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Le troppo «rapide dimenticanze» di un ottimo esordio: gli “In canti d’aria” di Fabio Franzin

Posted on: 01/05/2019

di Daniele Maria Pegorari

Questa non è una recensione. Non può esserlo, perché sarei in ritardo di ventiquattro anni: un po’ troppi anche per un critico che possa credibilmente dirsi indaffarato. Il punto è che di questo libro dell’ottimo Fabio Franzin, In canti d’aria (e rapide dimenticanze) (Kellermann, Vittorio Veneto 1995) proprio non sapevo nulla. Non ne ho mai saputo nulla, pur essendo Fabio un mio grande amico e avendo molti altri suoi libri.

Devo immaginare che sia il suo libro d’esordio (il poeta aveva allora 32 anni), visto che nella notizia biobibliografica di questo volumetto non si fa riferimento ad altro, se non alle rassegne a cui aveva partecipato, alle segnalazioni già ricevute e al fatto che alcune sue poesie erano in corso di stampa, su due buone riviste del tempo. In nessuna aletta o quarta di copertina se ne parla e non è improbabile che a questo libro io non ci sarei arrivato mai, se non me lo avesse mostrato la più brava libraia di poesia che io conosca (Serena, a Bari, è già quasi un’istituzione). Come d’abitudine, lei stava leggendo questo vecchio libro, prima di porlo in vendita, perché vuole sempre farsi un’idea precisa dei ‘suoi’ libri e dei ‘suoi’ autori, per poterne parlare ai clienti che, prima di tutto, sono – per lei – persone ‘bisognose’ di letture. Se Serena vendesse abbigliamento, vorrebbe indossare prima tutti gli abiti, e le starebbero tutti bene. Sembra un corteggiamento, ma non lo è: lei è stata una delle mie prime allieve, e credo di potermi permettere un complimento.

Diciamo che la voglio ringraziare così, per avermi svelato un Franzin, anzi un Ur-Franzin che forse lui stesso ha cercato di nascondere, chissà, forse anche di ripudiare. Di sicuro si tratta di un segmento della sua creatività molto lontano dai suoni, dai timbri, dai temi che siamo abituati ad apprezzare nei suoi libri, da quasi quindici anni a questa parte, e, dunque, è un Franzin superato e aggiungiamo pure che ne siamo contenti, perché amiamo la sua scrittura onesta, schietta, musicale e dolce, anche quando parla di corpi martoriati dalle macchine industriali, di paesaggi devastati e della misera umanità che si aggira nelle nostre periferie.

Forse Fabio teme che questa sua prima prova suoni un po’ libresca, costruita, o forse gli ricorda una stagione privata dolorosa a cui non vuol tornare con la mente. Ma noi siamo lettori, e i lettori sono capaci di separare le vite di carne e lacrime da quelle di carta e inchiostro, per fortuna. I lettori, a volte, amano gli autori (quando hanno la buona sorte di conoscerli di persona e quando non vengono delusi), ma solitamente amano le loro opere e qui cercano i segni di un percorso intrapreso una volta da chi le ha scritte e rifatto mille altre volte da chi le legge; essi inciampano nelle parole che, come trampolini, sbalzano il pensiero ad altezze impreviste, solleticano il senso critico, provocano una piccola ma decisiva metamorfosi.

E questo è quello che può accadere anche leggendo questi In canti d’aria (il calembour è ovviamente previsto): quell’Andrea Zanzotto che viveva a pochi chilometri dal paese di Franzin e che in questa quarta di copertina compare come primo nome fra coloro che avevano notato le qualità del giovane poeta, sembra in più d’un punto il nume tutelare e il modello a cui questi si è ispirato, ma ciò non deve apparire come un mero esercizio d’imitazione. Echi più o meno espliciti (come, a p. 24, la parola «filò» che è anche il titolo di uno dei libri più famosi di Zanzotto), timidi innesti dal dialetto trevigiano (che ben più significativo sarà nei libri della maturità), la complessità della mise en page (segnata da spazi supplementari, punteggiature isolate o mandate a capo, maiuscole improvvise, fino a vere e proprie soluzioni da poesia visiva (come in [Intorno al sogno di Icaro] I. Deltaplano colorato, pp. 14-15) o da tavola parolibera, vista la presenza dei tenui ed enigmatici disegni di Giani Sartor), arditezze lessicali (Rendez-vous, a p. 21, ne propone diverse in poco spazio: «istricei cespugli», «rapimenti pellicolari», «logos di curve», «ingrumare anni e fatiche», «il mio stancore») e, infine, una certa mistica della scrittura introspettiva, autoriflessiva, endolalica, sono, in effetti, caratteri, figure e stilemi che non si rintracceranno più nelle opere di Franzin. Ma credo che questo libro sia comunque prezioso, indispensabile, direi, per non cadere nel facile errore di credere che la sua poesia che meglio conosciamo sia il frutto di una naïveté, di una scrittura naturale e immediata.

No, In canti d’aria testimonia di un processo di altissima acculturazione (per intenderci, come quella che il D’Annunzio esordiente con Primo vere ottenne guardando a Carducci), come presagendo che l’esito di tutto quel percorso sarebbe stata la maturazione di una cifra propria. Dopo una prova difficile e seria come questa, la futura opzione prevalente (ma non esclusiva) del dialetto, non può apparire davvero una scelta obbligata, ma può essere finalmente apprezzata a pieno, per quello che è. La semplicità che riconosciamo al Franzin maturo è, infatti, il frutto di una ricerca di autenticità, di una consapevole e pure faticosa destrutturazione, che è conseguita a quella costruzione forbita e complessa dei trent’anni, in cui, tuttavia, qualcosa di duraturo dovrà essere notato dal lettore, poiché, mutata facie, è entrato nell’armamentario stabile del poeta.

Penso alla sensibilità ambientale che lo porta a lamentare la deforestazione, anticipatrice dei paesaggi snaturati dai nastri di cemento e dai capannoni deserti delle ultime raccolte: si rileggano ora questi versi di Desertazione: «Solo un acido odore ora / di sego bagnato e un fitto vuoto / aperto paesaggio di ceppi ghigliottinati / (un cimitero d’alberi coi suoi bei cippi) / e spaesamento che fa radura nel cuore» (p. 9). Oppure ritroviamo lo sguardo disincantato sull’apparente vaghezza del mondo che nasconde la distrazione e, più spesso, il dolore: «visto dall’alto / da lontano / o meglio – visto da spettatore / il mondo / è sempre così allegro e bugiardo // ma in fondo / se abbassandoti ti avvicini / tutto ciò / non è altro che una macabra danza d’ali / giocata sul bacino di una lacrima» (Sguardo, p. 12). In Segnali (p. 22), invece, leggiamo scenari di desolazione urbana: «(Muri graffiati da scritte oscene / da frasi adolescenziali a cliché / da minuscoli, rari, incisi di coscienza) // Dove si sfogano / dove si sfanno i silenzi / piangendo vernice a spray / quasi sputo di strani eroi del destino». Poi verranno le storie operaie, l’indignazione politica, i presepi col muschio dei boschi, la potente commozione degli interni familiari, tutto risolto con una lingua che cerca l’ascolto e non lo spiazzamento, ma una parte di quel percorso è già in questi In canti d’aria (e rapide dimenticanze), dove un giovane uomo di fine Novecento diventa poeta.

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4 Risposte to "Le troppo «rapide dimenticanze» di un ottimo esordio: gli “In canti d’aria” di Fabio Franzin"

L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:

Nel libro di Franzin una citazione dalla canzone “Gli uccelli” di Battiato

Titolo della poesia
(INTORNO AL SOGNO DI ICARO)
IL DELTAPLANO COLORATO.

Le opere prime, come questa di Franzin, gettano luce calda sull’intera produzione di uno scrittore. I temi e le soluzioni linguistiche e stilistiche messe in risalto invogliano ad una vorace lettura.

Ho ancora viva di Franzin l’impressione di schietta e onesta voglia di comunicare poeticamente in un dialetto elegante e vigoroso, in un italiano altrettanto motivato e aperto alla “ricerca d’ascolto”. Fu durante un incontro, se non ricordo male, organizzato proprio da Daniele Pegorari o addirittura da Incroci. Evidentemente questi testi poetici segnano l’inizio d’un autentico percorso in ascesa. Se non sul piano tematico, almeno su quello formale.

Una recensione magnifica per un libro “d’esordio” certamente ottimo davvero. Grazie di questa preziosa segnalazione1

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