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Marco Bellini, LA COMPLICITÀ DEL PLURALE

Posted on: 29/06/2020

Marco Bellini, LA COMPLICITÀ DEL PLURALE

LietoColle Editore, Faloppio (Co) 2020

 

 

di Piero Marelli

 

Ogni lettore possiede il diritto di rifiutare o accogliere l’opera di un autore e quindi la prima domanda che si è presentata, leggendo l’ultimo libro di Marco Bellini, La complicità del plurale, è stata quella di verificare la tenuta di questo libro nel panorama poetico contemporaneo, perché la sua scrittura ha immediatamente imposto una riflessione: avanguardia o restaurazione, apocalittico o integrato, come direbbe Eco, o non piuttosto una rigorosa riproposta moderna (e, grazie a Dio, non post-moderna), di una scrittura che chiede, prima di tutto, un giudizio di valore, naturalmente non disgiunto da una tenuta letteraria, che ritrova qui, dentro la tradizione lombarda di alta moralità e risparmio lirico, una propria ragione rinnovata e rinnovabile.

In accordo con Augusto Pivanti, autore dell’introduzione a questo libro, si rileva subito la necessità di considerare due particolarità stilistiche: i verbi usati abbondantemente all’infinito e una propria economia della punteggiatura, costringendoci a chiedersi cosa significa tutto questo. Personalmente credo che l’autore compia il più alto gesto di corresponsabilità affidato al proprio lettore, quello di coniugare, in un secondo tempo, i verbi secondo personali ragioni e intelligenza, e come dice Walcott, trasformandolo anche lui in un poeta partecipante.

Quindi, ecco la modernità di questo libro. L’autore realizzato è anche consapevole che a nessuno di noi è concessa l’ultima parola, Bellini ha preso il testimone che altri gli hanno passato e sa che qualcun altro, nella corsa del vivere, lo prenderà per portarlo verso un traguardo che è continuamente spostato in avanti. Un libro riuscito è anche responsabile di altri libri che verranno. Inoltre, questa poesia, continua nelle ragioni che hanno segnato profondamente una parte della contemporaneità: il colloquio con i morti, iniziata già dal primo Novecento con Pascoli per proseguire poi con Montale, Sereni, Raboni e altri, stabilendo così il superamento di un’esperienza solo personale, per stabilirsi in una “pluralità”, severamente perseguita da questo autore, riallacciandosi inconsapevolmente perfino ad un poeta spagnolo del 1400, Jorge Manrique, autore delle “Coplas de J.M. a la muerte de su padre”  (Stanze per la morte del padre), nelle quali il compianto di figlio si lega ad una accettazione, fra disincanto e rassegnazione, dell’esistenza umana, entrambi però consapevoli di uno tra i tanti paradossi della poesia: parlare della morte producendo contemporaneamente altre forme di energia vitale. Non è contraddizione, ma essenza stessa dell’opera d’arte. E il Requiem di Mozart è soltanto una messa funebre, o la sua musica convoca anche una forma di resistenza esistenziale?

Il dolore, o meglio, il ricordo, produce in realtà un effetto di partecipazione con l’altro (la complicità plurale di questo libro), l’io-tutti del poeta conosce e accetta l’annuncio definitivo del tempo, attraverso non una proustiana memoria involontaria, ma in un ricordo che fonda un legame oltre ogni temporalità possibile, cioè il tema di una continuità che Bellini sente irrinunciabile. I temi toccati da questo libro non sono, per fortuna, solo suoi: appartengono da sempre, e sempre lo saranno, a quella ricerca di significato che ogni esistenza richiede, attraverso le domande che le morti continuamente pongono, cercando, attraverso le proposte della poesia, di dare qualche senso possibile, proprio perché le poesie non si fanno soltanto con le parole, come aveva detto una volta Montale. Mediante una riflessione sulla morte e sugli affetti che se ne vanno in un mondo tutto da immaginare, il poeta mette qui una scrittura fuori dalle lacerazioni stilistiche, sintattiche, grammaticali, ecc., di tanta poesia che si è affidata alle rotture delle avanguardie storiche e delle neo-avanguardie, perché, in verità, tanta lirica contemporanea è stata anti-avanguardia (Berardinelli), non tanto per un pregiudizio anti-moderno, ma solo per lanciare un allarme nei confronti di una modernità che ha minacciato, e minaccia, la scomparsa di un umanesimo sempre richiesto dalla parte più avvertita di noi. Una verifica che ha compreso anche la poesia di Brecht, marxista eretico e intellettuale di una diversa organicità (l’ortodossia non è che un’eresia che ha avuto successo, ha detto una volta un ugonotto prima di finire bruciato), come del resto anche Majakovskij, mai abbastanza capito poeta della tenerezza.

Dunque, poesia “facile” quella di Marco Bellini? Per niente! Si tratta piuttosto di un linguaggio che produce una rivolta interiore nei confronti di se stesso, un proposito di chiarezza che ci predispone all’accettazione del suo stile, che è soprattutto fiducia nella parola quotidiana, non quella sempre tentata da tardi orfismi e diversi ermetismi, del resto sempre ricorrenti in una civiltà letteraria nata come corpo linguistico separato della realtà, parola onesta e interrogante di una diversa tradizione che sempre più si sta rivelando come la vera ragione d’essere di tanta poesia contemporanea. Ed è questa la sua “avanguardia”, dentro uno sguardo in avanti con le ragioni di sempre. Struttura sostanzialmente poematica, che cerca soprattutto di non interrompere il fluire del discorso, con accelerazioni e rallentamenti da poema sinfonico. Ogni autore implica una particolare visione del mondo e del vivere, tentando ogni volta di sbloccarne le conseguenze mettendole a disposizione di ognuno, dentro la grande responsabilità di partecipazione che questi versi ci impongono, lasciando, come è giusto, l’ultima parola all’autore, perché:

                                               Qualche volta bisogna saperle buttare

                                               sul foglio le parole e poi guardare

                                              che macchie fanno

                                              lo sfrigolio dei verbi

                                             il modo.

1 Response to "Marco Bellini, LA COMPLICITÀ DEL PLURALE"

L’ha ripubblicato su La poesia di Fabrizio Bregolie ha commentato:
Una splendida recensione del maestro Piero Marelli che conferma il suo grande spirito critico, la sensibilità della lettura unita alla vastità dei riferimenti letterari e culturali, la concretezza dell’analisi. Un ottimo libro, che speriamo sia da molti letto e doverosamente apprezzato.

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