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DISTOPIE LIQUIDE / 7

Posted on: 09/01/2022

Klee, AngelusNovus

Il seminario di Sociologia della letteratura dell’Università di Bari, le cui risultanze sono state ospitate nelle scorse settimane su questo blog (puoi recuperare qui tutte le ‘puntate’ precedenti), sollecita le conclusioni che seguono, sia pur ‘provvisorie’ e desiderose di suscitare ulteriori reazioni e commenti. I romanzi e i saggi dedicati all’immaginazione della città contemporanea negli ultimi tre quarti di secolo ci mostrano con lucidità alcuni processi di ridefinizione non solo degli stili di vita, ma degli stessi modelli politici. L’orizzonte che si dispiega è forse quello di una società postumanistica che si disabitua a gestire i conflitti, ne disconosce il valore positivo e si rassegna a una mera amministrazione o gestione delle procedure.

Cibernetica sociale e felicità

di Daniele Maria Pegorari

Il dibattito svoltosi nelle scorse settimane sul blog di «incroci» e le sollecitazioni di non pochi amici, colleghi, lettori e studenti, mi spingono ad appuntare alcune riflessioni intorno al potere previsionale di certa letteratura novecentesca e all’attualità del pensiero di Bauman, in vista di una comprensione del modello di società che si è definito intorno a noi in questi anni. È stato un processo molto lungo – lento ma lineare –, iniziato quasi quarant’anni fa e conclusosi con la cancellazione del modello politico liberaldemocratico, di matrice otto-novecentesca. Ora è iniziata definitivamente una fase diversa, per la quale non trovo altro nome efficace che quello di tecnocrazia.

Si è realizzato quello che Horkheimer e Adorno avevano intuito addirittura nel dopoguerra: siamo in una «società amministrata» (io la chiamo cibernetica sociale), fondata non sulla dialettica fra diverse visioni del mondo (ideali, interessi, istanze, valori), bensì sulla mera esecuzione di procedure che si pretende di sottrarre a una valutazione di merito. L’obiettivo è convincersi che le cose non sono ‘buone’ o ‘cattive’, ‘giuste’ o ‘ingiuste’, ‘desiderabili’ o ‘detestabili’, ma semplicemente necessarie e, quindi, ‘eseguibili’. Dunque, se tu le esegui correttamente sei efficiente, se non le esegui, non sei un oppositore: sei semplicemente un inetto, un parassita, una persona che non ha capito come va il mondo, come se il mondo dovesse andare naturaliter in una sola direzione.

A tale scopo stiamo attraversando una fase transitoria in cui si vorrebbe fare della scienza un’ideologia della ‘neutralità’, della ‘incontrovertibilità’, come già fu col positivismo nel secondo Ottocento: per questo parlo di un neo-positivismo o di un neo-scientismo strisciante che purtroppo smentisce l’auspicio del grecista Bruno Gentili che, richiamandosi a Levi Strauss e Braudel, prospettava «il declino dello scientismo positivista» e «in un immediato futuro, una progressiva assimilazione delle scienze cosiddette ‘esatte’ e naturali alle scienze dell’uomo», con particolare riferimento alla sostituzione delle «formulazioni teoriche universali e atemporali» con una «dimensione storica» (B. Gentili, Tra ricerca umanistica e ricerca scientifica, in «Quaderni Urbinati di Cultura Classica», LXXVII, 2, 2004, pp. 143-157: 154). Purtroppo, invece, abbiamo assistito a uno schiacciamento sul presente, di cui sono complici inconsapevoli e forse innocenti molti colleghi scienziati, i quali continuano a pensare che i linguaggi e gli scopi delle nostre ricerche possano essere coerenti col modello razionalistico dominante e che il sapere possa condurre alla felicità sociale; ma questa pericolosa alleanza fra scienza e ideologia non può (e non deve) funzionare a lungo e infatti comincia a scricchiolare, come avevo previsto già ad aprile del 2020 nel libro scritto con Valeria Traversi, Il futuro in una stanza. Dialogo letterario dentro e oltre la pandemia (pp. 73-76).

Tuttavia temo che lo sgonfiarsi di tale neo-positivismo non arresterà la tecnocrazia, la quale, in virtù della grande forza ormai ottenuta e della maturazione di un’ampia classe dirigente sovranazionale, proseguirà il suo corso senza aver poi tanto bisogno di un sistema ideologico di riferimento. In un’epoca scandita dal tramonto di sistemi ideali universali come questa, forse non c’è davvero necessità di costruire un consenso di lungo periodo attraverso una ‘religione della scienza’, come invece teme Giorgio Agamben. La scienza ha bisogno del dubbio, mentre la tecnocrazia ha bisogno di non averne. Tutto sommato, l’uso strumentale della scienza a cui stiamo assistendo in questi due anni ha valore solo nel brevissimo periodo, poiché è utile a creare l’impressione di una solidità culturale: fra brevissimo non ci sarà bisogno nemmeno di questa impressione, perché saremo del tutto assuefatti al primato dell’efficienza sull’efficacia e all’idea che si debba rispondere a chi ci ha programmato (chi ci ha impartito un ordine di servizio), piuttosto che ai beneficiari del nostro lavoro (il prossimo che dovremmo servire).

Siamo ormai oltre la liberaldemocrazia, la quale in sé prevede sempre una qualche possibilità di opposizione, pacifica o eversiva che sia. Persino le dittature novecentesche erano – in quanto reazione politica alla crisi dello Stato liberale e delle sue contraddizioni – un fenomeno parossistico della medesima liberaldemocrazia, una specie di patologia a cui, infatti, è possibile opporsi: come sappiamo dalla storia occidentale, le dittature hanno vita breve, valgono solo come eccezionale e contingente sospensione della liberaldemocrazia.

La tecnocrazia, invece, è il nuovo stadio della trasformazione a cui il capitalismo sottopone la società per adeguarla alle proprie esigenze. Se la liberaldemocrazia era la soluzione all’assolutismo aristocratico, la tecnocrazia è la soluzione alla liberaldemocrazia. Questa assegnava una grande funzione alla politica, perché serviva all’abolizione dei privilegi di casta; la tecnocrazia oggi ‘abolisce’ a sua volta la politica, limitandola a una semplice funzione amministrativa.

Insomma, in gioco è la fine dell’autonomia di ciascuno di noi di stabilire che cosa lo renda felice; in cambio ci viene offerto un modello performativo, per il quale non ci si propone la felicità, ma il successo. Se funzioni (come un pezzo della macchina, come una sequenza di calcolo), allora sei uno di noi. In caso contrario, non sei un avversario, come sarebbe stato nel vecchio modello liberaldemocratico: semplicemente non sei. La differenza, sul piano antropologico, è abissale.

Per tecnocrazia, dunque, è da intendersi il perfezionamento della fusione fra tecnologia e burocrazia. Il capitalismo informazionale di oggi, fondato sulla speculazione più che sull’industria classica – per questo, anni fa, definito «finanz-capitalismo» da Luciano Gallino – esercita il potere senza la necessità di un apparato politico, almeno non come lo abbiamo pensato in tutta la storia tardo-moderna (o della «modernità solida», per dirla con Bauman), caratterizzata dal costituzionalismo e dal parlamentarismo, dal primo Ottocento fino al secondo dopoguerra.

Al potere economico non interessa più chi governa (il politico) ma chi amministra (il tecnico). La situazione politica italiana attuale lo dimostra in maniera sorprendentemente evidente, ma è solo un caso determinato fortuitamente dalla pandemia. In realtà, non è necessario che sia così clamoroso il controllo della tecnocrazia, poiché essa preferisce portare a perfezione l’ideale di ogni vero potere: quello di essere invisibile. Se è invisibile, non è contestabile, se invece cade nel tranello della visibilità, prima o poi viene rovesciato o esaurisce la propria forza pervasiva.

Per questo ho scritto che le dittature novecentesche, fondate sul culto del capo e sulla personalizzazione, in realtà erano solo un incidente di percorso della liberaldemocrazia. I grandi classici della letteratura distopica (capolavori serissimi) hanno perfettamente analizzato il tema: il potere dura più a lungo se non lo si vede, in quanto così il cittadino non si sente un suddito. Persino l’enfatizzazione, negli ultimi decenni, del dibattito intorno ai cosiddetti ‘beni comuni’ (che affascinò anche me) mi accorgo che aveva questo subdolo scopo o, quanto meno, effetto collaterale: abituare tutti a pensarsi non come portatori di particolarità, ma come addendi di una somma, di cui conta solo il risultato.

Alla centralità tipicamente moderna dell’individuo (indivisibile, irripetibile e pertanto inalienabile) si è sostituita la persona omologata: come dopo un’ispezione tecnica, come fosse una caldaia, un veicolo o una qualunque componente meccanica o elettronica. Solo che, mentre l’immaginario distopico classico ha contribuito a pensare l’omologazione come la creazione di un corpo collettivo grigio e inquadrato, irreggimentato, nella società liquida e globale il processo è stato raggiunto in modo ‘colorato’, variopinto, apparentemente allegro. L’individuo è diventato un patchwork di componenti intercambiabili rapidamente, la sua identità è leggera e proteiforme, perché deve sapersi adattare ai cambiamenti continui. La stabilità del potere tecnocratico non si fonda, dunque, sull’immobilità passiva della massa che amministra, bensì sulla sua coazione ossessiva alla metamorfosi. In tal modo ti illudi di essere attivo, progressista e magari anticonformista, invece ti stai semplicemente muovendo secondo un programma già dato, e nella spinta globale a essere originale, tutti lo sono allo stesso modo. Il conformismo di questo ventunesimo secolo è, in verità, una originalità di massa.

L’ultimo livello di questo inganno investe proprio il piano politico: i cosiddetti interessi generali, così spesso richiamati nel dibattito pubblico, sono una lenta, molecolare educazione a dimenticare che la società (e la sua figura organizzativa che è la città) è semmai una composizione di conflitti, da raggiungere in maniera imprevedibile, non programmabile e sempre provvisoria.

Ora è il tempo, invece, in cui una nuova cultura cibernetica pretende di prevenire i conflitti, soffocandoli. Se volessi tradurlo con una formula, direi che si è passati dal modello società = io + tu + lui + lei…, al modello società = noi. Non è la stessa cosa e a me non piace per niente. E a te? E a lui? E a lei?…

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«incroci» – semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli •  Daniele Maria Pegorari • Raffaele Nigro

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