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Archive for the ‘poesia’ Category

Luigi D’Alessio, Louis

postfazione di Valentino Fossati, RPlibri, San Giorgio del Sannio 2017, pp. 112

 

 

 

 

di Giovanni Laera

Il protagonista eponimo di Louis, ultimo lavoro poetico di Luigi D’Alessio, è un nullafacente. O meglio, Louis è il tipo di nullafacente che tutti noi vorremmo conoscere. La sua unica occupazione consiste nel restaurare l’inconscio, mentre vaga da un bar all’altro o fotografa porte chiuse, innamorandosi perdutamente di una donna che è un sogno in carta ed ossa. Un detective selvaggio sulle tracce di libri, arte e musica, un funambolo della parola, un abitatore del tempo. Di lui, come dell’autore, non si conosce l’età.

   Louis prende il nome dal Louis Waters del romanzo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, da cui D’Alessio trae anche i numerosi «Louis disse, Louis andò…» sapientemente sparsi nel libro. Ma è la poesia ad avvicinare Luigi a Louis, alimentando il confronto tra l’autore e il suo personaggio. Un rapporto, il loro, più simile all’apprendistato che alla semplice amicizia. Perché Luigi e Louis si nutrono entrambi di versi altrui e lo fanno all’interno di una dinamica intertestuale fitta e manifesta, in cui la citazione si configura come polo di attrazione e insieme sviluppo della vicenda narrata. Saranno dunque i diletti Corso, Eliot, Montale, Kemp, Rosselli, Cvetaeva a scandire il rapporto amoroso tra Louis e la sua donna e, contestualmente, il dialogo che si stabilisce tra il protagonista e l’io narrante. Leggi il seguito di questo post »

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LA FIASCA ROTTA DICE: NON MI AVETE FATTO NIENTE.
“IL BUIO E L’IBISCO”, IL NUOVO LIBRO DI DAVIDE RONDONI

In occasione di un «aperitivo con Davide Rondoni» domenica 29 aprile, ore 11,30, presso la libreria di poesia Millelibri (Bari, via dei Mille, 16) in cui l’autore leggerà “Il buio e l’ibisco. Parole per la fiasca rotta del Maestro di Forlì” (CartaCanta, Forlì 2017), pubblichiamo una nota interpretativa di Daniele Maria Pegorari.

Uno dei libri di Rondoni che più ho amato è quel Compianto, vita (Marietti, Genova-Milano 2004), ispirato a un suggestivo gruppo marmoreo in terracotta, rappresentante la deposizione di Cristo, opera di Niccolò dell’Arca (noto anche come Niccolò da Bari, 1435 ca.-1494) e conservato nel centro di Bologna, nella Chiesa di Santa Maria della Vita. Il poeta romagnolo torna oggi a dedicare i suoi versi a un’opera d’arte, una misteriosa e anonima natura morta dipinta probabilmente fra il 1615 e il 1620 ed esposta nella Pinacoteca civica dei Musei San Domenico a Forlì. Ci sono almeno un paio di analogie fra le due intense operette ‘d’occasione’, per così dire, di Rondoni: la prima è che entrambe le opere d’arte paiono custodire il segreto di un dolore che la forma sa esprimere con forza eppure rinvia a una zona perennemente esplorabile, mai acquisita una volta per tutte. La scena sacra di Niccolò, quasi sulle soglie del cosiddetto Rinascimento (una nozione culturale, in fondo, piuttosto ideologica e fuorviante), vede alcune delle sei figure contorcersi nell’indicibilità del lutto, resistendo all’imperativo dell’armonia e della sublimazione, che sarà invece il tratto fondamentale del secolo che verrà; il fiasco dal collo malamente spezzato e dallo spesso cordame come impazzito e ingovernabile pretende che si immagini un passato di violenza o di errore (l’oggetto sarà stato scagliato o sarà sbadatamente caduto di mano) che sfugge al controllo accademico della composizione da studio. Leggi il seguito di questo post »

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di Carmine Tedeschi

 

Ambra Simeone, Opinionistica, Limina mentis, Villasanta, 2017

Versi lunghi, andamento monologante a tratti autistico, ritmo prosastico e colloquiale, insistente ritorno sopra uno stesso argomento: questi i tratti che balzano subito all’occhio in prima lettura. Sembrano inviti alla riflessione, invece non ci metti molto ad accorgerti che ti sta arrivando qualcosa di corrosivo dietro quel parlare innocente, per frasi fatte e concetti stracotti. L’ironia, il sarcasmo sono i toni dominanti. I bersagli in primo piano sono appunto il linguaggio del conformismo quotidiano, il parlare per imprinting televisivo o per virulenze di rete; la chiacchiera nel web e la smania di apparire, purché ben in linea con filosofie d’accatto; il vuoto esistenziale non cosciente, rassegnato, privo d’angosce intellettuali; l’incomunicabilità, ma non attraverso il silenzio bensì con piogge di messaggini sui social, fatti di parole logore, prive di senso, perfettamente inutili.  Leggi il seguito di questo post »

Amedeo Anelli, OLTRE IL NOVECENTO. GUIDO OLDANI E IL REALISMO TERMINALE

Libreria Ticinum, Voghera 2016

 

 

 

 

di Margherita Rimi

Il libro Oltre il Novecento contiene due interviste e sei poesie inedite di Guido Oldani e un saggio critico di Amedeo Anelli. Il tema conduttore dell’intero volume, come indicato nel titolo, è la poetica del Realismo terminale che Oldani teorizza. Nell’introduzione esplicativa, Anelli sottolinea, sin dall’inizio del saggio, la propensione al realismo del poeta che non si disgiunge dai valori etici. Così scrive Anelli: «I fatti mettono radici in una poetica realistica, in cui etica ed estetica sono in mutua tensione ed in cui il piano etico e l’indignazione morale e la reazione, anche ironica e sarcastica, sono in dominante sugli altri piani» (p. 15). Leggi il seguito di questo post »

Giuseppe Rosato, IL MARE

Di Felice, Martinsicuro (Te) 2016

 

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Giuseppe Rosato, in tanti anni di operosa attività poetica (sia in lingua che in dialetto), ci ha abituati al suo passo di esperto viandante esistenziale. Sappiamo che quando smette la sua penna satirica, si fa coinvolgere completamente in un’altra dimensione, fatta di profonde risonanze sentimentali e di acute inchieste memoriali. È successo, poi, che dopo la morte della sua amata consorte, Tonia Giansante, anch’ella scrittrice, Rosato abbia come di più sentito il limite del tempo, ma anche l’invito a sconfinare in un altrove che tende inutilmente a voler assumere una sembianza riconoscibile. Leggi il seguito di questo post »

Cesare Viviani, OSARE DIRE

Einaudi, Torino 2016

 

 

 

 

di Claudio Toscani

Provoca sin dal titolo, Cesare Viviani, in quest’ultima sua raccolta: Osare dire. Perché si mette nella posizione di chi azzarda la parola poetica come nudo nome di fronte all’ostentata eloquenza del mondo, di chi ci ricorda il silenzio dell’universo al di sopra del nostro frastuono quotidiano, di chi oppone la parte oscura, segreta, del segno creativo e della scrittura, a tutte le inesorabili rivelazioni della scienza e della tecnica.

Parecchio osa dirci Viviani: se non di nuovo, di inatteso; se non di ignoto, di dimenticato; se non di perturbante, di ultimativo. Talvolta ci mette l’‘io’, se può testimoniare in proprio, come per significare di esserci passato lui stesso nei frangenti pratici o ideali di cui parla; più raramente la ‘terza persona’, quasi per chiedere ad altri di collaborare al ventaglio delle enunciazioni; spessissimo il ‘noi’, un io allargato, un io a nome di tanti altri, e allora diventa filosofo e conoscitore della vita, con punti di vista sulle cose ultime, senza vanto ma per verticale ascolto della realtà, libere associazioni e connessioni di senso. Leggi il seguito di questo post »

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi 

Chiarelettere, Milano 2017


 

 

 

 

di Franco Sepe

La poesia di Franco Arminio, come del resto anche un po’ tutta la sua produzione prosastica, muove dal concreto. Precisamente dalla terra, dal corpo. Terracarne è infatti il titolo di un suo fortunato volume che presenta al lettore le sue escursioni-riflessioni di viaggiatore minimalista attratto da paesi e villaggi di un Sud che in realtà già conosce bene, luoghi in gran parte divenuti obsoleti dove non è più la miseria a regnare ma la desolazione. Autodefinitosi paesologo, Arminio, nativo dell’Irpinia orientale, ha informato la sua vita e la sua opera a un minuzioso lavoro di ricerca sul campo (“Quando voglio stare bene al mondo / io so dove andare: / devo andare in un paese a parlare / con i vecchi”, p.38), che coincide con la sua missione di cantore di una “Bellissima Italia annidata sull’Appennino” (p.21). Un’Italia che si sta sgretolando sotto i colpi dell’incuria e dell’indifferenza, un’Italia che si sta spopolando (“Certi paesi diventano come quei bar / in cui campeggiano, in polverose bacheche di vetro,/ vecchie merendine: i clienti se ne vanno altrove / e il barista non rinnova la merce”, p.25). Leggi il seguito di questo post »


«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

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