosa e mentre quest’ultima riceve gli uomini, Isabel, la veggente, riceve i clienti desiderosi di conoscere il loro destino. Chi sia Isabel, non si sa. Forse la parte mancante a Rosa, il suo lato mistico, non corporeo, nascosto allo sguardo maschile. Così come non si sa da dove venga, non si capisce nemmeno che cosa succeda con questa maga sfuggente.

Attraverso gli occhi di Rosa, Schiavone osserva Torino che cambia, la città della Fiat che si trasforma in una città industriale qualsiasi. Attraverso l’acutezza di Rosa, l’autore ci serve una fetta della storia d’Italia, le sue leggi che cambiano inutilmente perché gli Italiani, tanto, non cambieranno mai. Partendo dai felici anni Cinquanta, quando Rosa inizia la sua carriera, Schiavone si sofferma sui grandi avvenimenti sociali. In primis, sulla legge Merlin, che non ha messo fine alla prostituzione, ma ha solo degenerato il suo aspetto, se vogliamo, buttando sulle strade tante donne per le quali Rosa prova un’enorme pena. Alla legge che chiude i bordelli seguirà quella che chiuderà i manicomi. Si passa inevitabilmente dagli anni Novanta e dalla salita politica dell’imprenditore Berlusconi, che Rosa vota, e poi si arriva agli anni Duemila, all’epoca che non è fatta per una prostituta d’altri tempi, perché caratterizzata dalle signorine di colore o dell’Est, dalla chirurgia estetica, alla quale si sottopone pure la nostra Rosa per combattere la concorrenza, dagli incontri su Internet, senza la carnalità che lei offriva nella sua stanza, dalle tasse, che aumentano sempre più. Tutto ciò coincide con l’inizio per Rosa di un’altra età, senza uomini, senza guadagni e senza Isabel, ma dove sarà più vicina a suo figlio, per il quale prova sentimenti simili a quelli di ogni madre. Se la felicità è fatta di piccoli attimi, Rosa ne ha avute più di una, di felicità. E se le ultime pagine del romanzo ci offrono altre scene cimiteriali, a Rosa spetterà trovare quella felicità più difficile da catturare, perché non caratterizzata da attimi, ma da una presenza costante. Le toccherà ritrovare il figlio, ma anche Piera.

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