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Archive for the ‘riflessioni’ Category

Prossimità e diritti al tempo del Covid 19

intervista ad Augusto Ponzio a cura di Mary Sellani

Ripercorrendo la filosofia di un classico del Novecento, Emmanuel Levinas (Kaunas 1906-Parigi 1995), Augusto Ponzio, professore emerito di Filosofia e teoria dei linguaggi nell’Università di Bari, riflette sul senso di nozioni come prossimità e diritto nella società globale, dove tutto migra, compresi i virus. L’itinerario di studio di Ponzio iniziò da un’opera fondamentale di Levinas, Totalité et infini (1961), letta quando lavorava alla sua tesi di laurea in Filosofia, sul tema La relazione interpersonale, discussa nel 1966 a Bari con Giuseppe Semerari. Il suo ultimo libro, Con Emmanuel Levinas. Alterità e Identità, è uscito per Mimesis a ottobre 2019.

 

Con Emmanuel Levinas è il punto d’arrivo di un cammino che partendo da Levinas riporta a Levinas; un cammino che, però, non ha la forma di un cerchio, ma piuttosto di una spirale, giacché non si tratta di ripetizione ma di un ricominciamento sempre di nuovo, di una ri-scrittura; una specie, insomma, di eterno ritorno di una passione intellettuale sempre viva e riattualizzata da continue riflessioni intorno a questa importante figura della filosofia del Novecento, alla luce degli avvenimenti che si sono succeduti, fino all’attuale configurazione della globalizzazione. Una riflessione non interrotta, benché essa non abbia escluso l’ascolto di altre parole come quelle di Bachtin, Kierkegaard, Peirce, Marx, Blanchot, Bataille, Barthes, Kristeva, Rossi Landi, Schaff, Sebeok, oltre che di Giuseppe Semerari, il suo maestro di Filosofia teoretica. Leggi il seguito di questo post »

Pasolini politico?/2

di Daniele Maria Pegorari

All’intervento di Pasquale Vitagliano sulla possibile attualità politica di Pier Paolo Pasolini, pubblicato dal blog di «incroci», risponde questa nota del condirettore della rivista, auspicando che altri vogliano condividere o intervenire (con commenti o altre proposte di articolo). Allo scadimento del confronto ideale nelle forme del chiacchiericcio e dello slogan a effetto – che tanto sta corrodendo l’intera scena politica contemporanea – si può forse reagire con una più ragionata articolazione del dibattito democratico.

 

L’articolo che Pasquale Vitagliano (giornalista e poeta) ha dedicato alla riflessione su una formula politica molto problematica – quella pasoliniana della «destra sublime» – ha il merito di ricordare a «incroci» una delle sue vocazioni principali: quella di innestare lo studio della letteratura (e di altre discipline umanistiche) nel fuoco dell’attualità, onde trarne lo stimolo per una critica costruttiva e ricavarne dei paradigmi interpretativi generali e particolari. Più semplicemente, delle agognate ciambelle di salvataggio nei marosi della società liquida. A quella tragedia in cui Pasolini fece comparire quello strano sintagma – «destra sublime», appunto – mi sono rivolto una dozzina d’anni fa, quando Pasquale Voza ne diede una nuova edizione (purtroppo ora introvabile), con un’introduzione che già si arrovellava intorno alla plausibilità politica della vicenda rappresentata. Il punto è che Bestia da stile è un’opera teatrale difficile, ossessiva e ossessivamente incompleta, ‘interminata’ e interminabile, come tutte le ultime opere di Pasolini. Leggi il seguito di questo post »

Pasolini politico?

di Pasquale Vitagliano

«Il volgar’eloquio: amalo». Da questo verso deriva il titolo del libretto che trascrive il colloquio tenuto da Pier Paolo Pasolini con un gruppo di docenti e di studenti il 21 ottobre 1975 presso la biblioteca del liceo classico “Palmieri” di Lecce sul tema “Dialetto e scuola”. Il testo venne edito un anno dopo per le edizioni Athena di Napoli, a cura di Antonio Piromalli, professore dell’Università di Cassino, tra gli organizzatori dell’incontro su iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione, e dell’antropologo Domenico Scarfoglio. Si tratta dell’incipit del monologo di Bestia da stile, una tragedia allora inedita, e che fu concesso dalla nipote di Pasolini, Graziella Chiarcossi, la quale ne conservava l’originale dattiloscritto. Il colloquio parte proprio da questi versi. Pasolini stesso precisa che si tratta dell’ultima strofa e che essa «cita e, in un certo senso, rifà e mima i Cantos di Pound». Leggi il seguito di questo post »

Ricordo della Presidente AIB e redattrice di «incroci»

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

“La cura”: basterebbe il titolo di una nota canzone del suo autore preferito, Franco Battiato, per ritrovare il senso del passaggio terreno di Maria, spentasi un mese fa, dopo una dolorosa malattia. «L’angelo dei libri» l’ha definita «la Repubblica» il 2 marzo e, in effetti, tutta la sua vita è stata dedicata alla promozione dello studio e della lettura, sin da quando, mentre già operava come bibliotecaria, partecipava alla fondazione di «incroci», di cui fu redattrice fino al 2008. Nel primo numero apparve il suo saggio Per Artemisia. Note per una ricerca tra storia (dell’arte) e invenzione (letteraria): un’altra traccia rivelatrice non solo della sua curiosità culturale, ma anche della sua concezione della conoscenza come militanza civile. Riproduciamo qui l’articolo apparso il 2 marzo su «la Gazzetta del Mezzogiorno», che ringraziamo per la generosa disponibilità.

Nella Chiesa di S. Barbara dei Librai, nei pressi di Campo de’ Fiori, si legge una lapide latina dedicata ai «Confratelli di Bibliopoli finché alfine sia aperto il libro dell’eternità». La conosceva bene Maria Antonietta Abenante che nella Città Eterna ha potuto leggere le sue ultime pagine, prima che una terribile malattia, con cui ha lottato duramente due anni, ne fiaccasse anche la vista e infine le spegnesse il respiro, nella tarda sera di giovedì 28 febbraio 2019. Di libri ella aveva riempito la sua vita, dagli anni del liceo in provincia di Crotone, dove era nata il 13 aprile 1969, a quelli dell’Università di Bari, dove si era laureata in Lettere, discutendo con Grazia Distaso un pionieristico studio sulla drammaturgia di Mario Luzi. Ma chi ha avuto il privilegio di starle accanto in gioventù e per molti anni (un privilegio che deve essere pareggiato oggi da un’infinita gratitudine) sa che la sua più profonda passione era la scienza del libro, a cui era stata avviata da Pietro Sisto. Leggi il seguito di questo post »

Basilico

 

 

 

di Valeria M.M. Traversi

Fabio Menga è nato nell’estate del 1974 nella sua amata città di Bari. Quando tornava ‘giù’ la prima cosa che faceva era una passeggiata sul lungomare, mangiando un pezzo di focaccia calda. La vita, il lavoro e, forse, anche un certo richiamo campestre lo avevano portato da molti anni ormai nella provincia di Siena dove ha letteralmente conquistato il cuore di studenti e colleghi delle scuole medie in cui ha insegnato Lettere con il suo entusiasmo, le sue idee e i suoi progetti sempre sostenuti da un altissimo senso del dovere e da un profondo rispetto per l’insegnamento. Una terribile malattia lo ha portato via il 5 novembre 2018. Il vuoto che ha lasciato è grande, ma solo apparente, perché la sua energia costruttiva, solare, propositiva continua a vibrare come sua eredità più vera e più autentica tra tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Un seme di questa sua rinnovata presenza è già nel sogno di un’amica e collega di antica data, offerto a «incroci» in forma di racconto. 

Oggi posso dormire qualche minuto in più, non ho l’ansia della prima ora. Sono passate da poco le sette e il profumo del caffè mi ha raggiunto fin sotto le coperte, mi stuzzica le narici, vorrebbe invitarmi al risveglio, ma non riesce a tentarmi fino al punto di farmi rinunciare al tepore del letto. Leggi il seguito di questo post »

Sei mesi fa, il 9 gennaio 2017, ci lasciava, all’età di novantun anni il grande sociologo e filosofo anglo-polacco Zygmunt Bauman. «incroci» rende un piccolo omaggio alla sua memoria, con una riflessione di Anna Acquaviva intorno a uno dei nodi cruciali della sua riflessione: la destrutturazione dell’identità e delle relazioni.

di Anna Acquaviva

Zygmunt Bauman, a sei mesi dalla sua morte, lascia un vuoto intellettuale incolmabile nella società attuale, la quale necessita ancora di quell’analisi sociologica del mondo che forse solo Bauman era stato in grado di compiere. Importante e influente pensatore, lucido e analitico osservatore del nostro secolo, professore emerito di sociologia presso le università di Leeds e di Varsavia, instancabile spettatore del mondo e degli aspetti sociali che lo caratterizzano, Bauman ha sempre cercato di analizzare ‘chirurgicamente’ gli aspetti del reale e soprattutto il ruolo che gli uomini hanno assunto in relazione ad esso. Alle soglie del terzo millennio, presentò per la prima volta, in maniera compiuta e puntuale, la sua geniale quanto profetica visione, o meglio versione, della modernità, una modernità liquida (espressione che preferì a quella di postmoderno, divenuto oggetto di confusione e diffidenza), che come un liquido straborda a infettare tutto ciò che tocca. Simbolo del nostro secolo e della sua liquidità, frutto acerbo degli stravolgimenti che la modernità liquida ha portato con sé, è stato per Bauman l’uomo narcisisticamente isolato, che si presenta ancora oggi tanto evoluto quanto egocentricamente solo, incapace di riflettere lucidamente e in maniera indipendente sugli eventi che caratterizzano questi anni, essendo racchiuso nel suo ego e rimanendo schiavo delle paure nate dal contatto con l’esterno. Leggi il seguito di questo post »

 

 

La letteratura oltre il Nobel

di Salvatore Ritrovato

Non so quanto valga la pena sollevare polemiche sull’assegnazione del Nobel a Dylan. In fondo, Dylan è anche poeta in senso tecnico, cioè ha scritto poesie e prose che si possono leggere senza imbracciare la chitarra elettrica. La sua produzione è stata più volte edita in Italia, sin dagli anni Settanta, ed è stata di recente sistemata da Alessandro Carrera per Feltrinelli, con il titolo Lyrics; un titolo ammiccante, poiché riporta il lettore colto alle origini della tradizione poetica occidentale, cioè a quella ‘lirica’ greca arcaica che ebbe una diffusione orale e cantata, prima che scritta, ma che sarebbe piaciuto anche a Giosue Carducci che tenne a battesimo la giovane e intraprendente Annie Vivanti suggerendo il titolo della sua prima raccolta di versi, Lirica. Non sono un esperto di Dylan, e non saprei dire se il giovane Allen Zimmerman, che a inizio carriera si ribattezza Dylan in memoria di Dylan Thomas, consolidi la sua vocazione proprio al Greenwich Village, il quartiere universitario frequentato dai poeti della beat generation. Senza dubbio li avrà conosciuti e letti come tanti altri giovani di quegli anni, e con alcuni di essi intratterrà rapporti di collaborazione artistica (per esempio con Allen Ginsberg). Leggi il seguito di questo post »

 

 

 

Il Premio Nobel a Dylan: la letteratura accoglie la canzone d’autore

di Sara Notaristefano 

Dalla curatrice di “Note di poesia. Canzoni d’autore in lingua italiana, inglese e francese”, antologia di testi per canzone edita da Stilo, una riflessione sull’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan.

 

“Se Bob Dylan può vincere il premio Nobel per la Letteratura, Stephen King deve entrare a far parte della Rock and Roll Hall of Fame” (J. Pinter); “E’ come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias perché c’è una bella musicalità nella sua narrativa” (A. Baricco). Queste sono solo due delle reazioni velenose scatenate dall’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan. La prima citazione proposta non è degna di essere commentata, perché Pinter avrebbe dovuto tirare in ballo uno scrittore la cui produzione abbia qualcosa di lontanamente musicale, come, più correttamente, si è preoccupato di fare Baricco, la cui osservazione, però, lascia intendere che un testo, anche se pregevole, solo perché scritto per un accompagnamento musicale, non sia letterario. Numerose persone, poi, convinte che la letteratura comprenda solo romanzi, poesie e tutt’al più racconti, hanno scritto su Facebook, in perfetto stile “Chissà-dove-andremo-a-finire”, che, di questo passo, saranno insigniti del Premio Nobel per la letteratura anche gli autori di alcune acclamate serie TV! Leggi il seguito di questo post »

libri2L’ipertrofia editoriale della poesia

 

di Daniele Giancane

Credo che sia il caso – finalmente – di riflettere criticamente sul ruolo della poesia in Puglia, sulla sua ‘visibilità’, sulle sue prospettive. Occorre anzitutto ribadire un elemento fondamentale, che purtroppo sfugge ai giovani poeti (e sul quale sorvolano molti poeti ‘anziani’): il proliferare di readings, incontri, festival, presentazioni di libri di poesia – ormai in ogni luogo della nostra regione, non significa per nulla un aumento della lettura nella nostra Puglia, che purtroppo resta agli ultimi posti in Italia. Conferma che si scrive molto, si legge poco.

Tutti ormai scrivono (magari su Facebook), postano poesie e racconti, senza leggere nulla; mi capita sovente di incontrarmi con giovani che mi danno a leggere il loro lavoro, ma quando chiedo loro cosa hanno letto della poesia del Novecento, almeno la più nota e ovvia – da Masters a Lorca – non sanno cosa rispondere. Si scrive e non si legge. Ma sta montando un’altra illusione, alimentata da editori senza scrupoli (in Puglia ce ne sono diversi): che, una volta stampato un libro (a spese dell’‘autore’ o di cui, comunque, l’‘autore’ è costretto a comprarsi molte copie, almeno per distribuirlo a parenti e amici, il che è uguale, se non peggio), pensano che fare promozione del testo significhi presentarlo in qualche vociante serata di piazza o in qualche pub o in qualche libreria, incontri a cui si presentano esclusivamente amici e parenti del cosiddetto ‘autore’). Leggi il seguito di questo post »

LA  NEVE  A  ZURIGO   

Ricordo di Giorgio Messori a dieci anni dalla morte

 

 

di Alida Airaghi

 

Nel volume di Giorgio Messori Storie invisibili c’è un racconto intitolato La neve a Zurigo. E’ il primo che ho letto, con commozione particolare, perché io ho conosciuto Giorgio proprio a Zurigo, e dopo di allora ci siamo persi di vista. Insegnavo italiano per il Consolato dal 1978, lì vivevo con mio marito Siro Angeli e con le nostre due bambine. Il lavoro che svolgevo non era gratificante, ma era molto ben retribuito, e mi dava la possibilità di vivere con relativa tranquillità la mia non facile situazione familiare in una città bella, efficiente, ricca. Leggi il seguito di questo post »

medi(t)ando2Crociate moderne e oscurantismo antico

 

 

 

 

 

di Sara Ricci

 

Non c’è niente da fare. La maledizione del lunedì si abbatte su di me ogni settimana, disseminando la mia esistenza di indizi talvolta microscopici uniti a prove tangibili della sua potenza. Stamattina la sveglia, anziché suonare come di consueto alle 6, ha deciso di trillare imperiosamente alle 4.22, interrompendo il mio sonno inquieto a mala pena dopo due misere ore; il risveglio improvviso mi ha letteralmente catapultata giù dal letto, consentendomi di testare la solidità del parquet con l’ampia superficie della mia fronte, attualmente non priva di sinuosi rilievi collinari e bitorzoli da impatto. Sono scesa in cucina per annegare la mia disperazione in una intera caffettiera napoletana, piacere lento e meditativo che mi concedo per invertire la tendenza disastrosa di giornate come questa.

Ed è in quel momento che ho commesso l’errore. Sarà stato il fastidio del pigiama che pizzicava come una cotta di maglia, la testa pesante come fosse incorniciata da un grande elmo, il cucchiaio brandito a mo’ di daga ma ho avuto sentore di medioevo sin dal primo sorso di caffè. E accendendo il pc per la mia quotidiana rassegnata rassegna stampa mi sono imbattuta in un resoconto delle recenti manifestazioni di piazza che hanno visto sfilare da una parte gli strenui difensori della tradizionale sacra famiglia eterosessuale (possibilmente santificata in chiesa perché il matrimonio civile è una presa per i fondelli oltre che un insulto a Dio), dall’altra orde colorate di pervertiti di ogni sorta inneggianti a improponibili idee di uguaglianza e anacronistica parità di diritti tra esseri umani. Crociate moderne, secondo la definizione ricorrente, che attinge a un lessico e a un immaginario oscurantista da apocalisse imminente unita ad estinzione della specie a causa della dilagante peste omosessuale. Leggi il seguito di questo post »

 

levi1Lo spazio bianco di Primo Levi

 

  

di Sara Ricci

Che suono ha il silenzio? Me lo domando sfogliando lentamente questo libro consunto, le cui pagine si tengono insieme grazie a un filo di cotone sottile che resiste ostinato alle angherie del tempo, mentre la carta, ingiallita e sfatta, reca tracce del passaggio delle nostre mani. Prima edizione, 1947. Ricordo di averlo letto a dodici anni, in una estate afosa e interminabile trascorsa al mare, alternando nuotate e compiti per le vacanze, solfeggi parlati e cantati e risoluzioni di accordi. Ricordo l’odore di quelle pagine, sopravvissute a numerosi traslochi e all’aria salmastra che le aveva rese umide e grevi, come la terra di un cimitero. Seguivo le macchie di muffa disegnando nella mente figure senza senso. E leggevo cose incomprensibili. Scritte con parole nude, spoglie, prive di orpelli. Soppesate al milligrammo, con una bilancia di precisione, stilistica e morale, che impedisse l’esubero, il superfluo, il sentimentale.  Leggi il seguito di questo post »

 

Lettera aperta per “Margherite ad Auschwitz”

  

di Daniela Bisagno

Genova, 27 gennaio 2016

«Dalla cenere nasce il germoglio dell’ardore»
Nelly Sachs, Lettere dalla notte

Cara Valeria Traversi,

ho terminato il mio viaggio attraverso le poesie sulla Shoah, raccolte (mi verrebbe da dire, fiorite, se non fosse una metafora un po’ troppo scontata) nel suo libro, e vorrei provarmi a dirle qualcosa dei pensieri, delle impressioni, che la lettura di questa antologia mi ha suscitati, evitando, per quanto mi sarà possibile, di suonare corde a vuoto, di restare intrappolata in mezzo ai binari di una retorica… blasfema. Una via che lei del resto provvede subito a sbarrare, già sin dal titolo, che accostando due inavvicinabili (la bellezza e l’orrore, la speranza e quel nome, ormai diventato sinonimo di un lutto per il quale ogni fuga nella consolazione risulta vietata) ci invita a guardare non solo al di là della cenere, come diremmo parafrasando Nelly Sachs, ma nella cenere. Quel quasi-nulla che, investito dal soffio primaverile della metamorfosi, fiorisce come un germoglio (Trieb): diviene parlante. «Nei pressi del campo riemergono continuamente i frammenti di ossa, ultime vestigia dei corpi carbonizzati… ossa e margherite dal Lager!», lei scrive nell’Introduzione. Anche queste parole mi hanno ricondotto a Nelly Sachs, segnatamente a un brano delle sue Lettere dalla notte, in cui, accennando agli scavi archeologici iniziati dopo la distruzione di Gerico, l’autrice si domandava quale ardore stesse nascendo lì, fra i cocci d’argilla della città bombardata. Forse la poesia, le parole sorte dalla cenere sono le mandorle in cui si distilla questo ardore, come nelle reliquie dei santi opera, silenziosa, una scintilla della santità (qadosh). Leggi il seguito di questo post »

 

Margherite ad Auschwitz. Poesie sulla Shoah. 

A cura di Valeria M.M. Traversi

Stilo, Bari 2014

 

  

di Raffaele Pellegrino

È possibile, senza alcun dubbio, definire l’opera di Valeria M.M. Traversi, Margherite ad Auschwitz. Poesie sulla Shoah, come un insieme di tre opere cucite sapientemente e criticamente.

La prima opera nell’opera è descritta dal titolo: si tratta di una raccolta di poesie sulla Shoah, appunto, ordinate secondo un criterio cronologico che parte dal 1933, anno di apertura del campo di concentramento di Dachau, per rimanere aperta ancora ai giorni nostri. Il senso cronologico è affiancato da una scelta letteraria come testimonia la divisione in 3 sezioni. Nella prima sezione la voce è dei testimoni diretti, i poeti, gli artisti dietro il filo spinato: da dove scaturisce l’esigenza di scrivere in quelle condizioni estreme, di fare arte nei campi di concentramento, i laboratori di violenza del totalitarismo nazista, le fabbriche della morte (come li definì la Arendt)? Leggi il seguito di questo post »

imm1Satira e saturazione mediatica. Noterella su «Charlie Hebdo»

 

 

 

 

di Sara Ricci

 

Dovevo intuirlo dal grigiore di quella mattina di inizio gennaio densa di presagi funesti: il caffè improvvisamente finito, la doccia interrotta nella fase critica dello shampoo che cola urticante negli occhi, lo sciopero non concordato della caldaia,  l’esplodere del morbo influenzale per chiudere in mestizia la tregenda natalizia. Erano chiari segnali che la saggezza popolare non sbaglia mai e che, malgrado non abbia mai trovato zampe di gatto nel lardo e che sul “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrei scrivere un breve trattato di antropologia coniugale, il Leitmotiv “anno bisesto, anno funesto” ha caratterizzato le mie riflessioni mattutine post terza tazzulella di caffè.

Sull’ecatombe artistica e culturale che si è verificata in questi giorni tacerò per lutto (non mi sono ripresa ancora dalla morte di Lou Reed, figuriamoci se riesco a metabolizzare la scomparsa di David Bowie; e Alan Rickman, purtroppo per lui ricordato quasi esclusivamente come il Severus Piton di Harry Potter; e Franco Citti che “ma non era già morto? No, quello era Sergio”, ieri Michel Tournier alla veneranda età di duecento anni, ma la scrittura, quella, è immortale; oggi Glenn Frey, lo storico fondatore degli Eagles che torna a volare con le aquile). Insomma, un superlavoro per gli amanti del necrologio quotidiano, per i commentatori compulsivi da social network, per tutti coloro che, come me, a prima mattina si immergono nel vortice della comunicazione come in un bagno rilassante che si conclude con l’accidentale caduta di un asciugacapelli acceso nella vasca. Leggi il seguito di questo post »

 

checcozaloneChecco Zalone e l’ideologia della precarietà / 2

 

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Non mi stupisce il fatto che un prodotto culturale commerciale possa avere tanto successo, ottenere tanta pubblicità e incassare tanto denaro. Accade periodicamente e, peraltro, se non accadesse, non avremmo soltanto un altro comico disoccupato, ma l’intero sistema della produzione culturale ne sarebbe minata. Non ho mai ipocritamente tuonato contro le sexi-commediacce e i cine-panettoni vanziniani e nemmeno contro le canzonette (di cui, anzi, sono abbastanza ghiotto): sono stato un ‘ragazzo degli anni Ottanta’ e la consuetudine con l’industria culturale fa parte del mio dna.

Quello che invece mi ha stupito di Quo vado? è l’immediato interesse della politica (che invece non si era affatto mossa intorno ai precedenti film di CheccoZalone e Nunziante): questa attenzione decisamente seriosa, nonostante l’apparente leggerezza che il mattatore continua a professare, impone di leggere in questo film qualcosa di diverso. Sì, ha ragione Giuseppe Angiuli (che, per inciso, difende il posto fisso non certo pro domo sua, visto che è un libero professionista, forse da una quindicina d’anni): il film è sostenuto dal sistema mediatico perché piace la sua utilizzabilità come manifesto occulto dell’ideologia della precarietà esistenziale. Leggi il seguito di questo post »

 

checcozaloneChecco Zalone e l’ideologia della precarietà

 

 

 

 

di Giuseppe Angiuli

 

Le vie della manipolazione mentale e del condizionamento culturale – come si sa – sono infinite.

Viviamo un periodo storico contraddistinto per tutti, specie per le giovani generazioni, da una strutturale precarietà che ogni giorno di più si estende inesorabilmente a tutte le tipologie di relazioni tra le persone.

In particolare, il fenomeno della precarizzazione dei rapporti lavorativi e di quelli amorosi sembra ormai affermarsi come la principale tendenza socio-antropologica di questo secolo e nessuno sembra avere la forza per fermare tale immane processo di cambiamento culturale, al punto che ormai nella nostra società si assiste a delle incisive modifiche di fondamentali abitudini di vita a cui solo fino a pochi anni fa tutti sembravamo abituati: in ogni campo, ad affermarsi è la cosiddetta “società liquida” ben descritta dal sociologo Zygmunt Bauman. Leggi il seguito di questo post »

PremioNei paraggi di premiopoli

 

 

di Lino Angiuli

 

«Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori»: la frase che campeggia sulla sommità del Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur andrebbe periodicamente chiosata e aggiornata, per verificarne la portata e la tenuta ovvero la distanza tra le mappe valoriali di allora e di ora, tenendo presente che il Duce ebbe a pronunziarla il 2 ottobre del 1935, rivolgendola contro le Nazioni Unite, che avevano osato condannare l’Italia per l’aggressione all’Abissinia.

Quanto alla prima categoria, essa può ancora stare in pole position, se si considera che sono quasi duemila i titoli annualmente prodotti dai nostri versificatori, nonostante i lettori di poesia, in Italia, si debba cercarli con il lanternino. Insomma, meno si legge e più si scrive, eppure la categoria non arretra, non si perde d’animo e resiste, nonostante qualche critico torni ciclicamente a dichiarare ex cathedra la “morte della poesia”. Leggi il seguito di questo post »

di Cecilia Mangini

Tutti o quasi si sono sbrigati a salutarlo una volta per sempre, a fasciarlo di elogi riducendolo a una mummia immota, celebrandolo per una vecchiaia che tanto ormai conta quanto il due picche, dichiarandolo sconfitto non con l’amarezza con cui lui si definiva, ma con un malcelato sospiro di sollievo, esaltandolo per la carica di Presidente della Camera, oggi che la Costituzione conta sempre meno e sempre meno conterà. Della sua elaborazione politica, nata in  seno alla sua corrente e che in Italia e perfino nel suo Partito è stata marginalizzata, non sembra ricordarsi nessuno, complice forse lui stesso che negli ultimi anni preferiva descriversi come un idealista con gli occhi rivolti alle sfere celesti. Leggi il seguito di questo post »

«LA REALTÀ È SUPERIORE ALL’IDEA» E «IL TEMPO È SUPERIORE ALLO SPAZIO».

 L’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO SULLA «CURA» DELL’AMBIENTE

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Pensata come una lettera indirizzata «a tutte le persone di buona volontà» (n. 62) e non solo al popolo dei credenti in Cristo, l’enciclica Laudato si’, data il giorno di Pentecoste del 2015, terzo del pontificato di papa Bergoglio, è una riflessione morale sulla relazione stretta fra crisi ambientale e modello di sviluppo, che merita di entrare nel dibattito ideologico contemporaneo per la chiarezza delle proposizioni e per il coraggio con cui chiama in causa categorie e nodi concettuali altrove ritenuti spinosi, come «il lavoro» in quanto «senso della vita su questa terra» (n. 128), il «mondo postmoderno» (n. 162) o «post-industriale» (n. 165) e la «decrescita» (nn. 191-198). La struttura del ‘genere letterario’ è rigorosamente rispettata, col costante richiamo alla tradizione biblica (soprattutto veterotestamentaria, mi è parso) e alla tradizione magisteriale, con una comprensibile ricorrenza dei documenti dei due papi più recenti e della stessa esortazione apostolica Evangelii gaudium pubblicata da Francesco il 24 novembre 2013, giacché la tematica di stringente attualità scoraggia la ricerca di fondamenti dottrinali troppo indietro nel tempo. Stupisce favorevolmente la frequente citazione di documenti collettivi (come quelli di diverse conferenze episcopali non italiane) che confermano il carattere di novità del papa argentino: il suo cercare la nobiltà della Chiesa nella sua interezza, nel suo ‘corpo’, più che nella saldezza dell’auctoritas. Fa parte di questo carattere nuovo anche lo stile colloquiale dell’enciclica, la semplicità del dettato, l’abitudine a tornare sui nodi prediletti, temendo più di non essere compreso che di ripetersi. Leggi il seguito di questo post »

di Daniele Maria Pegorari

La recente uscita per Minimum fax di un bel libro di Alessandro Gazoia (noto nella blogosfera come Jumpinshark), Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale, sollecita nuove riflessioni a sostegno del nesso, a mio avviso molto stretto, fra precarizzazione dell’esistenza, crisi del capitalismo e digitalizzazione della filiera editoriale. Nel mio post precedente (a proposito di un saggio di Alessandro Ludovico) avevo puntato il dito sull’impermanenza delle fonti online, col paradosso per il quale il web è, sì, lo spazio in cui l’informazione raggiunge la sua massima intensità di flusso e, per certi aspetti, la sua eternità (una calunnia individuale, un documento pedopornografico, una falsificazione ideologica possono non sparire mai, a patto che qualcuno ne abbia salvato il contenuto e magari l’abbia sprofondato nel deep web, dove potrà continuare a propagarsi come un virus o come un parassita), ma al contempo è un archivio in cui le fonti possono rapidamente e senza preavviso essere spostate, rimosse o collocate sotto altra ‘etichetta’, divenendo, di fatto, generalmente non rintracciabili. Il che, invece, sarebbe un diritto inalienabile per chiunque, oltre che un’inderogabile necessità epistemologica. Gazoia, concentrando la propria attenzione soprattutto sul tema del self-publishing (e indichiamo così, complessivamente, sia i siti di auto-pubblicazione di libri elettronici, sia le piattaforme dei blog gratuiti, proprio come quella su cui ‘si appoggia’ il blog che stai leggendo), suona l’allarme per i tanti autori digitali che affidano i propri contenuti a questi nuovi media, ignorando la loro pericolosissima labilità. Leggi il seguito di questo post »

Alessandro Ludovico, Post-digital print. La mutazione dell’editoria dal 1894

CaratteriMobili, Bari 2014

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Dopo un’edizione olandese nel 2012, è da poco uscito in Italia per Caratterimobili Post-digital print. La mutazione dell’editoria dal 1894, un libro di circa duecentocinquanta pagine scritto da Alessandro Ludovico, studioso dei media formatosi nei centri di ricerca di Rotterdam e Cambridge. Se letto a confronto col pur recente Libro di Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri, Torino 2014), questo nuovo contributo al dibattito sul presente e sul futuro dei linguaggi e delle tecnologie editoriali rivela grande originalità e complementarità rispetto al saggio del presidente del Centro per il libro e la lettura; quanto quest’ultimo pare storicisticamente orientato a dimostrare la continuità fra il libro elettronico e le precedenti fasi della scrittura, della conservazione e della distribuzione della cultura testuale, quasi giustificando idealisticamente l’ineluttabilità della transizione verso la cultura immateriale, tanto il fondatore di «Neural» e del network elettronico Mag.net redige, sì, una storia dell’editoria dei secoli XX e XXI, ma consegnandoci un disegno molto più inquieto e conflittuale, fatto di precoci profezie circa la morte della carta (addirittura già nel 1894, col racconto francese La fin des livres di Octave Uzanne e Albert Robida) e di clamorose smentite determinate da più fattori che concorrono alla resistenza della carta, a cominciare dalla consuetudine millenaria con la lettura e la conservazione di supporti fisici (cosa che non si può dire delle modifiche dei media audio-video, a cui spesso pretestuosamente vengono associate le rivoluzioni tecnologiche che stanno interessando il libro), per passare alla radicata convinzione che la stabilità del testo sia direttamente proporzionale alla sua affidabilità, per concludere con l’attribuzione alla stampa di un valore rivoluzionario (in senso politico e in senso contro-culturale) che le deriverebbe da una lunga tradizione e che non evaporerebbe nemmeno di fronte alla capacità della rete di creare grandi e veloci movimenti di massa (cfr. cap. i, pp. 20-43). Leggi il seguito di questo post »

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di Daniele Maria Pegorari

logo incrociGentili e meno gentili lettori del blog di «incroci»,

è forse opportuno ricordare che questo è un blog moderato, non nel senso politico del termine, ma nel suo senso tecnico e filosofico. Tecnicamente moderato, perché appartiene a quella categoria di blog in cui gli interventi (come avviene nelle ‘lettere al direttore’ della carta stampata), prima di essere pubblicati, vengono filtrati da un redattore, il quale non ha il mandato di giudicare i contenuti culturali o la pertinenza con l’argomento del forum o la qualità dell’articolazione concettuale, bensì quello di verificare se il commento risponde al galateo che si conviene a delle donne e a degli uomini di lettere. Filosoficamente moderato, perché, come ci ricorda Mario Perniola nello splendido saggio einaudiano Contro la comunicazione, è proprio del filosofo mettere da parte ogni aggressività, non limitarsi a riconoscere il diverso, ma riuscire a comprendere l’irriducibilmente differente. Con ogni evidenza, un lit-blog, un blog letterario come il nostro non può che essere un luogo in cui le opinioni sui fatti culturali si possono esprimere entro questi precisi limiti alla libertà. Leggi il seguito di questo post »

 

di Lino Angiuli

 

In effetti, servono dosi massicce di lucida attenzione per evitare che certe occasioni e certi anniversari possano attivare la sindrome della “secchia rapita” caratterizzata da una rumorosa sintomatologia non scevra di rischi feticistici o provincialistici.

Per un uomo-poeta che ha saputo mettere insieme il Sud e l’Europa (che prodezza!), si può e si deve applicare un approccio in grado di coniugare salentinità (pugliesità direi o, ancora meglio, meridianità) e mondo (visto che tramite la porta aperta sulla Spagna, grazie alla sua lezione e al principio dei vasi comunicanti, si è aperta anche una finestra sul continente ispanofono dell’America latina). Leggi il seguito di questo post »

 

di Salvatore F. Lattarulo

 

Restituire la memoria del leccese Vittorio Bodini a Lecce è una di quelle tautologie provincialotte da cui bisogna pure che ci si curi una buona volta. Come si fa con certe fastidiose malattie che, a furia di trascurarle, diventano croniche e, alla fine, irreversibili. Giorni fa è apparsa sull’edizione di Lecce del “Nuovo Quotidiano di Puglia”, giornale di punta del Salento, un’intervista a Valentina Bodini. Il succo era questo: la figlia del poeta che vive e lavora a Roma può essere una eccellente testimonial delle celebrazioni del centenario bodiniano in programma a Lecce e dintorni. Un auspicio che però capovolge i termini del problema. Leggi il seguito di questo post »

un intervento di Tommaso Montefusco*

Quando si parla di letteratura e cultura umanistica occorre prima di tutto avere attenzione per la formazione e per le problematiche che attraversano la scuola e l’Università. In quest’ottica accogliamo il contributo di un nostro lettore, Tommaso Montefusco, che, all’atto di andare in congedo dopo una lunga esperienza come preside nei Licei, ha scelto di affidare al blog di “incroci” alcune sue riflessioni, forse non del tutto “politically correct”, ma, ci auguriamo, stimolanti per il nostro dibattito

«L’Italia è l’unico paese dell’area dell’Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria. All’opposto, nello stesso periodo i Paesi dell’Ocse hanno aumentato in media del 62 per cento la spesa per studente negli stessi livelli d’istruzione». Questo ha affermato l’OCSE in un documento pubblicato a Parigi il 25/06/2013! Non si dimentichi che i Governi Berlusconi-Monti, dal 2008 al 2012, hanno tagliato 8 miliardi e 120.000 posti nella scuola pubblica.

Quando il sistema dell’istruzione assume le dimensioni attuali (10 milioni di alunni, 10.000 scuole, 700.000 docenti) e deve essere anche necessariamente democratico, allora bisogna cambiare andazzo. Leggi il seguito di questo post »

 

di Salvatore F. Lattarulo

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Provo a riassumere in tre mosse l’intervento di Daniele M. Pegorari sul tema della “grande crisi della poesia” oggetto del dibattito a più voci che ha preso piede sul sito telematico di “incroci”. La poesia, dunque, sarebbe in crisi perché: a) se ne scrive troppa; b) è sganciata dalla realtà; c) è autoreferenziale. Se la sintesi è corretta, benché un filino disinvolta e certo avara rispetto al denso e articolato argomentare dell’originale, mi prendo la licenza di ragionare solo intorno al primo punto, che, mi pare, costituisca un sintomo chiaro attraverso cui poter elaborare una diagnosi allargata dello stato di salute generale del mondo della letteratura e dell’arte di casa nostra. Leggi il seguito di questo post »

 

di  Lino Angiuli

Per il centenario della nascita di Vittorio Sereni, la Biblioteca Aragno ha puntualmente proposto una raccolta di interventi e contributi che Pier Vincenzo Mengaldo ha dedicato, nel tempo, al “capostipite” della cosiddetta “linea lombarda”, suo grande amico, confermando, ove mai ve ne fosse bisogno, che: volume dopo volume, Nino Aragno ci sta offrendo un catalogo di grande valore; Mengaldo ha scritto delle pagine imprescindibili per poter attraversare la vicenda e la lezione di Sereni; a quest’ultimo vanno riconosciuti meriti che trascendono la sfera prettamente poetica. Leggi il seguito di questo post »

 

un intervento di Giorgio Linguaglossa

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Il dibattito avviato con la Lettera aperta di Daniele Maria Pegorari a Eugenio Lucrezi ha suscitato finora diversi commenti, oltre a una risposta e a una replica dei due interlocutori ‘principali’. incrocionline ospita ora volentieri un intervento di Giorgio Linguaglossa, la cui origine è negli interventi militanti di quest’ultimo, apparsi anche nel blog moltinpoesia.wordpress.com. L’intervento di Linguaglossa  può essere letto qui di seguito oppure può essere aperto in formato pdf cliccando qui: intervento di linguaglossa

Vorrei iniziare con un riferimento ad Adorno tratto da Dialettica negativa, e precisamente nel capitolo dove il filosofo tedesco dichiara che dopo Auschwitz un sentire si oppone a ciò che prima del genocidio si esprimeva tramite il senso. E aggiungeva che nessuna parola con tono pontificante, quand’anche parola teologica, ha legittimità dopo Auschwitz. Come sappiamo, il filosofo tedesco assegna al genocidio di massa un valore radicale, e lo cita come rovina del senso. Leggi il seguito di questo post »

 

di  Daniele Maria Pegorari

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Caro Matteo (e caro Eugenio, caro Gianmario, caro Giorgio, cari lettori di «incroci»),

nei miei studi sulla poesia contemporanea ho sempre fatto appello alla mia equidistanza dai diversi filoni di scrittura. Per me non esistono gerarchie fra metafisica, sperimentalismo, neodialettalità e realismo: quello che mi ha stancato non è uno specifico genere della poesia, ma il fatto che TROPPI poeti scrivono TROPPO, ripetendo cose già dette MOLTE VOLTE. Leggi il seguito di questo post »

 

di  Eugenio Lucrezi

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Caro Daniele,

 

ti rispondo partendo dal testo che tu, scegliendo tra quelli presentati nel megamicro che Mariano Bàino, curatore della collana, e Francesco Forte, editore di oèdipus, mi hanno dato l’opportunità di pubblicare, offri in lettura ai frequentatori di questo luogo di condivisione a disposizione degli amici dalla rivista Incroci. Frequentatori che non sono di certo passivi fruitori di florilegi e di altri exempla del bello, e non possono non farsi, a loro volta,  inventori e rimestatori della poesia, dei suoi svolgimenti e dei suoi significati.

Il testo, dedicato ad un Maestro che mi onora della sua amicizia, porta un titolo che è già di suo un liofilizzato del discorso poetico, essendo in un tempo oggetto iconico (figura artificiosa costruita per evidenziare urgenze della mente o derive emozionali in forza della sola presentazione segnica), figura retorica (si tratta infatti di un palindromo, se pur parziale), condensato di significati (nell’anticipato racconto di un’agnizione mancata, che è poi il contenuto narrativo della poesia). Leggi il seguito di questo post »

 

di  Daniele Maria Pegorari

amebapinupCarissimo Eugenio,

fra ieri e oggi ho letto le tue Mimetiche (Oèdipus, Salerno-Milano 2013), finalmente: da un mese e mezzo, infatti, sono immerso in un ciclo intensivo di letture (e solo in parte di scritture), nell’intento di colmare un certo ritardo e informarmi sulle ultime scritture dei miei amici. Così è giunto il momento del tuo libretto, davvero molto organico col suo tema (a me per altri versi molto caro) delle riscritture e degli echi letterari. So che desidereresti una mia recensione, ma ti devo confessare che sono in grande difficoltà.

Non che non recensisca più poesia (anzi, spero proprio che in uno dei prossimi «incroci» ci sia qualche mia nuova scheda dedicata a libri in versi), ma da tanto tempo sento il bisogno di prendere un po’ le distanze dalla poesia, soprattutto nelle sue forme più sperimentali o speculative. Dopo oltre quindici anni di lavoro forsennato dedicato quasi esclusivamente alla poesia, sento il bisogno di guardare ad altro e, in effetti, mi risulta molto difficile far seguire a Critico e testimone uno slancio parimenti generoso nei confronti di questo genere di scrittura. Ci sono libri (anche di nostri amici) che io oggi non riesco più a leggere ed altri, come il tuo, che mi piacciono molto eppure si scontrano con la mia attuale ritrosia a scriverne. Leggi il seguito di questo post »

un intervento di Carmine Tedeschi 

In una recente intervista su la Repubblica condotta da Antonio Gnoli, Tullio De Mauro a domanda risponde che tra “rabbiosi” e “incazzati” non c’è alcuna sostanziale differenza semantica, ma il secondo termine esprime «un cambio di stile e di costume. È l’Italia bassa e privata che sta prendendo il sopravvento».

Si può misurare quanto vale una parola sul piano dello stile e del costume? Dire che le parole vivono e muoiono, mutano i loro significati a seconda dei contesti, delle situazioni, delle intenzioni di chi le usa e delle attese di chi le ascolta, è come scoprire l’acqua calda. Con un giudizio assai sommario (come impone l’ansiogena pressa dei correnti costumi comunicativi) potremmo dire che le parole “seguono le mode”. Non ci vuole un linguista di fama per affermarlo: lo percepiscono, a parte gli analfabeti, tutti quelli che abbiano un minimo d’intelletto capace di riflettere su come parliamo. Leggi il seguito di questo post »

 

di Domenico Ribatti

Come variazione sul tema proposto in «incroci» 26 (Sillabario dell’amicizia), in cui si passavano in rassegna alcuni pensieri sulla relazione amicale firmati da diversi autori, si offre qui una silloge delle chiuse di alcune lettere di Italo Calvino, cronologicamente selezionate tra quelle pubblicate da Einaudi nel 1991 nel volume I libri degli altri a cura di Giovanni Tesio.

Mi pare che questi brevi pensieri possano esprimere meglio di fumose, pompose ed imperiture testimonianze,  il senso dell’amicizia che legava Calvino ai suoi “colleghi”, lui che per sua stessa testimonianza il massimo della sua vita l’aveva dedicato ai libri degli altri e non ai suoi, traendone pure soddisfazione.

 Ad Elio Vittorini, 5 febbraio 1953: Ciao. Stammi bene.

 A Raffaele Brignetti, 11 giugno 1953: Lavora. Fatti vivo. Coi migliori saluti.

 A Domenico Rea, 13 marzo 1954: Laconicamente tuo. Leggi il seguito di questo post »

una riflessione di Gianni Lenoci

Ospitiamo molto volentieri una riflessione su musica e improvvisazione di Gianni Lenoci, pianista compositore, coordinatore del Dipartimento di Nuove Tecnologie e Linguaggi Musicali presso il Conservatorio Musicale di Monopoli. Cogliamo inoltre l’occasione per ricordare che il numero 26 di incroci ospita “Quattro mani per quattro stagioni”, poemusica di Gianni Lenoci e Lino Angiuli: un incrocio di note e versi,  che saranno oggetto di una performance da tenersi presso il suddetto Conservatorio di Monopoli*. Leggi il seguito di questo post »


«incroci» – semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli •  Daniele Maria Pegorari • Raffaele Nigro

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Una copia: euro 10,00
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– vedi sito dell’editore (http://www.addaeditore.it/)

il nuovo numero di incroci

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